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Violenza sulle donne, reddito di libertà ancora difficile

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Foto di Karolina Grabowska: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-donna-paura-stop-4379964/

Violenza sulle donne: il reddito di libertà per le vittime è ancora difficile da ottenere e insufficiente. Un report di Action Aid spiega come questa fondamentale misura (non) funziona ancora

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale per l’eleiminazione della violenza sulle donne, il reddito di libertà viene esaminato da un’indagine di Action Aid: quanto è necessario questo strumento? E come sta funzionando e si coordina nei territori che hanno adottato  politiche locali, come la Regione Lazio?

 Il report “Diritti in bilico” esponel’analisi delle politiche e delle risorse nazionali e regionali a sostegno delle donne vittime di violenza, attraverso focus group, workshop e interviste che hanno coinvolto circa 100 rappresentanti di strutture di accoglienza, servizi territoriali ed enti pubblici per donne in fuoriuscita dalla violenza. 

Secondo quanto si legge nel rapporto, le donne in uscita da Centri antiviolenza e Case Rifugio vivono un percorso accidentato, fatto di ostacoli e difficoltà, che le espone a estrema vulnerabilità socioeconomica e al rischio di ricadere nella spirale della violenza. L’allontanamento dalla casa familiare per motivi di sicurezza o perché di proprietà del maltrattante; la mancanza o la sospensione temporanea del lavoro per ricevere cure e supporto, l’impossibilità di disporre dei propri soldi perché sotto il controllo del convivente. Sono queste le necessità impellenti delle donne che hanno subito violenza a cui spesso lo Stato risponde con politiche frammentarie, incoerenti e fondi stanziati insufficienti a coprire le richieste di supporto per avere un reddito certo, alloggio sicuro e lavoro dignitoso. 

Violenza sulle donne, il reddito di libertà: cosa è e come funziona

Per il periodo 2015-2022, le istituzioni hanno stanziato circa 157 milioni, ovvero 54 euro circa al mese per ogni donna non autonoma economicamente per fornirle un supporto al reddito, promuoverne il re/inserimento lavorativo, garantire una casa sicura e sostenibile nel lungo periodo. Fondi scarsi che dovrebbero sostenere le donne, che spesso non riescono a produrre una dichiarazione Isee separata da quella del maltrattante e accedere a misure contro la povertà (reddito di cittadinanza, reddito di dignità) o di supporto alle famiglie in difficoltà (es. bonus affitto, bollette). 

Ogni anno sono circa 50mila le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza. Nel 2020, le donne assistite dai CAV senza lavoro o risorse per rendersi autonome erano il 60,5%. E la quota sale al 70% tra le giovani dai 18 a 29 anni, le più precarie. 

Ma gli strumenti adottati dall’Italia per supportare economicamente e finanziariamente le donne sono pochi, frammentari e, numeri alla mano, insufficienti.

 Il “Reddito di libertà”, istituito nel maggio 2020 con il DL Rilancio dopo i lockdown imposti dal Covid-19, oggi è uno strumento per l’indipendenza economica delle donne in condizioni di povertà che hanno subito violenza. Si tratta di un supporto di 400 euro al mese per massimo 12 mesi. Il RdL è finanziato con 12 milioni di euro per il periodo 2020-2022: nel primo anno solo 600 donne ne hanno beneficiato a fronte delle 3.283 richieste presentate (dati Inps). Con questi fondi si calcola che solo 2.500 donne potranno avere accesso alla misura. Tuttavia, sarebbero circa 21 mila all’anno le donne che ne avrebbero necessità (elaborazione Dati Istat). “Finiti questi soldi si è comunque ripresentato il problema perché non ha potuto più pagare l’affitto ed è dovuta tornare sui suoi passi” racconta una Operatrice CAV. 

Mancato inserimento lavorativo e disagio abitativo: le conseguenze materiali della violenza sulle donne

 A livello nazionale non esiste nessuna norma riguardante il reinserimento lavorativo che prenda in considerazione le specifiche esigenze delle donne in fuoriuscita dalla violenza, cioè i carichi di cura familiari, la precarietà economica, le difficoltà di spostamento o la mancanza di accesso a servizi come asili e nidi. 

Le misure sono pensate e finanziate da ciascuna Regione in modo diverso attraverso percorsi di formazione professionale, tirocini, borse lavoro, attività di avvio all’autoimprenditorialità. Un quadro che amplifica lo squilibrio territoriale italiano e le diseguaglianze di accesso alle opportunità per le donne, il divario tra grandi città e i piccoli centri. 

Per la partecipazione delle donne che hanno subito violenza al mercato del lavoro, le istituzioni nazionali e regionali hanno stanziato circa 124 milioni di euro dal 2015 a oggi. Il 72% (89,2 milioni) per interventi di mantenimento dell’occupazione e il restante 28% (34,8) per quelli di re/inserimento lavorativo, sebbene il numero di donne disoccupate accolte dalle strutture antiviolenza nel 2020 sia del 50%. Nel 2015, per il mantenimento dell’occupazione, è stato attivato il congedo indennizzato per vittime di violenza, per cui sono stanziati in media circa 12 milioni annui. Dalla sua introduzione ad oggi, è stato registrato un aumento delle domande presentate del 2.662% (da 50 nel 2016 a 1.331 nel 2021), a cui non è seguita una crescita delle domande accolte. Nel 2021, infatti, solo il 32% delle domande presentate è stato accettato (432 a fronte delle 1.331).  

Anche trovare una nuova casa diventa, nella maggior parte dei casi, per le vittime di violenza, un’impresa difficilissima. Le donne che hanno subito violenza hanno una probabilità quattro volte superiore rispetto alle donne in generale di vivere situazioni di disagio abitativo. Chi deve ricostruire la propria vita spesso ha difficoltà nel pagamento dell’affitto o della rata del mutuo, è costretta a traslochi frequenti, subisce sfratti o si trova a dover vivere in alloggi sovraffollati, insieme ai figli.  

Per promuovere l’autonomia abitativa delle donne in fuoriuscita dalla violenza, le istituzioni nazionali e regionali hanno stanziato per il periodo 2015-2022 12 milioni di euro, di cui 9,3 milioni da risorse nazionali e 1,8 da quelle regionali. Le risorse sono state spese principalmente per erogare contributi economici alle donne per la copertura di caparre, canoni d’affitto e pagamento di utenzeSi tratta di interventi insufficienti per risorse e tempi di erogazione che non tengono conto della necessità di offrire strumenti per il raggiungimento di un’indipendenza abitativa sostenibile e di lungo periodo.  

Il Contributo di Libertà della Regione Lazio

Il Lazio è stata la seconda Regione ad istituire, nel novembre 2018, una misura di sostegno al reddito per le donne in fuoriuscita dalla violenza denominata “Contributo di libertà (CdL)”. Si tratta di un importo massimo di 5.000 euro una tantum pro capite per donne prese in carico da strutture antiviolenza.

 Sono consentite le spese abitative (affitto, elettrodomestici, bollette); spese per la donna (farmaci, formazione, alimentari); spese per minori (materiale didattico, trasporti, attività sportive). Le spese devono essere rendicontate dal Centro Anti Violenza tramite il quale la donna ha fatto richiesta alla Regione. 

Dal 2018 a ottobre 2022 sono stati stanziati dalla Regione Lazio 1,4 milioni di euro, che hanno permesso a 229 donne di accedere alla misura. Risorse che non riescono a coprire il fabbisogno reale. Se si considerano i dati ufficiali del 2020 relativi alle denunce di violenza a danno di donne nel Lazio (2.223) e quelli forniti da D.i.Re, secondo cui – nello stesso anno – tra le donne accolte dalle strutture antiviolenza una su tre era a reddito zero (32,9%) e meno del 40% contava su un reddito sicuro, è evidente che il contributo di libertà è uno strumento largamente sottofinanziato.

Sarebbe importante, conclude il report di Action Aid, un maggiore coordinamento tra il livello regionale e quello statale per garantire a tutte le donne le stesse possibilità di accesso. Secondo la normativa regionale, infatti, le donne che hanno usufruito del Reddito di libertà (RdL) statale non possono richiedere il Contributo di libertà della Regione Lazio, cosa che non avviene all’inverso. Una incongruenza normativa rischia di creare discriminazioni a danno delle donne potenziali beneficiarie.  

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