Home LegalMente “UN DIAMANTE E’ PER SEMPRE” O QUASI, SECONDO LA LEGGE ITALIANA

“UN DIAMANTE E’ PER SEMPRE” O QUASI, SECONDO LA LEGGE ITALIANA

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“Un diamante è per sempre” recita lo slogan di una nota pubblicità, ma ne siamo sicuri?

Non è così secondo la legge italiana, che prevede regole chiare relativamente a scambi di doni di grande valore nel caso della fine di un fidanzamento.

L’ art. 80 c.c. recita infatti “il promittente può domandare la restituzione dei doni fatti a causa della promessa di matrimonio, se questo non è stato contratto”.
In Cass. Civ. n. 1260/1994 troviamo enunciate delle linee guida sull’argomento: “In caso di rottura del fidanzamento, presupposto essenziale per l’esercizio dell’azione di restituzione dei doni che l’art. 80 c.c. riconosce al donante in relazione a qualsiasi promessa di matrimonio, sia tra persone capaci, sia tra minori non autorizzati, sia che la promessa sia vicendevole, sia che sia unilaterale, è la circostanza che i doni siano stati fatti «a causa della promessa di matrimonio», cioè nella presupposizione della celebrazione del futuro matrimonio, senza necessità di una particolare forma, né di pubblicità della promessa, conseguendone il diritto alla restituzione per la sola ipotesi che il matrimonio non sia stato contratto e senza alcuna rilevanza delle cause del mancato matrimonio” … “I doni tra fidanzati non sono equiparabili né alla liberalità in occasione di servizio, né alle donazioni fatte in segno tangibile di speciale riconoscenza per i servizi resi in precedenza dal donatario, né alle liberalità d’uso, ma costituiscono vere e proprie donazioni, come tali soggette ai requisiti di sostanza e di forma previsti dal codice; peraltro, la modicità del donativo, da apprezzare oggettivamente in relazione alla capacità economica del donante, fa sì che il trasferimento si perfezioni legittimamente, tra soggetti capaci, in base alla mera traditio“.

I doni da restituirsi in caso di mancato matrimonio riguardano quindi tutte le attribuzioni a titolo gratuito effettuate tra i fidanzati in vista delle nozze, che sono donazioni efficaci a tutti gli effetti (e a prescindere dal valore del bene donato): tali liberalità sono da tenere ben distinte dalle donazioni obnuziali di cui all’art. 785 c.c., che invece non producono effetti se non dopo che il matrimonio sia stato contratto.

Da segnalarsi, sul tema, Cass. Civ. 9052/2010, che affronta il tema del giusto motivo di rottura quale eccezione da opporre alla richiesta restitutoria del vendicativo ex: “In tema di promessa di matrimonio, l’obbligazione che consegue ex lege all’esercizio del diritto di recesso non può configurarsi come illecito extra-contrattuale, costituendo il recesso espressione di una libertà fondamentale, né come responsabilità contrattuale o precontrattuale, posto che la promessa di matrimonio non è un contratto e neppure costituisce un vincolo giuridico tra le parti; si tratta, infatti, di una particolare forma di riparazione collegata direttamente dalla legge alla rottura del fidanzamento «senza giusto motivo», con la conseguenza che incombe al recedente, qualora voglia sottrarsi a siffatta obbligazione riparatoria, l’onere di provare la sussistenza del giustificato motivo, quale fatto costitutivo negativo della pretesa dell’altra parte“.

Fuori dei casi sopra citati, sono regolati dall’art. 770 co. 2 c.c. gli atti di liberalità “… che si suole fare in occasione di servizi resi o comunque in conformità agli usi“. Le c.d. liberalità d’uso consistono in doni invalsi in occasione di festività o ricorrenze calendarizzate, che per la norma non costituiscono donazioni: si perfezionano cioè senza particolari requisiti di forma, e non soggiacciono alle regole per la revoca (divergono dalle c.d. donazioni remuneratorie, art. 770 co. 1 c. c. le quali, al contrario, necessitano la forma pubblica).

Quale il destino quindi delle liberalità d’uso corrisposte ad un amante o fidanzato dopo la fine del rapporto? La Corte di Cassazione (Cass. Civ. Sez. II 19.09.16, n. 18280), affronta il problema decidendo un caso relativo ad una coppia di ex amanti molto facoltosi, i cui “pensierini” erano nientedimeno costituiti da quadri di Picasso e diamanti da 13 carati. Afferma la Corte che: “La liberalità d’uso prevista dall’art. 770, 2º comma, c.c., che non costituisce donazione in senso stretto e non è soggetta alla forma propria di questa, trova fondamento negli usi invalsi a seguito dell’osservanza di un certo comportamento nel tempo, di regola in occasione di festività, ricorrenze, ricorrenze celebrative nelle quali sono comuni le elargizioni, tenuto in particolare conto dei legami esistenti tra le parti, il cui vaglio, sotto il profilo della proporzionalità, va operato anche in base alla loro posizione sociale ed alle condizioni economiche dell’autore dell’atto” … “La Corte di appello ha scrupolosamente esaminato gli elementi rilevanti per la decisione: la grande consistenza del patrimonio dell’attore; l’abitudine di questi di elargire regali costosi in occasione di ricorrenze; il rilievo della valutazione dei singoli beni. Con insindacabile apprezzamento di merito ha reputato che tra questa abitudine e il regalo di inusitato valore costituito dal quadro di (OMISSIS) e dal prezioso brillante vi sia “un vero iato”. Ha argomentato in proposito sia sulla base dello “sforzo economico” che il dono complessivo richiedeva, sia sulla base delle motivazioni del regalo, che non era di routine, ma era un “presente per ottenere il perdono a fronte di un comportamento incongruo”. 
Insomma, il ricco attore ha ottenuto di poter riavere indietro i regali più costosi e non occasionati da festività.

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