Home #STASERAROMA TARA WESTOVER:”PERDONANDO HO IMPARATO AD AMARE ME STESSA”

TARA WESTOVER:”PERDONANDO HO IMPARATO AD AMARE ME STESSA”

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“Il libro è stato un modo per scrivere qualcosa che avrei dovuto ricevere io, in quel periodo, da qualcun altro. Un aiuto. Una terapia. Magari fra 30 anni tutti questi miei conflitti interiori avrebbero avuto risposta e io avrei scritto una storia diversa. Volevo scrivere a catturare le mie sensazioni adesso.“

A parlare è Tara Westover, scrittrice statunitense classe 1986, autrice del best seller “L’educazione” , che abbiamo incontrato alla Casa delle Letterature di Roma, dove questa sera, in occasione dell’inaugurazione del Festival Internazionale delle letterature (7 giugno-3 luglio), leggerà il suo testo inedito dal titolo “Perdere la fede”.

Con questo testo” spiega la Westover “ volevo dare un assaggio dei contenuti del mio libro. Perdere la fede è un testo sul tema dell’identità. Su quello che accade quando le persone cambiano e in che modo questo cambiamento influisce sui rapporti con le persone che ci sono vicine, ad esempio, la famiglia.”

Cresciuta in una fattoria nelle montagne dell’Idaho da una famiglia di mormoni anarco-survivalisti, Westoer sviluppa un rapporto con la fede e la famiglia decisamente complesso e a tratti conflittuale.

“Sono cresciuta in un contesto familiare in cui la religione era una. L’insieme delle idee, delle credenze era uno, e abbastanza estremo. Mio padre non credeva nell’istruzione pubblica, non credeva nella medicina statale. Non ci ha mai mandati a scuola né ci ha permesso di essere visitati a un medico. Era diffidente nei confronti del Governo. A casa sono stata esposta ad un certo grado di istruzione e di educazione. Pur non avendo mai frequentato la scuola sapevo leggere. Leggevo la Bibbia e le Sacre Scritture, conoscevo un po’ di matematica, ma era comunque un tipo di apprendimento totalmente informale. A volte le cose ce le insegnava nostra madre, altre le abbiamo imparate da soli, io e i miei fratelli. Di certo, il contesto in cui sono cresciuta mi ha plasmato. Finché, a 16 anni sono andata all’Università. Li piano piano le mie idee, e la mia visione del mondo è cambiata, anche nei confronti della religione. Credo che la fede sia un modo per accompagnare il cambiamento di una persona, può aiutarla a scoprire il rapporto con se stessi e con le persone che ci sono vicine ed interpretare quello che sta accadendo.”

La campana di vetro sotto cui ha vissuto Tara Westover si è rotta, appunto, intorno ai 16 anni, quando ha lasciato le montagne per recarsi all’Università di Cambridge.

“Un giorno sono uscita e mi sono comprata un testo di algebra e mi sono preparata per sostenere l’esame di ammissione a Cambridge. Il problema vero, però, aldilà delle mie lacune in una serie di materie, è stato rapportarmi col mondo universitario. Quando sono entrata all’università non sapevo nulla del mondo circostante. Per esempio, durante una delle prime lezioni a cui ho assistito è uscita la parola olocausto. Una parola che non avevo mai sentito nominare. Non sapevo cosa fosse. Quindi ho studiato da sola da autodidatta, sono stata ammessa all’università, ma una volta entrata è li che sono cominciati i veri problemi.”

I problemi di cui ci parla non sono legati solo al mondo universitario, ma naturalmente, anche agli scontri con la sua famiglia.

“Ovviamente mio padre non era molto contento di questa decisione. Era un uomo con idee abbastanza radicali, estreme. Anche se non era entusiasta di questa mia decisione non ha mai cercato di impedirmelo attivamente. Sono state altre le difficoltà che ho dovuto affrontare con la mia famiglia; è stato un periodo di lunghi negoziati.”

Approdata all’università, Westover inizia a vivere la sua vita in modo molto più mainstream, andando contro corrente rispetto alla sua famiglia dalle idee sempre più radicali. Si fa strada in lei l’esigenza di raccontare la sua versione della storia. Inizia così a scrivere “L’educazione”.

“Molto del libro nasce dall’esigenza di raccontare quanto mi sentissi estraniata dalla mia famiglia. È un errore pensare che il mio allontanamento sia avvenuto quando ho deciso di andare all’università. Tutto è successo molto prima.”

Già, infatti, la domanda che si pone la scrittrice è: qual è dunque la storia giusta da raccontare? E’ proprio questo uno degli argomenti nel cuore del libro. Le storie che meritano di essere raccontate. La scrittura come terapia.

“Il concetto che sta nel cuore del libro è di fatto il motivo per cui è avvenuta la frattura fra me e la mia famiglia. Ad un certo punto della mia vita, uno dei mie fratelli maggiori ha iniziato ad essere molto violento nei miei confronti, ma i miei genitori lo hanno sempre negato. Tanto da indurmi a credere che alcune violenze non fossero mai successe. Mio fratello era fisicamente violento ed era una cosa che in famiglia si sapeva, ma era come se non se ne potesse parlare. I miei genitori, per molto tempo, hanno cercato di convincermi che quelle violenze in realtà non erano mai avvenute. Hanno quasi cercato di farmi passare per una pazza. C’è stato un periodo, quando poi mi sono trasferita a Cambridge a studiare, in cui quasi ci sono riusciti. Mi sono trovata a dubitare di me stessa e di quello che avevo vissuto. La cosa tremenda è che quando subisci queste cose dalla tua famiglia è particolarmente difficile, particolarmente dura da accettare.”

Il dritto e il rovescio della medaglia. Giustificare un figlio a spese di un altro. Il dramma a specchio.

“Riuscire ad elaborare questa situazione è stato per me un processo molto lungo e molto difficile, che è sfociato poi nell’allontanamento da una parte della mia famiglia. Tendiamo sempre a volerci fidare dei famigliari, quasi più di quanto ci fidiamo di noi stessi. Credo che i miei genitori non fossero li necessariamente per raccontarmi bugie. Secondo me loro credevano davvero che mio fratello non fosse un violento e piano piano questo loro atteggiamento ha minato le fondamenta delle mie idee. Un processo che ha minato la mia mente e il mio cervello, indebolendo la mia autostima e la percezione delle cose.”

Segue naturalmente un momento di crisi in cui la ragazza crede di essere l’unica al mondo a vivere questa condizione. Un misto fra pudore ed educazione, tanto che si domanda come sia possibile continuare ad amare le persone pur scegliendo di allontanarsi da loro.

“Mi sono sentita molto isolata. Naturalmente poi ho scoperto che non ero l’unica ad avere questo tipo di difficoltà. Il libro è stato un modo per scrivere qualcosa che avrei dovuto ricevere io in quel periodo da qualcun altro. Un aiuto. Una terapia. Spesso, le memorie vengono scritte più avanti negli anni, non di certo alla mia età. Magari fra 30 anni tutti questi miei conflitti interiori avrebbero avuto risposta e io avrei scritto una storia diversa. Volevo scrivere a catturare le mie sensazioni adesso. “

Di nuovo, il dritto e il rovescio della medaglia, tema cardine di questo Festival delle Letterature. L’educazione verso la famiglia di origine, ma soprattutto l’educazione e il rispetto verso se stessi.

“Una delle cose tremende del distacco dalla mia famiglia è che mi mancano davvero. So che i rapporti fra persone sono spesso complicati. Anche le peggiori relazioni, anche quelle più dannose, partono da una base di amore. Se in tutto ciò devo trovare un lavoro positivo, posso dire che comunque ho imparato ad amare me stessa, a dare valore a me stessa. Sono cresciuta, sono stata educata, pensando che bisognava sempre essere altruisti, mai egoisti. Sempre meglio dare al prossimo che non a se stesso. In realtà non sapevo come fare per amare me stessa. Ho dovuto accettare, soprattutto, di essere disposta a perdonare i miei genitori, ma senza necessariamente riconciliarmi con loro. E anche questo è un processo che mi ha dato forza e mi ha consentito di amare e dare valore a me stessa.”

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