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STALKING: NUOVE MISURE IN DISCUSSIONE IN PARLAMENTO

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Sul fronte della violenza di genere, le cronache e le statistiche raccontano ormai da molti anni uno scenario sconfortante. Negli ultimi giorni la situazione pare esser diventata ancora più grave: circa donna al giorno vittima di femminicidio. Di queste, risulta che almeno due avessero denunciato alle autorità di essere oggetto di persecuzioni (trovate le storie qui e qui). Nonostante ciò, si è arrivati ai drammatici epiloghi.

Evidentemente, le misure di contrasto e prevenzione del fenomeno dello stalking, che spesso precede la tragedia finale, risultano non efficaci.

Già nella legge n. 38 del 23 aprile 2009, che inseriva nel nostro ordinamento il delitto di atti persecutori, art. 612 bis del codice penale, era contenuta anche una disposizione volta a tutelare le vittime da attacchi nei luoghi abitualmente frequentati (casa, lavoro, etc.: art. 282 ter del codice di procedura penale )

Nel 2011 poi, nell’ambito dell’elaborazione di un sistema di repressione delle violenze in ambito famigliare, era stato introdotto nel codice di procedura penale l’art. 282 bis , che prevede l’ allontanamento e il divieto di riavvicinamento a casa a carico del maltrattante.

Entrambe le norme quindi istituivano una nuova fattispecie di misura cautelare personale a carico dell’indagato del delitto di atti persecutori (nel primo caso) e di delitti nei quali rilevasse il pregresso legame famigliare con le persone offese (nel secondo caso).

Purtroppo, queste due misure preventive, come detto, non hanno avuto l’effetto deflattivo del fenomeno che si prefiggevano.

La spiegazione può essere, semplicemente, questa.

Le norme si riferiscono a persone che rivestono la qualità di “imputato”. Tecnicamente, questo status si ottiene quando il Pubblico Ministero incaricato di svolgere le indagini su un soggetto, eserciti l’azione penale, ovvero, quando emette decreto di citazione diretta a giudizio o chiede ad un giudice il rinvio a giudizio.

La circostanza appare in tutta la sua drammaticità se si considera che ad ogni denuncia sporta per atti persecutori, corrisponde un’indagine, condotta da un Pubblico Ministero. Le indagini, per disposizione di legge, durano di norma 6 mesi (salvo in taluni eccezionali casi per cui si può chiedere una proroga). Decorsi i 6 mesi, il Pubblico Ministero deve prendere una decisione, archiviare il caso o disporre la notifica all’indagato della conclusione delle indagini. Tra questo momento e l’effettivo recapito all’indagato del plico contenente l’avviso della conclusione delle indagini, possono passare, e di solito passano, molti altri mesi. Si arriva al processo dopo anni.

Nel lasso di tempo tra la proposizione della denuncia e l’esercizio dell’azione penale, nessuna delle misure cautelari personali sopra indicate può quindi essere adottata.

Del resto, non soccorre nemmeno l’istituto dell’ammonimento del questore. Questo si pone infatti in una fase antecedente alla proposizione della denuncia da parte della vittima.

Il vuoto di tutela in cui si viene a trovare chi subisce atti persecutori determina perciò due effetti: il primo, ingenera nella vittima la sensazione che lo Stato non può aiutarla a risolvere il problema, e che anzi, (secondo effetto) questo potrebbe aggravarsi a causa del ricorso all’Autorità: il rischio che l’aggressore/persecutore si “vendichi” per la denuncia o l’ammonimento subìti è altissimo.

In questo desolante quadro voglio tuttavia segnalare un interessante disegno di legge che si sta facendo faticosamente strada in Parlamento dal 2015.

Si trova ora alla Camera per la terza lettura, a seguito di emendamenti proposti dal Senato in sede di ultima approvazione, lo scorso 6 luglio.

Il testo della legge propone modifiche al c.d. Codice Antimafia, varato con il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159.

Sebbene le tematiche “Mafia” e “Stalking” non sembrino avere punti di contatto, un emendamento votato proprio lo scorso 6 luglio le mette in relazione: sarebbe infatti previsto che le misure preventive personali di cui al codice antimafia, si estendano anche agli indiziati per atti persecutori (art. 612 bis)

Quali sono queste misure?

La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e l’obbligo di soggiorno nel Comune o nella dimora abituale. Tali misure hanno una durata ben più lunga di quelle emesse nel corso di procedimenti penali per reati non di mafia (durata minima di un anno fino a un massimo di cinque, contro i sei mesi massimi delle misure cautelari “ordinarie”). Inoltre, il Tribunale può in concreto disegnare il provvedimento su misura per ogni indiziato: il contenuto prescrittivo della misura di prevenzione si colorerà così differentemente a seconda dello scopo che dovrà assolvere (divieto specifico di avvicinarsi ai bambini, ad un determinato Comune o luogo, e in generale tutte le prescrizioni necessarie alle esigenze di difesa sociale).

Non ci resta che attendere l’esito della votazione della proposta alla Camera dei Deputati.

Certo è che, in difetto di approvazione dell’emendamento, il legislatore potrebbe anche valutare di raggiungere un risultato simile per altre vie. Ad esempio modificando, migliorandole, le norme già esistenti (artt. 282 bis e ter), rendendole applicabili (anche) agli “indagati”, anziché (solo) agli “imputati”.

Avv. Sabrina Grisoli

http://www.centrosarg.com

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