DIDATTICA A DISTANZA

Un grande successo, secondo il ministero, ma è così? Abbiamo chiesto a chi la vive tutti i giorni, come sta andando, davvero, la didattica a distanza

Secondo la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, la didattica a distanza imposta dall’emergenza Coronavirus che ha chiuso le scuole, è un successo. Secondo Save The Cildren e Sant’Egidio, solo per citare due organizzazioni che se ne sono occupate, le cose non stanno esattamente così. Save the Children ha pubblicato un approfondito rapporto che illustra l’impatto dell’emergenza Covid-19 sul mondo dei bambini e adolescenti sottolienando che l’emergenza aumenta il rischio di povertà educativa e di lasciare fuori dall’esercizio del diritto all’istruzione ampi strati di popolazione italiana, mentre la Comunità di Sant’Egidio ha pubblicato un’indagine svolta sulla popolazione studentesca di 44 scuole primarie romane, arrivando alla conclusione che solo il 39% degli alunni è riuscito in questi mesi a seguire una lezione online.

Noi di TuaCityMag ci siamo quindi chieste: come sta andando davvero, la scuola a distanza? Ne abbiamo parlato con famiglie, insegnanti, dirigenti scolastici e ne è venuto fuori un quadro a macchia di leopardo, in cui però, laddove è possibile parlare di ‘successo’ emerge il comune denominatore della coscienziosità e della buona volontà di chi lavora con impegno e attingendo ad ogni risorsa e idea, pur nelle lacune lasciate dalla mancanza di direttive specifiche dall’alto, per portare comunque alla fine un anno scolastico davvero eccezionale.

Di certo, il buone esisto del passaggio alla didattica a distanza è stato molto legato al lavoro fatto precedentemente dalle singole scuole in ottica di digitalizzazione. Ce lo conferma la professoressa Angela Minerva, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Uruguay, uno dei più grandi di Roma, che racchiude in sè 10 plessi che abbracciano una fascia di età che va dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado:

“Tutto sommato posso dire che questa emergenza ci ha trovati pronti. Come scuola avevamo già un account Google Suite quindi, per noi, non ci sono stati quei tempi morti che si potevano rischiare, visto che per aprire un account seguendo tutti i passaggi, serve circa un mese. Per fortuna nella nostra scuola abbiamo un team che si occupa di innovazione che è piuttosto motivato, ed è un nostro fiore all’occhiello. La vera difficoltà è legata alla necessità di generalizzare questo approccio didattico: anche tra i docenti c’è chi si trova perfettamente a suo agio nell’utilizzare nuove tecnologie, chi invece sta imparando a farlo solo in questo momento. C’è poi un discorso di collaborazione con le famiglie. Per forza di cose, la didattica a distanza per la secondaria trova i ragazzi già più autonomi, mentre per le primarie, la buona riuscita di questo approccio è anche legato al sostegno che possono dare le famiglie agli alunni, cosa che non si può dare per scontata. Ci sono famiglie più a loro agio con la tecnologia, altre che, per svariati motivi, fanno più fatica”.

Un altro problema è stato quello legato alla disponibilità di device per seguire e partecipare alle lezioni e alla connessione necessaria agli alunni per collegarsi da casa e continuare a usufruire del diritto allo studio. Il governo ha messo a disposizione dei fondi per aquistare i dispositivi necessari mancanti.

“Per quanto riguarda la nostra esperienza”- prosegue la professoressa Minerva -“visto che i fondi del ministero per l’acquisto di dispositivi per chi ne aveva bisogno sono arrivati in un momento successivo rispetto all’avvio della didattica a distanza, nel frattempo ci siamo attivati noi come scuola, per quello che potevamo fare, dando in prestito dispositivi che avevamo, soprattutto tablet. E’ vero che molte attività della didattica a distanza si possono seguire tramite smartphone, ma ce ne sono altre per le quali lavorare solo sul cellulare è complicato. C’è stato poi il discorso relativo alle connessioni, ma in quel caso i problemi riscontrati erano spesso di tipo strutturale, con zone poco coperte o famiglie che non avevano connessione in casa. Mi sono state raccontate però diverse storie di ‘solidarietà digitale’ a livello condominiale, con i vicini che lasciavano libero l’accesso alla propria rete wi-fi in modo che ne potesse usufruire anche chi non l’aveva”.

Insomma, usando buon senso e spirito di iniziativa, nell’attesa dei fondi stanziati dal governo, ci si è comunque arrangiati per non lasciare indietro nessuno, almeno dove si è potuto.

Uno sforzo di ‘buona volontà’ che le scuole stanno condividendo, ogni giorno, con le famiglie. Francesca è una mamma single di tre figli in età da scuola dell’obbligo. Mentre lei lavora in smart working, i ragazzi sono impegnati con le lezioni online, e le giornate sono diventate piuttosto complicate da gestire.

“Non esistono praticamente più orari di lezione, mi è capitato che tutti e tre avessero delle call allo stesso momento. Per molte cose, per fortuna, lavorano con lo smartphone, ma di certo la situazione comporta per le famiglie diverse difficoltà”. – racconta Francesca- “A volte gli insegnanti non danno un adeguato preavviso sulle call e questo è un problema per l’organizzazione della nostra quotidianità già complessa. I problemi sono tanti. Pur ipotizzando di avere in casa i device necessari per seguire le lezioni, rimane grande, sopratutto in certe zone, anche il problema delle connessioni. In linea di massima si può dire che alle famiglie viene richiesto molto, ma poi ci sono altri pezzi del meccanismo che non girano come dovrebbero“.

Il riferimento diventa più chiaro mentre parliamo:

“Per l’esperienza che sto facendo con i miei figli, posso dire che abbiamo avuto qualche problema di comunicazione con i docenti. Ci sono alcuni docenti che non hanno fatto un’ora di lezione, non essendo obbligati. Alcuni di loro hanno asserito di non poterlo fare perchè non in possesso degli strumenti necessari o adducendo altre motivazioni dietro cui si trincerano rendendo le cose ancora più difficili di quanto già non lo siano. Noi genitori ci riteniamo obbligati ad assicurarci che i nostri figli portino avanti il loro percorso didattico e anzi, abbiamo ricevuto precise indicazioni su cosa dobbiamo fare ma dall’altra parte, a volte, troviamo chi non ha dimostrato un pari spirito di adattamento a una situazione che è complessa per tutti”.

Le lamentele dei genitori si riferiscono sopratutto agli insegnanti che non usano le videolezioni e gli altri mezzi digitali a disposizione per continuare la didattica, ma su questo, chiarisce la dirigente scolastica evidentemente a conoscenza dei malumori:

“Penso che sia importante precisare che la didattica a distanza non si esaurisce nella modalità delle videolezioni che hanno sicuramente molti vantaggi come l’immediatezza del rapporto tra studenti e insegnanti, ma anche le atre modalità sono importantissime. Ed è anche da sottolineare che sono modalità che, a livello organizzativo, ci aiutano a gestire meglio la calendarizzazione del lavoro”.

Simona insegna, da precaria, spagnolo, in una scuola media di Ostia. Ha un contratto di sei ore a settimana e ha scelto di non usare la modalità della videolezione per continuare a insegnare ai suoi alunni di prima, seconda e terza media. Nonostante questo, ci racconta che il lavoro è molto aumentato:

“Io non faccio videolezioni, per due motivi, il principale dei quali è che non mi sento molto a mio agio e penso che le mie lezioni, possano essere più efficacemente svolte attraverso altre forme di didattica a distanza. Sono praticamente sempre raggiungibile dagli studenti, dalla mattina alla sera inoltrata, uso la piattaforma che il mio istituto ha scelto per continuare la didattica e prediligo lo strumento della messaggistica sia per spiegare che per rispondere ai dubbi e alle domande dei ragazzi. La ritengo una scelta personale, io l’ho fatta perchè ho temuto di essere molto meno efficace usando uno strumento di comunicazione che non conosco fino in fondo. Oltre a questo, ho seri problemi di connessione, perchè la zona dove abito ha pochissima copertura”.

Al contrario di quanto successo altrove, i ‘tempi morti’ e i ritardi nella gestione del passaggio dalla didattica in presenza alla didattica a distanza nell’istituto di Simona ci sono stati e, in un certo senso, continuano ad esserci, nonostante l’anno scolastico sia giunto ormai al traguardo.

“C’è stata moltissima confusione all’inizio. Per i primi sette, dieci giorni, praticamente non abbiamo avuto indicazioni chiare e univoche su cosa fare. L’animatore digitale si è dato da fare, ci ha fatto seguire dei tutorial, abbiamo appreso tante funzioni del registro elettronico che non conoscevamo, ma sono un pò mancate delle direttive univoche dall’alto. All’inizio c’erano varie ipotesi di piattaforme e strumenti diversi da usare, si era pensato addirittura a Skype, ma il problema era che queste piattaforme, non pensate specificamente per far lavorare le scuole avevano dei buchi in termini, per esempio, di privacy e sicurezza. Mancando direttive specifiche, l’unico canale ufficiale a nostra disposizione era il registro elettronico. Noi abbiamo iniziato a fare lezione su una piattaforma scelta dalla scuola, ma i ragazzi sono arrivati in tempi diversi. Per mantenere attivi quelli che erano presenti si faceva lezione ma cercando di non correre troppo per non lasciare eccessivamente indietro gli assenti che sono arrivati in tempi successivi. La piattaforma è stata scelta autonomamente dall’ istituto, ma negli ultimi giorni ne è stata individuata una di Microsoft appositamente pensata per la scuola, e ora c’è l’ipotesi di migrare tutti lì. Vista l’esperienza precendente, mi chiedo quanto tempo ci si metterebbe a far ricomporre tutte le classi. Di fatto, più di qualche ragazzo lo abbiamo perso“.

Insomma, ci si sforza di non lasciare indietro nessuno, ma non è facile:

“Credo che la scuola a distanza sia una modalità didattica più adatta alle superiori. Per quel che vedo io, alle medie, sono ancora troppo piccoli, quando si collegano sono molto più distratti, la prendono come un gioco. Di fatto, chi era interessato prima continua ad essere interessato, chi invece andava già male, ora va ancora peggio. E ora ci sarà il problema delle valutazioni, per cui, da insegnanti, apettiamo indicazioni più precise perchè io ancora non ho capito quali criteri usare”.

Insomma, se al ministero ritengono che la didattica a distanza sia da considerarsi senza dubbio un successo, andando poi a parlare con chi questa modalità si impegna a portarla avanti tutti i giorni, si evidenziano le difficoltà e le zone d’ombra che riguardano sopartutto le fasce sociali e geografiche già più sofferenti e pesano sui lavoratori della scuola e sulle famiglie al cui senso di reponsabilità e buona volonta va attribuito, se non il successo, almeno il mancato disastro.

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