sarah everard

Londra brucia. Di indignazione e di rabbia. A scatenare le proteste e sollevare dibattiti infuocati è stato l’ennesimo femminicidio. La vittima si chiamava Sarah Everard, aveva 33 anni e nella serata del 3 marzo è uscita da casa di amici nella zona di Clapham per dirigersi a piedi verso la sua abitazione. Ma a casa, Sarah non è mai arrivata.

Il suo corpo è stato ritrovato venerdì scorso nella campagne del Kent, a diversi km da Londra. Per il suo rapimento e la sua uccisione è stato incriminato un agente della polizia metropolitana della capitale britannica.

Questo il fatto brutale.

Ma perché la morte di Sarah Everard ha scatenato dibattiti e proteste, che lo scorso weekend sono sfociate negli scontri tra le donne presenti alla veglia per Sarah e la polizia?

L’indignazione è esplosa perché a Londra, e ormai in molti altri posti al mondo, evidentemente, la misura è colma. Le modalità dell’inaccettabile fine di Sarah Everard hanno toccato un nervo scoperto, qualcosa di cui si parla ancora troppo poco.

Nel 2021, in una grande città europea, le donne non si sentono sicure a tornare da sole a casa la sera.

Pesa tantissimo scrivere queste parole, perché pesa l’ingiustizia di dover ancora parlare di donne schiacciate nella parte di ‘vittime’ di qualcosa che non possono controllare e di cui non hanno responsabilità.

Ma la tristissima realtà, che ogni donna che vive in una grande città sperimenta è che si, a volte, tornare a casa da sola, non è una cosa semplice.

Sarah Everard non stava girando a notte fonda. Non erano neanche le 21 quando ha lasciato la casa dei suoi amici per tornare verso il suo quartiere. Clapham non è considerato un quartiere particolarmente pericoloso di Londra, anzi, è una zona piuttosto tranquilla. Sarah Everard, si è incamminata alle 21 di sera, avendo cura di scegliere un percorso bene illuminato, e rimanendo per molta parte del tempo al telefono con il suo fidanzato.

Donne metropolitane, vi sembrano meccanismi famigliari? Credo di sì. Sarah Everard si è comportata come avremmo fatto tutte noi.

E, seppure dovremmo avere la sacrosanta libertà di non preoccuparci di cosa possa accadere percorrendo un breve tragitto a piedi, ben illuminato, alle nove si sera, tutte siamo costrette a confrontarci con la realtà. E tutte sappiamo che Sarah Everard ha fatto quello che avremmo fatto noi, è stata prudente e responsabile.

Ma questo non è bastato. Il suo carnefice l’ha rapita, massacrata, e ha abbandonato il suo corpo in mezzo alla campagna.

Questo è ciò che è successo, e questo è ciò che ha scatenato dibattiti ovunque, dai social al parlamento, e un’onda di proteste che non si ferma.

Le donne sono stufe, a Londra come altrove, di non poter godere nemmeno il diritto di fare un breve tragitto in piena tranquillità. In questo anno che ci ha tolto tante libertà e ci ha condizionato la vita, è forse più facile rendersi conto che, in realtà, ci sono vite più condizionate di altre?

Basta farsi un giro sui forum in rete e sui social per leggere il diluvio di testimonianze sconfortanti di donne che raccontano i loro pensieri quando tornano a casa da sole la sera, o quando vanno a correre nel parco, o quando passeggiano anche in strade illuminate dal sole. Le donne sono stufe di vivere una libertà ‘condizionata’ anche nelle piccolissime cose. E la terribile e inaccettabile fine di Sarah Everard ha solo portato in superficie una situazione che non è più giusto sopportare, né tantomeno considerare normale.

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