piccole donne

Esce la nuova versione cinematografica di Piccole Donne, e ci siamo chieste: perchè la storia delle sorelle March continua ad essere raccontata e ad affascinare?

La notizia potrebbe turbarvi ma è giunto il momento che qualcuno lo dica. Anno domini 2020 e le sorelle March, protagoniste dell’immortale capolavoro di Louisa May Alcott “Piccole donne”, compiono 152 anni. “Eppure non si direbbe”, verrebbe da osservare, come quando si complimenta la zia giovanile che si palesa solo alle feste comandate. Deve aver pensato lo stesso anche Greta Gerwig, la regista americana che ha deciso di omaggiare la storia con un reboot in chiave millennial, protagonisti Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh e Timothèe Chalamet.

A una prima occhiata sembrerebbe curioso che la “madre” di un film innovativo come “Lady Bird” scelga per la sua seconda pellicola un titolo tanto classico. Ma, a guardarci bene, c’è una sensatezza scalpitante nel riconoscere quanto ancora pieno di spunti e di consigli sia “Piccole donne” per gli sfortunati abitanti del nuovo millennio.

Nello studio dei suoi personaggi, Alcott aveva incluso quattro personalità estreme e complementari allo stesso tempo. In questo quadro Jo era il punto più alto, un ritratto lusinghiero che l’autrice faceva di sé stessa, volendo contemporaneamente dare spazio a quelle “ragazze peculiari” che nell’Ottocento non volevano più stare zitte. Ribelle, brillante e orgogliosa Jo March è la scrittrice di famiglia, assetata di libertà e spaventata dall’amore. Con una molto conveniente distinzione aprioristica decide che innamorarsi è da stupide e che i libri, l’arte e la conoscenza salveranno il suo mondo dalla banalità. Nel corso dei tre romanzi – “Piccole donne”, “Piccole donne crescono” e “I ragazzi di Jo” – comprende che non si può vivere a compartimenti stagni e sconfigge la sua prigione di solitudine.

Chissà se Alcott sarebbe contenta di sapere che oggigiorno Jo è diventata il modello di tutte le giovanissime e che ambizione e desiderio di grandezza sono permessi e, in molti casi, auspicati. Chissà se avrebbe riso di quante persone ancora oggi sospirano, immerse fino al collo negli stessi dilemmi di Jo March, convinte che non esista una via per coniugare carriera e relazioni.

Quando per la prima volta Jo rifiuta Laurie, l’amico di sempre ricco e prestante, fa una scelta coraggiosa di cui per sua stessa ammissione si pente. Era davvero la mancanza d’amore a guidare la sua decisione o un più giovanile desiderio di novità? La parte migliore del lavoro dell’autrice è l’impegno che mette nel non rispondere a questa domanda, come fa la vita del resto. Laurie sceglierà di sposare un’adorante Amy e Jo troverà un cuore affine nel professor Friedrich. Ma il destino, sembra dire la Alcott, non c’entra nulla in tutto ciò. L’esistenza è tutta una presa di posizione, continua poi, perciò è sempre bene costruire consapevolmente il proprio tragitto imperfetto. Chi non ha bisogno di sentirselo ancora dire ogni giorno?

Non c’è solo Jo March, però. Nel tratteggiare le sue ragazze timide, “Piccole donne” compie un altro miracolo d’avanguardia: valorizzare la normalità. Meg e Beth, la maggiore e la penultima delle March, sono un’ode ai caratteri quieti e ai desideri prevedibili. Mutuate su Jane e Mary Bennet (“Orgoglio e pregiudizio”, Jane Austen), l’una insegue tutti gli step di una classica vita “borghese” mentre l’altra è un’anima bella impreparata alle difficoltà del mondo. Pur interpretando due ruoli molto stereotipati, entrambe compiono un gesto rivoluzionario per la fine della storia.

Meg si sposa per amore, nonostante i suoi sogni di gloria, ma non teme di ammettere di soffrire la povertà a cui la sua scelta di cuore l’ha condannata. Mentre Beth, dopo una vita di spaventi, muore senza paura e in pace con la sua impronta nel mondo. Il messaggio forse in questo caso è più nascosto, ma Alcott non perde occasione per invitare le donne a celebrarsi in ogni sfumatura. Con Meg e Beth è come se rassicurasse ogni fanciulla che si vergogna in cuor suo di non essere Jo March. Il fatto che, dopo la morte di Beth, nessuna delle sorelle sarà più la stessa dimostra che non c’è un solo modo di essere straordinari.

Una considerazione a parte è quella da fare su Amy March, che inizia la sua avventura da ragazzina e la conclude da donna fatta. Ambiziosa e letale, Amy sembrerebbe essere la candidata ideale al ruolo di “antagonista” tra le giovani sorelle. La piccola March è intelligente ma spinosa, fiera del proprio talento di disegnatrice e molto scontenta di vivere nell’ombra della straordinaria Jo. Non a caso è la preferita della zia March, che decide infine di portare lei a Parigi al posto di sua sorella, riconoscendole una logica di pensiero che l’impeto di Jo rifiuta.

Amy è forse il personaggio più complesso e “futuristico” di “Piccole donne” in quanto racchiude una moltitudine di asprezze e ne è contemporaneamente molto fiera. A Laurie, che le ha sempre preferito Jo, chiede di prostrarsi al suo cospetto prima di confessare a sua volta di averlo sempre amato. Anche la passione per il disegno l’affronta quasi con ira: “Voglio essere la migliore o non voglio essere nulla”. Proprio non le va giù l’idea di seguire un copione, fare come le viene detto.

Perciò brucia il libro di Jo, cade quasi morendo in un lago ghiacciato e subisce i dolori della bacchetta del maestro. Eppure ogni sua impresa è a colori, rumorosa ed esagerata. Sin da subito Amy è donna senza scuse e senza finzioni e dalla vita che ha vuole tutto. Senza mai sconfessarsi ma soffrendo sempre con sincerità diventa, alla fine, il modello a cui tendere ancora oggi. Quando alle donne si chiede di contenersi, reprimersi, atteggiarsi alla serietà propria degli uomini, Amy March sorride sprezzante e ride e grida e canta e piange.

“Piccole donne” è una storia di crescita, d’amore familiare e di “minuzie”, come le definiva l’editore di Jo. La sorellanza nella sua placida meraviglia è la dimostrazione che le donne che si supportano sono capaci di qualsiasi gesto. E così Louisa May Alcott e di nuovo Greta Gerwig invitano le donne ad aggredire la vita e a spremerla al massimo, a condannare tutti ad ascoltare i propri desideri, a voltarsi indietro e a riderne sempre, ad amare con insolenza e a non vergognarsi mai.

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