Fra uno spettacolo, una rubrica radiofonica su Radio 24, molti tiktok, format divertenti, ma anche commoventi (con protagonisti bambini e nonni), le prove di “Sapore di Mare- il Musical”( che ripercorre in versione teatrale la storia del film omonimo scritto negli anni Sessanta dai Fratelli Vanzina), il grande impegno per il documentario “Perdutamente” (un emozionante viaggio nel mondo dell’Alzheimer), l’instancabile Paolo Ruffini ha trovato il tempo di pubblicare il suo terzo libro, “Benito presente”, edizioni Baldini + Castoldi, un romanzo tutto da leggere, ben scritto e decisamente originale che “non vuol provocare nessuno e non la butta in politica, ma è una favola dalla forza gentile e sognante, che attraversa la Storia, per riconciliarci con un destino diverso, facendoci capire cosa saremmo tutti se qualcuno ci esortasse a scegliere l’educazione all’amore non solo a scuola, ma anche nella vita”, afferma il buon Paolino, che dopo aver presentato il libro a Milano e a Livorno ( la sua città, nonché il suo buen retiro), lo porterà a Roma domenica 23 marzo -alle ore 11- nell’ambito della rassegna “ Libri Come”.
Paolo Ruffini intervista: “Il bambino Benito? Non giustifico, né allegerisco, ma provo a esplorarne la sua psicologia”
Dopo aver indagato a fondo su un personaggio tanto discusso e in certi casi anche tanto odiato, sapendone di più sul carattere e la storia privata, se potesse tornare bambino che rapporto instaurerebbe con un compagno come Mussolini?
“ Non gli farei del male. In fondo il piccolo Benito era un bambino anaffettivo, che non conosceva il valore di una carezza. Ma sia chiaro, il mio libro non è un tentativo né di giustificare né di alleggerire. Caso mai ho cercato di scandagliare i meccanismi psicologici che subentrano in ognuno di noi nella prima infanzia, e non solo, in chi poi diventa un dittatore. Detto questo, per prima cosa, cercherei di giocare con il ragazzino Benito, magari lasciandolo anche perdere, come tentano di fare in maniera goffa i protagonisti del romanzo. Gli darei affetto e anche amicizia, aprendogli però gli occhi sui veri valori”.
Nei dialoghi divertenti e talvolta molto teneri dei format “Il baby sitter e “Il badante”, molto seguiti sui suoi social, si intravvede tanta curiosità. Ma Paolo Ruffini era curioso anche da piccolo?
“Molto. E anche la mia storia livornese lo dimostra. Con Enrico Battocchi, uno dei fondatori del “Nido del cuculo” si andava in giro a discutere degli argomenti più svariati. E si parlava con tutti, per sapere cosa pensasse la gente sollecitata dalle nostre domande”.
Coi i suoi due fratelli maggiori, che hanno seguito strade diverse dalla sua, che rapporto ha?
“Fra noi c’è molto affetto ma anche rispetto. Il maggiore, Armando, è in Marina, mentre l’altro, Andrea, è un ingegnere e lavora in un’azienda. Il mio babbo, Francesco, con loro è stato molto più esigente, mentre con me, il classico figlio nato da genitori in età matura, è stato più permissivo, anche se per farlo contento, almeno il liceo classico l’ho frequentato diplomandomi. Se torno indietro nel tempo credo di non aver mai deluso mio padre, pur prendendo la strada dello spettacolo. Gli piaceva ciò che facevo e, specialmente nei suoi ultimi anni di vita, era diventato il mio più grande fan”.
Parlando dei nonni che non ha potuto conoscere, ha detto più volte che le sono mancati. Ritiene importanti queste figure per un bambino?
“Sicuramente. Il legame che c’è fra nonni e nipoti è molto più forte di quello fra genitori e figli. E io ritengo gli anziani talmente importanti che vado a cercarli, chiacchiero con loro, mi diverto ad ascoltarli, allo stesso modo con cui mi diverto ad ascoltare i bambini”.
Lei non ha nonni ma neppure figli. La cosa le dispiace?
“No, perché pur amando molto i bambini, non mi vedo come padre. Mentre mi vedrei come nonno, con dei nipoti da viziare e con cui disubbidire. Come fanno giustamente i nonni, divertendosi un sacco e divertendo i loro nipoti”.



