mamme lavoro

Nel 2019 37000 neo mamme hanno lasciato il lavoro, schiacciate dall’impossibilità di conciliare famiglia e professione. Numeri che devono allarmare tutti

I dati sono freschi, raccolti dall’Ispettorato Generale del Lavoro e relativi all’anno scorso: nel 2019 37000 neo mamme italiane hanno lasciato il loro posto di lavoro, nell’impossibilità di conciliare i nuovi impegni famigliari con quelli professionali. E chissà quali saranno i dati di quest’anno, di certo ancora più pesanti, dato il flagello sanitario e socio-economico della pandemia.

Numeri che fanno cadere le braccia, e puntano il focus sull’essenza del gender gap: uno sbilanciamento di pesi e responsabilità extralavorative che rende le donne non solo meno competitive sul mercato del lavoro, ma rende anche sempre più difficile mettere su famiglia.

Nel 2019 37000 neo mamme hanno lasciato il loro lavoro

37000 donne in un anno che decidono di firmare dimissioni volontarie in conincidenza con la nascita di un figlio, sono l’esatta fotografia di un’emorragia di talenti ed energie a cui questo paese rinuncia non affrontando il nodo cruciale della conciliazione e dei carichi famigliari. La fascia di età che più abbandona il lavoro è quella tra i 29 e i 44 anni, ovvero il momento di pieno impegno professionale. Il tutto si riflette ovviamente sulla questione del gender pay gap, ma prima di tutto si riflette in una rinuncia scellerata del paese all’apporto allo sviluppo che tutte queste donne potrebbero dare e che invece depongono le armi, schiantate dall’impossibilità di conciliare tutto.

Un’emorragia di talenti che danneggia non solo le donne, ma tutto il Paese

Ciò che servirebbe, ormai ben si sa: investimenti su servizi per l’infanzia, sostegni concreti, congedi parentali ripensati, ma anche un diverso approccio al lavoro e alla sua organizzazione. In un paese che non sa se e come riapriranno le scuole a settembre dopo mesi di chiusura, sembra essere scontato che laddove ci siano delle mancanze, debbano accollarsene il peso sempre le donne, perchè considerate più ‘sacrificabili’.

Eppure tutto questo non è una questione che riguarda solo le donne, tutto questo riguarda il futuro (e già il presente) dell’Italia che rinuncia a forza lavoro entusiasta e qualificata, fondamentale per la crescita economica, e allo stesso tempo, con le parole proclama l’emergenza demografica e poi, con i fatti, contribuisce ad aggravarla.

Rispondi