Home Libri Michela Murgia: “Gli ingredienti per la Morgana perfetta”

Michela Murgia: “Gli ingredienti per la Morgana perfetta”

558
0

Michela Murgia presenta a Roma il libro Morgana, scritto con Chiara Tagliaferri che racconta la vite di donne controcorrente

Zaha Hadid, le sorelle Bronte, Caterina da Siena, sono soltanto alcune delle protagoniste di Morgana, il libro uscito per Mondadori scritto da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri.

Il titolo del volume richiama il mito arturiano di Morgana, la strega che incarna quella che potrebbe essere definita la ‘donna antagonista delle donne’. È a lei che si ispira il racconto delle vite delle dieci protagoniste, ognuna con la sua storia a contraddistinguerla dalle altre ma con un elemento comune, l’essere morgane, ossia donne controcorrente, forti, coraggiose, che si salvano da sole e che contrastano con l’immaginario comune che le definisce il sesso debole. La scelta delle protagoniste, come ha voluto chiarire Michela Murgia, durante la presentazione romana del volume al MAXXI non è stata casuale:

“ognuna di loro ha rappresentato qualcosa per noi, tanto da portarci ad affermare che in ognuna di noi vive una Morgana. Queste donne le abbiamo scelte come cartine di tornasole per le nostre vite ed è per questo che funzionano, perché le persone che sentono le loro storie le utilizzano per le proprie vite. Se dobbiamo creare la Morgana perfetta e ne identifichiamo gli ingredienti, dobbiamo capire che questi devono essere presi dalle nostre vite”.

Attraverso episodi delle vite delle grandi donne raccontate nel libro, le autrici spiegano le ragioni che le hanno spinte a scegliere le dieci protagoniste del libro ed elencano gli ingredienti della ‘pozione magica’ da utilizzare per creare la Morgana perfetta. Il primo ingrediente del calderone morganico sono gli atti eversivi. Per la Tagliaferri il concetto di atto eversivo è incarnato da Cime Tempestose di Emily Bronte, romanzo che occupa un posto speciale nella sua vita perché ha segnato la sua adolescenza:

“è stato uno dei primi libri che ho letto da ragazzina a Piacenza, dove sono nata e cresciuta, e dove ogni orientamento sociale o sessuale era riassunto in un unico individuo che veniva bollato con un soprannome, spesso dispregiativo, come a volerlo privare della sua identità. Anche io e la mia amica in quegli anni fummo soprannominate la strana e la strega. La ragione ci è ancora oggi sconosciuta. L’unica cosa che volevamo fare era spezzare la noia e il diverso, nella mia città, voleva dire strano. Non ne potevo più di questa vita così a 15 anni, di ritorno da una vacanza in Liguria, mi inventai di essermi fidanzata con un ragazzo di nome Heathcliff, proprio come il personaggio immaginario del libro. Raccontai di questo grande amore che mi aveva travolta fino a quando non lasciai Piacenza. Il mio primo atto eversivo lo devo quindi ad Emily, la prima ad avermi fatto scoprire cosa fosse l’amore e per questo l’ho scelta come mia morgana nel libro”.

Diverso, anche se sempre caratterizzato da sfumature romantiche, l’ingrediente eversivo di Michela Murgia che, con un’ironia travolgente, racconta la sua prima storia d’amore con un compagno di scuola troncata sul nascere dalla maestra:

“Come atto eversivo ricordo una situazione imbarazzante che mi accadde quando avevo 10 anni. Frequentavo la scuola elementare ed ero innamoratissima di un mio compagno di classe. Essendo lui molto timido decisi di farmi avanti io, scrivendogli un bigliettino in cui gli dichiaravo il mio amore. Nel tragitto classe-palestra decisi di consegnarglielo ma la mia dichiarazione d’amore su carta fu intercettata dalla maestra che sequestrò il bigliettino che con tanta cura avevo scritto per lui. Tutto cambiò nel giro di pochi secondi, così come il volto di lei che, dopo averlo letto, mi disse ‘da te questo non me lo aspettavo’ e lo lesse ad alta voce. Tra le risate dei miei compagni e l’imbarazzo della mia prima cotta, si chiamava Giorgio, quel giorno imparai una lezione. Quando lei mi disse ‘le femmine non fanno queste cose, se ti vuole te lo dice lui’, capii che il rimanere in attesa che accadessero le cose non era nella mia indole. Ero convinta che io e lui avessimo lo stesso diritto di dire ti amo e sentirmi dire che lui poteva dirmelo mentre il mio massimo diritto era lasciarmelo dire, che potevo essere desiderata ma non desiderante, mi fece prendere coscienza del fatto che poter dichiarare i propri sentimenti e affermare la propria personalità affettiva era un potere che a me era negato. Il mio ingrediente è quindi la frusta, per dimostrare la mia volontà di voler esercitare il mio potere nonostante tutte le maestre del mondo ed è per questo che la Morgana da me scelta è Marina Abramovic”.

All’influenza eversiva che le sorelle Bronte e Marina Abramovic hanno esercitato sulle due scrittrici si aggiunge un secondo ingrediente, l’amica immaginaria.

Per la Tagliaferri ad incarnarla è Tonya Harding, la prima pattinatrice americana ad aver eseguito con successo un triplo Axel. La sua scelta è ricaduta su questo personaggio femminile perché, un po’ come Tonya che cerca di eliminare la rivale perfetta, dentro e fuori la pista di pattinaggio,- spiega l’autrice – “anche io, almeno una volta nella vita, ho fortemente desiderato eliminare qualcosa che odiavo o che rappresentava un ostacolo. Tonya lo ha fatto e in lei ho rivisto qualcosa di me, per questo motivo l’ho scelta come amica immaginaria”.

Per Michela Murgia l’amica immaginaria è invece la morgana Santa Caterina da Siena,

“visionaria e autrice di miracoli. Mi piaceva per questo suo essere eversiva e libera- spiega– perché era una donna che aveva ottenuto il potere grazie a se stessa, senza essere passata da un uomo. Quando l’ho scelta avevo in mente l’icona della mia infanzia e giovinezza, una donna partita dal più totale analfabetismo che voleva fare la suora. Nonostante sia stata ostacolata dalla sua famiglia sin da bambina, alla fine diventa così potente e lucida nella sua visione religiosa da arrivare ad influenzare due Papi. La sua immagine nel libro, con le stigmate sulle mani poggiate sul volto, quasi a mostrare gli occhi, significa che il dolore e quello che crediamo sono in realtà delle lenti che potenziano lo sguardo sul mondo”.

Il terzo e ultimo ingrediente è quello forse più difficile da trattare: il fallimento, da Michela Mugia e Chiara Tagliaferri definito come un passaggio importante da affrontare per mettere in moto la spinta in grado di generare un cambiamento. Il ‘motore’ per la Tagliaferri è stato il film di Quentin Tarantino Planet Terror, perché nella protagonista ha rivisto qualcosa di morganico:

“Vidi questo film per la prima volta a Matera con mio marito. La storia della protagonista, forte e tenace, mi colpì moltissimo e oggi ripenso a lei come a una Morgana, perché considerava il fallimento come un incidente di percorso, non importante. A questa considerazione sono giunte anche altre morgane di cui abbiamo parlato nel libro come Zaha Adid, definita l’architetto di carta perché tutti i suoi progetti rimanevano tali o Vivienne Westwood che, nonostante i suoi numerosi fallimenti, matrimonio in primis, ha sempre trovato la forza di ricominciare da zero o ancora Shirley Temple, che crescendo ha potuto reinventarsi e diventare quello che voleva e non quello che gli altri avrebbero voluto diventasse”.

Per Michela Murgia invece il fallimento è stato un passaggio di vita personale e che ha come elemento rappresentativo la fede nuziale:

“Per anni ho evitato tutte le proposte di matrimonio che mi venivano fatte fino a quando, a 35 anni, decido di sposarmi con il mio compagno di allora, che di anni ne aveva 23. Decido di compiere finalmente questo passo perché tutto nella mia vita stava andando per il verso giusto, ma ben presto mi accorgo di aver fatto un errore. Mi sentivo come un animale in gabbia e decisi di parlarne con lui. Arrivammo alla conclusione di separarci, così andammo all’anagrafe e mettemmo in atto il divorzio breve. La fede, però, ce l’ho ancora oggi ma non – come sottolinea – perché ci sia affezionata, ma perché mi ricorda che la fede che lo spazio delimita per me è troppo stretto. La tengo soltanto di notte perché per effetto della circolazione le mani mi si gonfiano e la mattina, quando mi sveglio, l’anello che stringe mi ricorda perché ho divorziato. Questa è esattamente la metafora del rapporto matrimoniale che per me non va bene e quando mi dicono ‘hai alle spalle un matrimonio fallito’ io rispondo ‘no, non lo è. Il mio è un matrimonio finito. I matrimoni falliti sono un’altra cosa e spesso stanno ancora in piedi’. Questa cosa è stata vera per molte delle morgane che ho descritto come Moana Pozzi e Moira Orfei. Io questo non lo considero un fallimento ma un passaggio che dovevo affrontare nella mia vita. Se io oggi sono quella che sono è perché ho attraversato anche strettoie che altri hanno definito fallimenti. Io ne sono uscita più forte“.

Rispondi