massacro del circeo

Il 29 settembre del 1975 avveniva quella tragedia passata alle cronache, e ormai anche alla storia, con il nome di massacro del Circeo.

Gli agghiaccianti fatti sono noti. Tre ragazzi annoiati della Roma bene rimorchiano due ragazzine di 17 e 19 anni molto meno agiate di loro, le portano nella casa della famiglia di uno di loro e pensano bene di sfogare i più bassi istinti animaleschi sulle due ragazze, ridotte a carne da macello. Una delle due, Rosaria Lopez non sopravviverà a quelle 36 ore di torture e violenze. L’altra, Donatella Colasanti, scampata solo fingendosi morta anche lei, porterà per tutta la vita i segni di quella follia sanguinaria.

Non rivanghiamo qui i dettagli più agghiaccianti di questa storia dolorosa, ma a distanza di 46 anni dal massacro del Circeo cosa rimane, oltre all’orrore?

Cos’ altro c’è da dire di quell’evento che sconvolse l’Italia, oltre a quello che si è già detto?

Qualcosa che è ancora di scottante attualità.

Se per Rosaria Lopez infatti, la brutale fine a soli 19 anni, aveva segnato l’epilogo di 36 ore di lucida follia, per Donatella Colasanti, la sopravvissuta, essersi salvata dal massacro segnò l’inizio della grande battaglia per avere giustizia.

Una battaglia che le costò moltissimo perché Rosaria, morta, era per certo la vittima del delitto del Circeo, ma a Donatella e a quelle come lei, sopravvissute a una violenza, nei tribunali dell’Italia degli anni ’70 si chiedevano spiegazioni.

Ecco allora, cosa ricordare, oltre al massacro, dei fatti del Circeo, a 46 anni di distanza.

Massacro del Circeo, il processo alla vittima

Oltre che in quella casa sul mare che divenne teatro di tragedia, torniamo in tribunale. Lì, dove si celebrò il processo contro i tre bravi ragazzi della Roma bene. Torniamo in tribunale ad ascoltare come sono state sezionate vita e abitudini di una ragazza di diciannove anni finita in un girone infernale. Torniamo ad ascoltare quelle domande che insinuavano chissà quale colpa, chissà quale responsabilità, chissà quale peccato imputato a quella che, in realtà , anche se sopravvissuta,era una vittima innocente.

E torniamo a leggere i titoli dei giornali di quei giorni che scavando nel vissuto delle vittime le etichettano con frasi come “Ragazze di periferia con la voglia di uscirne”.

Roba che non succede più? Sarebbe bello poter pensare che in più di quattro decenni le cose siano sostanzialmente cambiate. Sappiamo bene purtroppo però che anche oggi, le donne che hanno la sfortuna di essere violentate o persino ammazzate, finiscono presto sotto occhio inquisitorio di chi è pronto a scavare, a capire, a farsi domande che ritiene legittime e che tali non sono.

Come era vestita? Perché girava da sola a quell’ora di notte? Come mai ha lasciato passare tanto tempo prima di denunciare la violenza? Perché n on se ne è andata al primo schiaffo?

E via elencando. Dopo quasi mezzo secolo, siamo qui ad assistere ogni giorno ancora al terribile supplizio addizionale che ha subito, dopo l’indicibile violenza, anche Donatella Colasanti. Siamo qui a osservare processi mediatici e non solo, che mettono al centro la vittima, e ne insinuano colpe che non possono esserci.

A 46 anni dal delitto del Circeo, ci chiediamo ancora, non è che quella se l’è cercata?

E questa è una delle riflessioni che andrebbe fatta a voce alta, in questo penoso anniversario.

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