Tutto pronto per il fischio d’inizio del campionato italiano di Serie A. Per 38 domeniche gli appassionati e le appassionate di calcio potranno tornare a far battere i loro cuori seguendo le gesta della loro squadra. Ma tra giocatori, tecnici, dirigenti, tifosi e tifose che si preparano a vivere grandi emozioni, di certo c’è anche una trentenne toscana che si chiama Maria Sole Ferrieri Caputi ed è la prima donna che potrà arbitrare gare del massimo campionato italiano, ovvero di uno dei campionati più importanti del mondo.

In un mondo, come quello del calcio, in cui la supremazia maschile è sempre meno schiacciante, almeno sul piano di chi tifa e chi commenta, un’arbitra in serie A dovevamo ancora vederla, e a breve,finalmente, ci riusciremo.

La prima gara della nuova stagione affidata a Maria Sole Ferrieri Caputi, fresca di una direzione al Marassi in Coppa Italia, è infatti un match di B: Modena- Frosinone. L’appuntamento con la serie maggiore è dunque per ora rimandato.

Maria Sole Ferrieri Caputi, la passione per il calcio, la gavetta e l’orgoglio di essere la prima

Ma chi è questa prima donna che sfonda nel suo piccolo quello che finora è stato un muro di cristallo?

Livornese, classe 1990, la prima donna che dirigerà gare in Serie A, è laureata in sociologia e lavora da ricercatrice in un Centro Studi, occupandosi di temi relativi alla sociologia del Lavoro. La passione per il calcio, come ogni vera ossessione nasce già da bambina, quando avrebbe tanto voluto giocare a pallone, ma i genitori non erano molto convinti dell’idea e così quel desiderio ha dovuto metterlo da parte per un pò. A 16 anni però, quando era ormai in grado di decidere per se stessa, Maria Sole Ferrieri Caputi è riuscita lo stesso a realizzare il sogno di calcare i campi, anche se in modo diverso da come avrebbe voluto tanti anni prima. Niente discese sulla fascia, takle, calci di rigore, esultanze scomposte per un gol al novantesimo: lei sarà quella con il fischietto e i cartellini gialli e rossi, la giudice imparziale delle imprese altrui. Si iscrive alla scuola per diventare arbitra e da lì inizia una carriera che, attraverso una lunga trafila, la porta oggi al debutto sui campi della serie A.

In una lunga intervista a Famiglia Cristiana alla domanda se, da donna, abbia faticato di più dei suoi colleghi per arrivare al vertice lei risponde: “I test sono gli stessi. Per arrivare fin qui direi che, sì, negli anni scorsi qualcosa in più ho dovuto dimostrare. Adesso però non ho la sensazione di arrivare in un ambiente ostile. Il calcio per soli uomini di qualche anno fa ha fatto grandi passi avanti nella cultura dell’inclusione. I colleghi mi hanno accolta con tante chiamate di benvenuto. Sono grata di avere questa possibilità. L’essere la prima donna mi dà una responsabilità in più, sta a me ora dimostrare di essere all’altezza di non sfigurare”.

Racconta anche di come gli insulti, le offese, le grida contro, siano arrivati molto più spesso dalle tribune di quei catini infuocati che sono i campi delle serie minori o anche giovanili, che non dal campo, dove il direttore di gioco, maschio o femmina che sia, viene sempre rispettato, mentre sugli spalti dove erano assiepati i genitori di suoi coetanei il fair play rimaneva qualcosa di piuttosto sconosciuto.

Tutte esperienze utili comunque, gavetta preziosa che l’ha portata dove è ora, ovvero as essere la prima, ad aprire l’ennesima strada che percorreranno sulla sua scia, anche tante altre ragazze che lo desiderano, armate di sogni, passione, determinazione e pazienza.

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