maria paola gaglion ciro

Parco Verde, a Caivano, è una di quelle terre di nessuno ma con nomi bellissimi che crescono come metastasi alla periferia delle grandi metropoli, dove non c’è niente, né servizi, né punti di aggregazione, né speranza. E’ qui che è nato e sbocciato l’amore tra Maria Paola e il suo compagno Ciro. Ciro è un ragazzo trans con cui da poco Maria Paola era andata a convivere. Un amore contrastato, una scelta che non era piaciuta alla famiglia della ragazza  e che è costata la vita alla diciottenne. L’incidente in cui è morta, è stato provocato dal fratello furioso che vedeva la sorella come ‘infetta’.

Una storia di violenza che trova l’opinione pubblica già sconvolta e sollecitata dal massacro senza senso di un altro ragazzo, Willy, a Colleferro, una settimana fa. Una storia però, quella di Maria Paola e di Ciro che ora la piange, che porta con sé anche altri elementi. Sfumature diverse che portano dritti alla questione della violenza di genere e a quella dell’omobistransfobia.

Ne parliamo con Simone Alliva, giornalista dell’Espresso e autore del libro-inchiesta “Caccia all’omo- Viaggio nel paese dell’omofobia” edito da Fandango. Per la sua inchiesta Simone ha girato su e giù l’Italia, incontrando e ascoltando storie che, se si toglie il tragico epilogo, non sono così diverse da quella di Maria Paola e Ciro.

Storie di violenza e di intolleranza, storie di omotransfobia. E’ corretto dire che di questo parliamo quando parliamo della tragedia di Caivano?

“Questo è un episodio che unisce nel modo più tragico due questioni: quella del femminicidio e quella della transfobia. Maria Paola è vittima di un femminicidio che è un atto in cui il potere patriarcale si scaglia contro la libertà di scelta femminile. Ma questa fine è frutto anche dell’omotransfobia perché la vittima è stata punita per avere scelto di amare un ragazzo trans. Questo tipo di violenza non è accidentale, è qualcosa di strutturale che continuiamo a non voler vedere. Di fatti come questo siamo responsabili tutti: istituzioni, scuola, media.

E’ un enorme problema culturale che invece di affievolirsi si è aggravato negli ultimi anni, proprio di pari passo alla crescente visibilità e richiesta di diritti della comunità LGBT+. Una comunità che più si conquista la diginità del diritto all’esistenza, più porta avanti rivendicazioni, più scatena  la reazione dei peggiori istinti della nostra società. Nel caso di Maria Paola basta ascoltare le parole del fratello per capire da quale profondità arriva quella non accettazione che lo ha portato a uccidere la sorella. L’assassino ha detto: “Prima era ‘normale’, ora è stata ‘infettata’” (da Ciro), esattamente come se parlasse di una malattia, di un terribile morbo”.

Anche i media in realtà, hanno dimostrato, ancora in questa occasione di sentirsi piuttosto a disagio nel raccontare queste storie. Penso, ad esempio, alle tante, testate che hanno chiamato Ciro, Cira negandogli la propria identità. E’ una spia di quanto ancora non riusciamo ad accettare ciò che è ‘diverso’?

“E’ qualcosa che viviamo da tanto tempo,  non credo si tratti solo di ignoranza, penso che sia più una questione strategica, di presidio. Non si vuole informare, non si vuole dare la giusta luce a queste storie, perciò non ci si sforza a usare il giusto linguaggio. C’è proprio un disinteresse a capire per poi poter spiegare bene determinate situazioni. Ma d’altronde, nei posti di potere, anche nelle redazioni, a decidere sono sempre uomini e anche di una certa età, che nella cultura di cui stiamo parlando sono nati e cresciuti e l’hanno assorbita tutta.

 E’ la stessa cultura che  porta alla difficoltà di declinare al femminile determinate professionalità.  Sindaca,  ministra, magistrata, sono parole che riconoscono ruoli nuovi alle donne. Sono parole che la nostra cultura fa di fatto ancora fatica ad accettare e ciò si rispecchia nel linguaggio. Così, non usando le giuste parole per raccontare una storia come quella di Maria Paola e Ciro ci si rifiuta di dargli luce, di riconoscergli la dignità e l’esistenza. Manca la volontà di metterci all’ascolto dell’altro”.

Nel tuo libro “Caccia all’Omo” racconti tante storie di intolleranza e violenza omotransfobica. Credi che la morte di Maria Paola abbia sconvolto l’opinione pubblica, oltre che per il tragico epilogo, anche  per il momento in cui è arrivata, a pochi giorni dall’altra tragedia di Colleferro? Ci avrebbe scosso altrettanto  la morte di Maria Paola legata alla sua storia con Ciro, figlia della ferocia transfobica, se questo fatto fosse avvenuto un anno fa o tra tre mesi? E perché?

Questo episodio ha suscitato l’attenzione mediatica per molte ragioni. La prima è che ci troviamo di fronte alla storia, finita tragicamente, tra una ragazza etero, “normale” per la cultura dominante e un ragazzo trans. Quindi ci troviamo davanti a un femminicidio a cui si somma un atto di transfobia. Poi questo tragico fatto ha attirato l’attenzione anche per il momento in cui si è verificato.

L’opinione pubblica è ancora scossa da quello che è successo a Colleferro, e quest’altro atto di violenza insensata ci ha trovati più pronti a reagire. Però di fatti come questi, purtroppo, ne succedono tutti i giorni. Un paio di settimane fa una trans è stata accoltellata e uccisa dal compagno. Nessuno ne ha parlato e questo anche perché spesso le vite delle trans vengono considerate tutte borderline. Quando avviene una morte violenta in molti la danno quasi per scontata E’ sempre una questione  di conoscenza, di approccio culturale. Arrivo a dire, estremizzando ovviamente, che se Maria Paola fosse stata una trans, si sarebbe parlato molto meno anche di lei. Tra due settimane, un mese, ci sarà un’altra Maria Paola, o un altro atto di violenza contro qualcuno che ha fatto una scelta che non sappiamo capire e accettare, e molto probabilmente non ne parlerà nessuno.

Come sempre in questi casi, all’indomani della tragedia tutti invocano ‘misure esemplari’ e l’intervento dello Stato, ma la marcia della legge sul’omobistransfobia finora è stata lunga e accidentata, a che punto siamo? Come potrà essere utile la legge Zan una volta emanata?

Sto ascoltando le dichiarazioni  parlamentari,  ministri in questi giorni, che tutti in coro dicono: ‘Bisogna fare qualcosa’. Ecco, bisogna fare qualcosa, ma intanto c’è la legge contro l’omotransfobia parcheggiata in parlamento che aspetta di essere approvata. A ottobre ricomincerà l’iter e si spera che la determinazione che ascoltiamo nelle loro parole in questi giorni si trasformi in un atto concreto.

Questa legge è particolarmente preziosa non solo nella sua parte repressiva che prevede il riconoscimento del reato di omotransfobia ma per la sua parte costruttiva. Quella che prevede un lavoro più profondo sul cambiamento culturale. Serve educazione, sensibilizzazione, corsi di formazione, serve spiegare, parlare per battere l’intolleranza. Ci sono tante associazioni che ogni giorno fanno questo paziente e faticoso lavoro, ma non arrivano ovunque.

Pensiamo a realtà che non siano le grandi città, pensiamo a piccoli centri, serve una rete più ampia e un lavoro istituzionalizzato, così come serve maggior sostegno alle vittime che spesso hanno paura a denunciare, anche solo perché non hanno ancora fatto coming out, vittime che quando denunciano si ritrovano in mezzo alla strada e non hanno la possibilità di rivolgersi a case rifugio. I problemi sono tanti, ma il primo problema è quello culturale. Per quello che ci riguarda, bisogna continuare ad ascoltare e raccontare le loro storie che sono tantissime e sono storie come quelle di Maria Paola e  Ciro. Storie che mettono davanti allo specchio la nostra società che tollera sempre di più e accetta sempre meno, e la costringe a confrontarsi con la sua difficoltà di relazionarsi con il diverso”.

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