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MARIA FALCONE: LE IDEE DI GIOVANNI RIVIVONO NEI GIOVANI

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“Giovanni e Paolo hanno cambiato le cose, la storia, e ci hanno fatto capire che cosa era veramente la mafia e come la sua esistenza attentasse anche alla democrazia del nostro Paese”.

Maria Falcone apre così il convegno Le Università per la legalità svoltosi alla Sapienza di Roma in cui ha ripercorso, insieme agli studenti, la vita di suo fratello Giovanni, magistrato antimafia ucciso da Cosa Nostra il 23 maggio dell 1992.

Le parole con cui la sorella traccia la figura di Falcone  suonano più importanti ascoltate all’indomani del 20 aprile scorso giorno in cui è stata emessa una sentenza che qualcuno definita ‘storica’ sulla trattativa Stato-Mafia.

Nonostante molte domande ancora senza risposta, i giudici si sono pronunciati per la condanna di boss di Cosa Nostra, carabinieri ed ex vertici del Ros e del fondatore di Forza Italia Marcello dell’Utri.

Una piccola vittoria che ha ridato dignità ed onore a tutte le vittime innocenti uccise per mano mafiosa, primi fra tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

IL MIRACOLO DI OGGI

Parlando ai giovani in platea, Maria li definisce “il miracolo di oggi”, perché è a loro che lei, ma ancora prima Giovanni, ha ceduto il testimone e commissionato il compito più importante, quello di ricordare e portare avanti il lavoro di suo fratello e di Paolo Borsellino:

“In un paese dove spesso si dimentica e dove la memoria dura poco, che il ricordo di ciò che hanno fatto Giovanni e Paolo potesse durare così a lungo e potesse partorire nelle giovani generazioni questa voglia di continuare a lavorare e andare avanti è quasi inimmaginabile”.

I giorni successivi al 23 maggio del 1992, data della morte di Giovanni, della compagna Francesca Morvillo e dei tre uomini della sua scorta, Maria provò grande dolore e un forte senso di smarrimento, sentimenti che si intensificarono il 19 luglio 1992, quando morì Borsellino:

“Nei giorni del trigesimo di Giovanni, Paolo mi aveva detto di non preoccuparmi e che avrebbe continuato lui il suo lavoro. Quella per me era un grande rassicurazione, ma la sua morte mi inflisse un altro duro colpo. Gli adulti ricorderanno il viso di Antonino Caponnetto in televisione che diceva tutto è finito. Quanti di noi adulti hanno detto è tutto finito? Io non potevo sentirlo dire. Quei 12 anni di vita vicino a Giovanni ci avevano portato a non parlare di mafia, quasi addirittura a negare l’esistenza della mafia stessa, ma dopo essere arrivati a quel maxi processo, arrivammo alla constatazione che la mafia esisteva, che era organizzata in una determinata maniera e che non era più soltanto un fenomeno rurale o cittadino, ma finanziario”.

 

LA MAFIA NON ESISTE

Non furono momenti facili per Falcone e la sua famiglia. Nonostante le minacce subite, Giovanni non si tirò mai indietro e con coraggio portò avanti la sua battaglia contro la mafia, fenomeno della cui esistenza si interrogava anche la magistratura, come ricorda Maria:

“Negli anni 80, agli inizi del suo lavoro, ricordo che Giovanni ci raccontò che un suo collega magistrato, che lo aveva visto arrivare da Trapani e occuparsi di fatti di mafia, gli chiese se lui credesse nell’esistenza della mafia. Siamo nel 1982 e la domanda non veniva fatta da un uomo della strada, ma da un magistrato del Tribunale di Palermo che si poneva addirittura il problema se la mafia esistesse oppure no”.

Le battaglie di Giovanni sono state per tanti anni anche quelle di Maria, che gli è sempre stata accanto e con lui ha condiviso vita, sacrifici e paure. Dopo la sua scomparsa, Maria ha iniziato a portare la testimonianza di Giovanni nelle scuole e lo ha fatto anche al convegno alla Sapienza, ripetendo le parole che lei stessa ha definito “il testamento morale” di Giovanni: “gli uomini passano, ma le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini”. Si tratta di una frase importante che lui aveva detto, poco prima del maxi processo, a tre giornalisti palermitani che in un’intervista gli avevano chiesto cosa avrebbe voluto dire ai cittadini italiani dopo aver portato a giudizio, con la sua istruttoria, 476 imputati:

“Giovanni rispose con questa bellissima frase che io ritrovo scritta in tutte le scuole d’Italia dove vado e di cui spiego sempre il significato ai ragazzi. Giovanni sapeva che sarebbe finita com’è finita, glielo aveva anche detto Buscetta. ‘dottore dopo le mie dichiarazioni lei diventerà una star mondiale ma si ricordi che il suo conto con la mafia si concluderà soltanto con la sua morte. È convinto di voler iniziare questa avventura?’ E Giovanni rispose ‘non si preoccupi dottor Buscetta, dopo di me altri magistrati continueranno il mio lavoro’, e così è stato. Sapeva che anche dopo la sua morte tutto il suo lavoro, e quello del suo pool e degli altri magistrati, non si sarebbe fermato e sarebbe andato avanti. Dopo quelle parole non potevo permettere che tutto finisse e non mi sono fermata neanche io”.

 

OGNUNO LA PROPRIA PARTE

Giovanni Falcone chiedeva a ciascuno di fare la propria parte, piccola o grande che fosse, e di fare in modo che le sue idee continuassero a rivivere in altri uomini che come lui credevano nella giustizia. Maria sapeva bene la fatica che gli era costata pronunciare quelle parole, soprattutto perché sapeva che di lì a poco non sarebbe più stato lui a portare avanti quelle idee ma qualcun altro.

È il giorno dei suoi funerali che Maria inizia a chiedersi che cosa fare per continuare a mantenere in vita le idee del fratello, come spiega lei stessa:

“Dopo la sua morte iniziai a ripensare a quella frase rimasta impressa nella mia mente perché, con essa, furono tappezzate tutte le strade di Palermo il giorno dei suoi funerali ed io, che ero in macchina con Paolo, vedendo quella frase ovunque, mi sono chiesta quale può essere la mia parte? Quale idea di Giovanni posso portare avanti?”.

La risposta a questa domanda Maria l’ha trovata qualche anno dopo ripensando ai momenti di convivialità familiare, quando suo fratello veniva a cena a casa sua e parlava con i suoi figli, come ricorda lei stessa:

“Non lo facevo parlare molto di mafia perché quei nostri incontri dovevano servire a rilassarlo però, quelle poche volte che parlava di mafia, diceva che non era solo un fatto criminale che si può combattere solo con la repressione attuata dalle forze dell’ordine e dai magistrati. La mafia è anche, e soprattutto, un fatto culturale, quindi per sconfiggerla bisognava che cambiasse la società attraverso un salto generazionale e creando dei giovani che avessero soprattutto quella cultura della legalità che li portasse a quel rispetto delle leggi e a poter mettere da parte quella colpevole indifferenza della società”.

Ripensando a quei momenti e alle sue parole, Maria ha iniziato a rivolgersi ai giovani ed è da e insieme a loro che è ripartita. Li ha nominati testimoni dell’eredità di Giovanni e attraverso la Fondazione Falcone ha portato avanti il suo progetto, come ha rivelato ai numerosi studenti presenti:

“Ho scelto la mia via, la parte da svolgere come atto d’amore nei confronti di Giovanni, quella di andare nelle scuole e parlare ai giovani del suo amore per la Patria e per la democrazia. Nei momenti di sconforto avrei voluto vedere tutti voi giovani che siete il risultato del lavoro di ieri, di oggi e di domani. A voi passo il testimone e qui, oggi, ancora una volta voglio dirvi grazie”.

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