maria concetta cacciola

“So che succede. Io torno, mi fanno ritrattare e poi mi ammazzano, ma io ho paura a tornare, però devo farlo per i miei figli”. Maria Concetta Cacciola sapeva cosa sarebbe successo.

Ogni sua scelta l’ha compiuta con lucidità e consapevolezza, calcolando ogni rischio, mettendo sul piatto della bilancia, il valore della libertà, sua e dei suoi figli, e l’enorme prezzo che avrebbe pagazzo.

Maria Concetta Cacciola sapeva come sarebbe finita, perchè da quando era nata aveva respirato i pensieri, gli atteggiamenti, le azioni, le atrocità di quelli che le diedero la vita e poi la tolsero dalla faccia della terra.

Aveva solo 31 anni questa donna, quando ne ritrovarono il corpo sfregiato dall’acido muriatico che le aveva mangiato la bocca. Una bocca che aveva parlato troppo.

Maria Grazia Cacciola, la sua ribellione contro la ‘ndrangheta

Maria Concetta Cacciola era nata in una famiglia di ‘ndrangheta a Rosarno. Figlia, sorella, cognata, moglie di ‘ndranghetisti, il suo destino era segnato. Sarebbe stata la sua, una vita di violenze, sopraffazioni, silenzi, sangue e crimine, se non avesse trovato la forza di dire basta.

Padre e fratello ‘ndranghetisti, la danno in sposa, a 13 anni a un altro capoclan, per rafforzare alleanze e controllo criminale del territorio. La vita di Maria Concetta è quella di tante altre donne in quell’ambiente: silenziosa, sottomessa, costretta a subire ogni violenza e sopruso. Passa dalla violenza del padre boss padrone a quella del marito che, quando litigano, le punta una pistola in faccia.

La salvezza Maria Concetta la trova con la speranza che porta la vita nuova. In un percorso tanto simile a quello di altre donne che scelgono di ribellarsi al contesto mafioso in cui sono immerse, come Lea Garofalo e molte altre, sono i figli a dare la spinta alla madre per iniziare un percorso verso la libertà. Un percorso che non può che passare attraverso la totale rinnegazione dell’ambiente mafioso di provenienza. Un percorso rischioso ma necessario.

Maria Concetta Cacciola, questo percorso lo inizia nella primavera 2011 quando i carabinieri di Rosarno la chiamano in caserma con la scusa di un problema realtivo al figlio, sorpreso alla guida di un’auto senza patente. Ma la chiamata è solo il pretesto per sondare il terreno con la donna.

Lei ci pensa, e pochi giorni dopo decide di scegliere la libertà: per lei stessa e per i suoi figli. Si reca alla DDA e racconta quello che sa sulla sua famiglia. Gli inquirenti la ritengono subito attendibile e la fanno entrare nel programma di protezione per i testimoni di giustizia spedendola lontano da Rosarno, a Genova.

A Maria Concetta però non basta la sua nuova libertà, perchè quella battaglia lei la porta avanti innanzitutto per i suoi figli. Sono loro che si devono allontanare con lei. La famiglia conosce bene questo suo punto debole e non esita ad usarlo, alternando minacce blandizie e ricatti.

E alla fine, la giovane donna, cede al suo istinto e torna a Rosarno, per prendere i suoi figli. Dalle intercettazioni esce fuori la lucidità con cui Maria Concetta fa questo passo, pienamente coscente che il rischio di tornare nel suo paese è altissimo. Nonostante le rassicurazioni dei famigliari che la obbligano a firmare una ritrattazione in cambio, a loro dire, del perdono, la donna sa che la ‘ndrangheta non perdona.

E infatti, poco dopo Maria Concetta Cacciola viene uccisa nel modo più brutale, con la bocca traditrice bruciata dall’acido, colpevole, prima di tutto, di aver parlato troppo. Ma la sua ribellione è ancora oggi un atto di coraggio ed esempio per chi, da quei contesti, vuole fuggire.

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