marco vannini

Marina, la mamma di Marco Vannini ripercorre le tappe dei cinque lunghi anni di battaglia per la giustizia, ospite in tv. Da quella sera in cui il figlio ventenne la salutò per andare a dormire a casa della fidanzata, da cui non tornò più. Marco Vannini fu ucciso da un colpo di pistola sparato dal padre della sua fidanzata, Antonio Ciontoli, e nessuno in una casa in cui era presente tutta la famiglia aiutò Marco a salvarsi.

Le bugie, i depistaggi, le incongruenze del caso hanno sin da subito convinto i genitori di Marco Vannini che quello che era successo al figlio non poteva avere i contorni della casualità e che i colpevoli andavano inchiodati alle loro gravissime responsabilità Così si sono imbarcati in una battaglia lunga cinque anni tra difficoltà e sconfitte. Fino alla vittoria finale, con il processo di Appello bis che ha condannato Ciontoli e i suoi famigliari per omicidio volontario e concorso.

Marco Vannini, morte di un bravo ragazzo

Durante questa lunga battaglia i genitori di Marco non sono mai stati soli, la solidarietà e la richiesta di giustizia per la morte di Marco Vannini, è stata sin da subito enorme.

“Forse per quella foto di Marco che ha iniziato subito a girare”- dice il papà-“ con quel sorriso bello, pulito è entrato nel cuore delle persone, e poi la vicenda purtoppo”.

Marina, la mamma di Marco Vannini, pensa che molto c’entri, con la solidarietà di tante persone, la loro sacrosanta battaglia per la giustizia:

“ Io dico che Marco è diventato il figlio di tutti perché abbiamo dovuto lottare per dimostrare quello che poi si è verificato essere vero. Abbiamo sempre sostenuto che fosse omicidio volontario, invece la difesa faceva di tutto per farlo passare per un incidente domestico. Il momento di svolta è stato quando abbiamo avuto accesso agli atti e abbiamo potuto vedere le telefonate al 118, con la prima chiamata disdetta, la seconda dopo 20 minuti che parlava di attacco di panico, pettine a punta, lì abbiamo capito che era successo davvero qualcosa di diverso”.

Cinque anni di battaglia per la verità

Da allora è iniziata una lunga e difficile ricerca della verità:

“Questi cinque anni sono stati anni duri, ma noi non ci siamo mai fermati davanti a niente neanche quando a piazzale Clodio, nel processo del primo appello c’era stata quella sentenza che aveva derubricato il tutto dando cinque anni a Ciontoli. La vita di mio figlio non poteva valere 5 anni. Ma davanti alle bugie tanta gente si è indignata”.

Quando le si chiede che ricordi ha di quella sera, Marina non ha dubbi:

Tutto ricordo di quella sera, come sono arrivati i Ciontoli, sin dall’inizio le bugie che ci hanno iniziato subito a dirci, l’arrivo di Martina venti minuti dopo, tante cose strane, ricordo tutto”.

In quel momento ha deciso che suo figlio meritava che si facesse piena luce su quella morte ingiusta, e alla fine, la giustizia è arrivata a stabilire la verità.

Giustizia, non vendetta

“Il 30 settembre per noi è stata una vittoria, perché la cosa più importante per noi non era la condanna ma la verità su quello che era stato fatto a Marco, omicidio volontario. Perché Marco non c’è più e noi volevamo solo giustizia.

Abbiamo lottato per 5 anni, prendendo 5 anni di schiaffi e quando è arrivata la sentenza per omicidio volontario è stata per me una liberazione, non una vendetta. Io volevo solo giustizia, perché noi non abbiamo più Marco e chi veramente pagherà per sempre siamo io e lui, che siamo condannati all’ergastolo”.

E per questo, perché quello che volevano la mamma e il papà di Marco Vannini, era solo giustizia per la vita spezzata del figlio nuent’altro, che riescono anche a pensare e a dire:

“Se ci sarà un risarcimento, lo devolveremo in beneficienza, per i giovani”.

Giustizia, non vendetta.

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