Home Attualità MA L’AMORE C’ENTRA?: LA VIOLENZA RACCONTATA DAGLI UOMINI

MA L’AMORE C’ENTRA?: LA VIOLENZA RACCONTATA DAGLI UOMINI

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Tre storie di uomini per raccontare tre storie di violenza di genere. Un punto di vista ancora poco esplorato, quello degli uomini maltrattanti che si sottopongono a un percorso di cambiamento, che Elisabetta Lodoli ha deciso di raccontate nel documentario “Ma l’amore c’entra?”: qui sono infatti gli uomini a raccontare le violenze che hanno commesso contro le loro compagne e a decidere di farsi aiutare.

“Ho incontrato Paolo, Luca e Giorgio (nomi di fantasia) al termine del loro percorso individuale durato un anno, da quando hanno deciso di entrare nel centro LDV (Liberiamoci dalla Violenza), il primo ad essere gratuito e gestito dal pubblico, fino ad oggi e ho documentato le loro storie e la loro voglia di cambiare”, spiega la regista.

La prima storia è quella di Paolo, 52 anni, la cui rabbia esplode dopo aver assistito ad un acceso litigio tra moglie e figlia. Racconta del drammatico momento in cui questa ha preso il sopravvento su di lui e di quando ha preso coscienza di volersi far aiutare dopo essersi sentito colpevole: “Dopo l’accaduto ho preso la moto e sono stato fuori casa per qualche giorno. Ho riflettuto tanto e alla fine sono giunto alla conclusione di voler chiedere aiuto, così mi sono rivolto ad un centro specializzato perché non mi riconoscevo in ciò che avevo fatto. Ricordo che uno dei momenti più toccanti del mio periodo al LDV è stato il racconto in gruppo. Non è stato facile ricordare cosa avevo fatto, ma grazie al percorso ho capito cosa significasse la violenza, sotto tutti i punti di vista”.

Simile a quanto accaduto nella vita di Paolo è la storia di Luca, iniziata nel luglio del 2013: “Ho visto la mia compagna strattonare nostro figlio, non ricordo per quale motivo, ma in quel momento è scattato in me qualcosa di violento.”, racconta l’uomo nel documentario “Mia moglie piangeva e i miei figli erano spaventati. L’episodio che mi ha fatto capire che avrei dovuto chiedere aiuto è stato quando ho sentito i miei figli rivolgersi alla mia compagna con lo stesso tono di voce da me usato quella sera contro di lei”.

Terza e ultima storia è quella di Giorgio, 56 anni, il quale è sempre stato molto aggressivo con gli altri maschi: “Bastava una piccola cosa per farmi arrabbiare. Così come si danno i baci io facevo partire le seggiole. Con i maschi non avevo filtri, ma quando ho capito che questo avrebbe potuto ripercuotersi anche sulle donne, comprese quelle della mia famiglia, ho deciso di intervenire”.

Tre storie quotidiane ed inquietanti, che la Lodoli ha raccontato con il suo punto di vista senza mai farlo emergere, come ha voluto sottolineare lei stessa: “Nel film ci sono perché li ascolto ma non ho avuto alcuna empatia. Ciò che mi ha permesso di mantenere le distanze è stato il riconoscimento della loro volontà di fare un percorso. Non ho voluto realizzare una spettacolarizzazione della violenza, perché ne siamo subissati, ma semplicemente far raccontare a loro ciò che avevano fatto per far capire che la violenza non è mai espressione dell’amore”.

Presente all’evento anche la psicanalista Manuela Fraire, secondo cui “la forza del film sta nel fatto che non sono gli uomini a parlare, ma degli attori messi in controluce in modo che ogni uomo possa riconoscersi in loro. La cosa che più mi ha colpita è stata la sorpresa di questi uomini quando hanno raccontato di essersi trovati di fronte ad una parte di se stessi inverosimile e che non avrebbero mai pensato esistesse. Anche se in questo film non c’è la voce degli uomini violenti sulla loro storia, il film è un invito alla narrazione, che è quello che fanno anche questi centri”.

I tre attori, Lorenzo Ansaloni, Andrea Lupo e Andrea Santonastaso, mettono in scena situazioni di normalità di cui sono vittime moltissime donne che spesso non sanno di avere al proprio fianco compagni violenti, come ha sottolineato la Fraire: “La cosa straordinaria di questo film è la non eccezionalità di queste storie, la normalità di questi uomini che potrebbero essere nostri parenti, amici o compagni. Visto il clamore della violenza sulle donne sembra sempre che gli uomini parlino di se senza essere degli assassini, invece è proprio quello il seme del male della violenza che avvelena le nostre vite, è che sono uomini assolutamente normali che perdono completamente la testa e non sanno perché”.

Nella società di oggi, “un possibile detonatore della violenza degli uomini sarebbe il grado di maggior emancipazione di cui oggi godono le donne ha sostenuto la psicanalista. È la perdita di questo potere che scatena la violenza maschile quindi, in questo senso, è importante che impariamo a parlare a loro di loro, ad essere delle interlocutrici e non le loro terapeute”.

In questa continua guerra tra uomini e donne, quale potrebbe quindi essere la risposta alla domanda “cosa possiamo fare?” secondo Manuela Fraire: “Non possiamo essere né le madri che accolgono i figli all’ovile dopo che hanno fatto dei disastri, né i giudici che li condannano. Bisognerebbe trovare una posizione attraverso la quale questi uomini provino finalmente la vergogna nei confronti di se stessi, e questo film mi ha suggerito esattamente questo vissuto da parte loro: alla vergogna per se stessi hanno affiancato la sorpresa di aver compiuto atti violenti e di essersi trasformati in qualcosa di diverso da se stessi. Si da’ spesso per scontato che la violenza sia parte dell’amore, mentre parte di esso è l’aggressività. La presa di coscienza è un momento molto importante che deve precedere la condanna, perché è soltanto facendo così che possiamo riuscire a cavarcela”.

 

 

 

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