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Torna stasera in tv su Rai Uno, Lino Guanciale. Questa volta l’amatissimo attore si cala nei panni di un altrettanto amato personaggio nato dalla penna di Maurizio De Giovanni: il Commissario Ricciardi.

La nuova serie racconta le avventure di un giovane commissario, che si muove sullo sfondo della Napoli degli anni ’30 e risolve i suoi casi grazie a un ’dono’ piuttosto particolare.

La fiction è composta da sei puntate e Lino Guanciale racconta così come si è approcciato a un personaggio così amato della narrativa noir.

 “Prima ancora di innescare il lavoro di ricerca per prepararmi al personaggio, la mia grande fortuna è stato essere prima ancora un lettore dei libri. Molto prima di sapere che poi sarei diventato il protagonista della fiction ad essi ispirati. Quindi il primo approccio con il commissario Ricciardi è stato da lettore entusiasta, prima ancora che da interprete”.

Sulla base di questo, l’attore è sicuro di poter dare un contributo nel ‘far digerire’ il Ricciardi televisivo ai fan di quello letterario.

“L’approccio da lettore al Commissario Ricciardi è anche la strada che ho scelto per lavorare sul personaggio. A incarico dato, ho potuto infatti fare leva su degli elementi di fascinazione che avevano agito in me in maniera del tutto libera. Cioè quando non c’era altro impatto di quello di una storia su un lettore. Credo che questo aiuterà anche una certa comunicazione tra questa fiction e i lettori affezionati dei libri di De Giovanni”.

Cosa lo ha colpito di più del nuovo personaggio? Presto detto.

“Credo che il Commissario Ricciardi abbia sul mondo un punto di vista teatrale. In fondo questa è anche la storia di un uomo abituato, pur da grande distanza e senza perdersi nessun dettaglio, ad osservare il respiro di altri esseri umani, e di un tempo e di una città. Questa è esattamente l’ottica che anche un attore deve acquisire per fare bene il proprio mestiere, che è mettersi nei panni degli altri”.

Lino Guanciale che viene dal teatro e a quella parte del suo lavoro è ancora legatissimo, non può, sollecitato, non pronunciarsi sull’attuale situazione di blocco forzato.

 “Le statistiche ci dicono teatri e i cinema erano luoghi sicuri dal punto di vista del contagio. Si è rinunciato a tenerli aperti per una logica che è comprensibile, quella per cui bisogna evitare spostamenti. Si è disposti ad accettarlo perché ovviamente la priorità è la salute di tutti. Io quello che lamento è la mancanza di trasparenza. Ci sta che non si abbiano le idee chiare di fronte a un’emergenza di questo tipo, ma sapere a quando poter pensare al nostro ritorno, predisporrebbe chi fa teatro ad organizzarsi meglio”.

Da più parti si lamenta la definizione dei lavoratori dello spettacolo come ‘non necessari’, e anche su questo l’attore ha delle idee piuttosto chiare.

“Penso che gran parte della responsabilità sia nostra se l’opinione diffusa è quella secondo cui noi, lavoratori dello spettacolo, facciamo solo divertire, quindi possiamo fermarci più degli altri. Non ci siamo mai preoccupati di spiegare il lavoro che facciamo davvero. Se chiedi agli artisti perché è necessario il suo lavoro, pochi riescono a rispondere in modo chiaro, perché non ci siamo mai trovati a doverlo spiegare. Dobbiamo prima di tutto essere noi ad avere coscienza del perché il nostro mestiere è utile, di quello che di importante portiamo nel mondo con il nostro mestiere”.

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