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Letizia Battaglia: “Pensavo: fotograferò tutto ma non la Mafia”

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Letizia battaglia

Letizia Battaglia, prima fotoreporter donna assunta in un quotidiano in Italia presenta al Macro il docu “Shooting the mafia” e si racconta a cuore aperto

Letizia Battaglia ha presentato in anteprima al MACRO-Museo di Arte Contemporanea di Roma, Shooting the Mafia, il documentario che racconta la vita e il lavoro della prima fotoreporter italiana ad aver fotografato per il quotidiano L’Ora di Palermo il lato violento e oscuro della Palermo degli
anni Settanta-Novanta, dominata dalla violenza mafiosa.

Prodotto da Kim Longinotto, verrà distribuito in Italia a dicembre.
Palermitana di origine, classe 1935, fa della sprezzante ironia, dell’occhio in camera per cogliere il dettaglio perfetto da immortalare e del suo caschetto rosa le sue armi vincenti. Shooting the Mafia è un viaggio interiore che mette a nudo l’anima dell’artista e ne svela gli elementi più intimi della sua vita personale e professionale.
Conosciuta in tutto il mondo come la prima fotoreporter a fotografare fatti di mafia per un quotidiano locale, L’Ora di Palermo, la fotografia arriva nella sua vita tardivamente, a quarant’anni compiuti, come una seconda chance che la salva da un triste destino ormai scritto.
Ribelle e fuori dagli schemi fin da bambina, scappa di casa e dal padre padrone a soli 16 anni. È con il suo primo ragazzo che si sposerà, convinta che sia l’uomo della sua vita ma che ben presto scoprirà essere come il padre, come spiega lei stessa:

“Incontrai l’uomo della mia vita per strada, mentre stava andando a prendere del latte: era un ragazzo di buona famiglia, benestante e più grande di me di otto anni. Mi dissi ‘sarà lui l’uomo che sposerò. Sarò felice, avrò tanti figli e sarò finalmente una donna libera’. Fu un matrimonio felice ma le cose non andarono come mi sarei aspettata. Il mio progetto era di riprendere la scuola, dopo la nascita delle mie tre figlie, perché non mi bastava più essere mamma e moglie ma mio marito non voleva perché pensava non fosse giusto per una donna. Iniziai a stare male psichicamente, così andai in Svizzera in una clinica. Lì mi dissero che avrei dovuto rimanere per due anni perché stavo male. Da quel momento la mia vita cambiò ed iniziai a diventare irrequieta”.


La libertà che tanto aveva desiderato nella stanza della sua casa a Palermo, quando suo padre le proibiva anche di affacciarsi alla finestra per paura che potesse essere vista dagli altri ragazzi del paese, e il desiderio di trovare un amore che non le tarpasse le ali svanirono ben presto.
L’amore tanto sognato inizia a cercarlo in altri uomini fino a quando una svolta drammatica cambia la sua vita: sorpresa in casa con l’amante, il marito le spara un colpo di pistola, fortunatamente non mortale. Quell’accaduto segna per lei il momento della rinascita ed è nella fotografia che trova la voglia di ricominciare:

“Volevo lavorare e e decisi di presentarmi a L’Ora come giornalista. La mia fortuna fu farlo ad agosto, quando quasi tutti i giornalisti erano in vacanza e quindi avevano bisogno di qualcuno. Piano piano cominciai a capire che la fotografia mi piaceva più della scrittura e che quello che avrei voluto fare non era la giornalista. Sentii che la fotografia era qualcosa attraverso cui avrei potuto esprimermi e attraverso cui raccontare anche me stessa”.


Inizia così il suo grande amore per la fotografia che si trasformerà contemporaneamente prima in passione poi in lavoro e che durerà diciannove anni. Per lei, che nella vita ha sempre dovuto lottare per raggiungere i suoi obiettivi e per conquistarsi il suo posto, diventare fotoreporter per un quotidiano della sua città fu un traguardo importante, ma mai si sarebbe aspettata che i soggetti delle sue foto sarebbero state le vittime uccise dalla mafia:

“Sono stata la prima fotoreporter donna in Italia a lavorare per un quotidiano. Ero felice di fare la fotografa e subito pensai che avrei fotografato bambini, donne, la strada, i quartieri popolari,qualsiasi cosa ma non la mafia. Dopo quattro giorni ci fu il primo omicidio e il ricordo di quel giorno è impresso nella mia mente: ci chiamarono al telefono per dirci che era stato trovato il cadavere di un uomo senza vita in campagna. Arrivammo sul posto e scoprimmo che il corpo dell’uomo era, in realtà, lì già da qualche giorno. Ricordo il vento che spostava le foglie dell’ulivo e l’odore di morte. Quello fu il primo dei tanti”.


Attraverso la lente della sua macchina fotografica, la fotoreporter ha mostrato al mondo il volto crudo di una Palermo violenta, dominata da una guerra tra spietati boss della malavita e uomini della giustizia. Sono gli anni della strage di Capaci e di Via D’Amelio, della trattativa stato mafia,
dei morti per le strade,…Tutto quell’orrore che si consumava sotto gli occhi della gente e dello Stato inerme andava raccontato senza paura, ed è quello che Letizia ha fatto per L’Ora:

“Ho fotografato la Palermo che ha vissuto quegli anni orribili. Non si sapeva chi fossero gli assassini e perché uccidessero. Solo dopo tanti anni scoprimmo le vere ragioni. Ho avuto macchine fotografiche rotte, mi hanno sputato, mi hanno minacciata di morte al telefono, ho ricevuto lettere anonime.Sono una persona coraggiosa ed è stata questa mia pazzia a darmi quel coraggio. Ricordo quando andai in tribunale a fotografare quei boss. Tremavo:ho solo uno scatto un poco fermo, poi ho tutte le altre fotografie mosse perché tremavo ma non di paura, di emozione perché questi boss davano la sensazione di potere crudele. Condividere il dolore con la macchina fotografica era molto triste ma per noi diventò un’abitudine. Dopo la morte di Falcone però, stanca di tutto quel sangue versato e di quella violenza, decisi di allontanarmi dalla fotografia. Furono anni difficili e che segnarono la mia vita e quella dei miei colleghi”.

Attraverso le sue foto in bianco e nero ha sollevato il velo di omertà che aleggiava sulla sua città,


“Come quando”, ricorda,“facemmo una mostra fotografia in una piazza di Corleone. Su dei pannelli esponemmo le foto dei loro mafiosi arrestati e ammanettati e fu un offesa incredibile. Capii che quel gesto, mio e di alcuni miei colleghi, avrebbe potuto costarci molto caro soltanto quando la
piazza, piena di gente felice che si godeva la domenica, si svuotò improvvisamente dopo aver visto le nostre foto. Non volevano vederle né essere nostri complici. Fummo completamento isolati”.


La sua terra oggi è sicuramente molto diversa da quegli anni, ma i fatti di mafia continuano a riempire le pagine della cronaca locale e Letizia porta avanti la sua personale battaglia contro la malavita unendo la sua più grande passione all’impegno civile. Un anno e mezzo fa, con il benestare
del Sindaco di Palermo, ha creato il Centro Internazionale di Fotografia che, come lei stessa ha voluto precisare:

“Non vuol essere soltanto un centro di fotografia, ma anche di musica, arti visive, il simbolo di una cultura che si oppone a quella mafiosa. Vorrei poter vedere, e sogno, la mia Sicilia senza mafia. Credo nelle generazioni future e in quello che possono fare i bambini di oggi per cambiare il mondo”.

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