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Dottorato e laurea al tempo del coronavirus: circostanze eccezionali, stessa gioia

Storie dalle nostre ‘vite sospese’. La conquista del dottorato o della laurea al tempo del coronavirus: via skype e senza festa, ma la gioia rimane

La vita continua. È una delle frasi più ricorrenti durante questa quarantena da CoVid-19 cominciata in Italia ormai da un mese. La vita continua, nel senso che, nonostante il dolore delle perdite, la difficoltà della situazione e l’incertezza del futuro, “bisogna tentare di vivere” come suggeriva Paul Valery.

Gli italiani hanno reagito alla situazione più straordinaria degli anni duemila con donazioni, canti e manifestazioni di solidarietà. Hanno colmato le distanze con gli affetti lontani tramite webcam e telefonate, si sono rimboccati le maniche perché la vita non si fermasse.

Studenti di ogni regione hanno posato con la corona d’alloro sul balcone di casa, dopo aver concluso un percorso di laurea in video-conferenza. È successo anche a Sveva, 28 anni, che dalla sua scrivania di Roma ha raggiunto la sua commissione di dottorato in Studi Linguistici e Letterari.

Non avrebbe mai immaginato di festeggiare così. Qualche mese fa, prima che questa minaccia diventasse reale, aveva girato per negozi in cerca dell’abbigliamento giusto. Gli amici avevano prenotato hotel e treni per poterle stare vicino. Aveva già pensato al ristorante.

Poi mano a mano sono arrivate le prime disdette, le avvisaglie che forse questa non sarebbe stata una crisi passeggera. Fino all’arrivo della e-mail ufficiale che lo annunciava, come tutti, ha sperato che potesse esserci un’altra soluzione. La sua ricerca aveva bisogno di voce, anche più praticamente di una lavagna su cui mostrare le conclusioni ai professori. Quei tre anni di sforzo e impegno meritavano una bella celebrazione.

“Poi però ho pensato che forse discutere era la cosa più produttiva da fare in un momento come questo e mi sono detta, perché no?”.

Eccola la vita che continua, il segno che cogliere queste complesse opportunità è il modo migliore per non farsi schiacciare. Quindi Sveva si è armata di ogni buona volontà: ha sistemato la sua postazione, affiancato un altro computer a quello che lei avrebbe utilizzato e concordato con gli amici un orario perché anche loro potessero assistere, proprio come doveva succedere.

Quella mattina si è ritrovata sola solo formalmente nella sua camera, circondata da voci e altrettante cuffie e computer, collegati da case lontane solo fisicamente.

“Poco prima di iniziare mi sono detta ‘stai calma, andrà tutto bene‘ senza nemmeno realizzare che in fondo è quello che mi dico sin dall’inizio della quarantena”.

Un secondo del familiare gingle di Skype ed eccola collegata con professori finora visti in cattedra e nei grandi studi universitari, ora accomodati tra cucine e scrivanie casalinghe.

“Dottoressa, illustri..”, chiede la presidente di commissione e quel tono rende immediatamente tutto reale. La tesi di Sveva parla di una lingua antica, di caratteri mai dimenticati e ancora misteriosi. La sua lavagna diventa un blocco di fogli che mostra poi senza esitazione alla webcam del suo pc.

“C’è stata una tale partecipazione da parte dei professori, uno scambio di opinioni così empatico e serrato da farmi quasi dimenticare che non fossimo nello stesso luogo fisico”.

In attesa del giudizio, appena salutati rispettosamente i giudicanti, è partito l’urlo degli amici. La stanza si è riempita di voci, la famiglia ha aperto con entusiasmo la porta e l’ha abbracciata. Un “Bravissima” dall’Abruzzo, un “Avrai certamente il massimo” da Milano, mentre il “Si sentiva che erano soddisfatti” è arrivato da un pc appoggiato su un balcone in riva al mar Tirreno.

Nelle parole della presidente, dopo il voto, si è sentita tutta la portata dell’evento. Semplici, ma d’effetto: un ringraziamento per aver accettato queste condizioni, dei complimenti sentiti per il traguardo e l’augurio commosso di poter tornare presto alla normalità.

“Non ho sentito nemmeno un pizzico di quella delusione che pensavo di provare per non aver potuto potuto seguire il classico itinerario. È stato emozionante, forse anche più del normale”.

È seguita qualche foto di rito, l’apertura del regalo in diretta con gli amici e un pranzo in famiglia. I complimenti dei relatori, ricevuti via mail e le telefonate dei colleghi, piene di giubilo e di curiosità. Sveva di quel giorno sorride, quando vede tutti gli amici in posa per l’istantanea su Skype. La consapevolezza di essere stata parte di un momento storico di difficoltà arriverà dopo, come per tutti.

Eppure è con momenti come questi che la normalità si ricostruisce, pezzo dopo pezzo. Grazie a chi continua a studiare, a impegnarsi per un risultato e a volerlo celebrare, nonostante la nostra scala valoriale sia stata capovolta dal virus. In quelle corone d’alloro fotografate sui balconi c’è l’Italia che resiste e spera, come Sveva. La vita davvero continua, nelle storie piccole di ognuno. In queste gioie nascoste sotto una pila di brutte notizie e che anche per questo brillano di più.

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