La donna che ha lasciato il neonato nella culla per la vita della clinica di Milano aveva il pieno diritto di farlo, e nessuno ha quello di giudicarla nè di metterla al centro dell’attenzione mediatica

 Non l’ha lasciato in un cassonetto, come hanno dovuto fare altre prima di lei. Si è assicurata che il bambino appena partorito fosse in un luogo sicuro e di lì a breve avesse il soccorso necessario alla sua sopravvivenza.

Ha utilizzato uno strumento che garantisce la sicurezza del neonato e l’anonimato di chi per qualche motivo profondamente personale ha valutato di non poter o non voler prendersene cura.

Eppure, la donna che ha fatto queste scelte responsabili e tutte pienamente rientranti nel suo diritto, si trova da due giorni sbattuta sulle pagine dei giornali, o nei servizi dei telegiornali, o addirittura sui canali social media della celebrità di turno che ha sentito l’impellente esigenza di dare un parere non richiesto.

La vicenda è, ovviamente, quella della donna che ha scelto di lasciare il suo neonato, Enea, in una culla per la vita, la mattina di Pasqua.

Le culle per la vita nascono nel 1993, per contrastare l’abbandono dei neonati nei cassonetti o in scatole per le scarpe, o comunque in strada. In Italia oggi le culle per la vita sono circa 50 e permettono a chi prende la decisione di lasciarvi un neonato di mantenere l’anonimato. Si trovano in ambienti protetti con porte automatiche, affacciate sulla strada e dotate di allarme che si attiva e avvisa il personale medico e infermieristico quando la porta viene chiusa.

Un meccanismo che rispetta un diritto dei genitori: quello del riconoscimento del bambino che infatti non è automatico, visto che si hanno dieci giorni di tempo dalla nascita per procedere.

Come definire il comportamento di questa donna, ragazza o ragazzina? In un paese civile lo definiremmo responsabile. Ma a queste latitudini prevale ancora l’irriducibile tentazione di minimizzare i confini dell’autodeterminazione femminile, soprattutto quando di mezzo ci sono i diritti riproduttivi. E la vicenda di Enea e della donna che gli ha dato la vita a poi ha compiuto un gesto di responsabilità per la sua sicurezza, è l’ennesima conferma di questo.

Perchè gli appelli alla madre di Enea sono intollerabili

Da due giorni dobbiamo sorbirci appelli e messaggi a una donna che aveva il diritto di fare ciò che ha fatto, basati sulla presunzione che il suo atto sia collegato unicamente a motivi economici. Appelli lanciati dal primario della clinica in cui è stato depositato Enea e, addirittura, da un comico (Ezio Greggio) che da Dubai si sente di dire la sua firmando via social l’accorato appello alla madre disgraziata, per niente paternalisticamente ‘zio Ezio’. In quel messaggio Greggio, non solo da per scontato che la madre del bambino sia disperata e bisognosa di aiuto economico, ma riesce anche a dire una frase come “Tuo figlio merita l’affetto di una mamma ‘vera’”. Ciò meglio una mamma vera che, per suoi motivi, non lo vuole, di una mamma adottiva che, probabilmente aspetta da anni, tra molte difficoltà di dare l’amore a un bambino.

Il tenore dei messaggi è comunque, soprattutto: “Ripensaci, ti sosterremo noi finanziariamente”.

Ovviamente, a nessuno degli illuminati protagonisti di questi accorati appelli sfiora il pensiero che, al di là delle ristrettezze economiche, ci possano essere un’infinità di altri motivi per i quali una donna decide che non può o (e questa è la notizia, signori) non vuole essere madre.

La decisione libera e pienamente legittima di questa donna potrebbe essere legata all’età, al fatto di non vivere in un ambiente sicuro per il bambini non solo dal punto di vista economico, o semplicemente al fatto di rendersi conto di non essere adatta o di non desiderare crescere un figlio.

Cosa sappiamo noi di questa donna? Nulla. Ed è giusto che sia così. Ora quindi, tornate alle vostre cose, perché Enea, grazie alla scelta di chi lo ha partorito, è tutelato dalle procedure di legge e, se tutti agiranno con coscienza come ha fatto chi gli ha dato la vita, troverà presto una famiglia che desidera un bambino e che saprà dargli tutto quello di cui avrà bisogno.

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