lara lugli
Fonte: Instagram

La festa della donna Lara Lugli, pallavolista, l’ ha celebrata con un lungo post di denuncia e battaglia su Facebook. Parole in cui racconta la sua storia assurda, eppure reale. Italia, 2021. Una lavoratrice che si scopre incinta è chiamata a ripagare il ‘danno’ provocato dalla gravidanza all’azienda per cui è sotto contratto. Questa la sintesi, agghiacciante, per i dettagli ecco il post integrale di Lara Lugli.

“Nel campionato 2018/2019 giocavo per la Asd Volley XXXXX, rimango incinta il 10/03 comunico alla Società il mio stato e si risolve il contratto…Questa la breve storia triste

Peccato che non sia breve poiché a distanza di due anni, vengo citata dalla stessa Società per DANNI, in risposta al decreto ingiuntivo dove chiedevo il mio ultimo stipendio di Febbraio (per il quale avevo interamente lavorato e prestato la mia attività senza riserve).

Le accuse sono che al momento della stipula del contratto avevo ormai 38 anni (povera vecchia signora) e data l’ormai veneranda età dovevo in primis informare la società di un eventuale mio desiderio di gravidanza, che la mia richiesta contrattuale era esorbitante in termini di mercato e che dalla mia dipartita il campionato è andato in scatafascio.

Ora…Non ero a conoscenza del fatto che il mio procuratore usasse puntare un arma da fuoco alle tempie dei presidenti per firmare un qualsiasi contratto, stupida io che credevo che inviasse semplicemente una mail con le condizioni e qualora venissero ACCETTATE seguisse una firma.

Poi…viene contestato l’ammontare del mio ingaggio troppo elevato ma poi accusi che dopo il mio stop la posizione in classifica è precipitata e gli sponsor non hanno più assolto i loro impegni. Ordunque il mio valore contrattuale era forse giusto?

Inoltre…chi dice che una donna a 38 anni, o dopo una certa età stabilita da non so chi, debba avere il desiderio o il progetto di avere un figlio?

Che mi prenda un colpo…non è che per non adempiere ai vincoli contrattuali stiano calpestando i Diritti delle donne, l’etica e la moralità?

Scusate l’ironia su un fatto GRAVISSIMO come questo, ma non so in quale altro modo affrontare la cosa.

Ammeto che alla lettura di quanto orridamente scritto, tra l‘altro da un’avvocatessa, sia stata pervasa da un profondo senso di sdegno e volgare incazzatura, ma il Signore ha voluto che la stessa sera avessi allenamento e dopo 5 minuti che ero in palestra con la mia squadra e complice il bagherone del giovedì, il sorriso tornasse sulla mia faccia. Ah perché se non lo sapete gioco ancora a 41 anni suonati e nessuno mi ha ancora trascinata per i capelli su un rogo.

Il fatto grave comunque rimane, perché anche se non sono una giocatrice di fama mondiale questo non può essere un precedente per le atlete future che si troveranno in questa situazione, perché una donna se rimane incinta non può conferire un DANNO a nessuno e non deve risarcire nessuno per questo. L’unico danno lo abbiamo avuto io e il mio compagno per la nostra perdita e tutto il resto è noia e bassezza d’animo”.

Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni. Questa mattina la Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, ha commentato così via twitter l’assurda vicenda di cui è vittima Lara Lugli.

“Invocare la condanna della pallavolista Lara Lugli perché in maternità è una violenza contro le donne. La maternità ha un insostituibile valore personale e sociale”.

Furiose anche le attiviste di Assit, l’associazione che difende i diritti della atlete e che si batte proprio contro questo tipo di storture nel mondo dello sport.

“Il caso di Lara Lugli, non è unico e non riguarda certo solo il volley. Ma evidenzia una pratica abituale quanto esecrabile e indegna, denunciata da 21 anni dalla nostra Associazione”. Dichiara la presidente di Assist Luisa Garribba Rizzitelli. “In forza di questa consuetudine le atlete degli sport di squadra o individuali, non appena incinte, si vedono stracciare i loro contratti. Rimanendo senza alcun diritto e alcuna tutela. 

Ciò anche quando non vi sia in presenza di una esplicita clausola anti maternità che, prima delle denunce di Assist, era la norma nelle scritture private tra atlete e club.

Pur avendo ottenuto due anni fa un piccolo intervento a supporto delle atlete con l’istituzione del Fondo per la maternità (mille euro per 10 mesi). La realtà mostra con violenta evidenza che, non esistendo il diritto a vedere riconosciuto il lavoro sportivo. Se non esclusivamente quando accordato in modo unilaterale dai datori di lavoro (Club e Federazioni sportive, come ancora recita la Riforma). Nei fatti le atlete (di tutti gli sport) e gli atleti delle discipline ancora non professionistiche, sono condannati a rapporti di lavoro nero. E alla complicità forzata in una logica di economia sommersa.”

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