Recita la saggezza popolare: “‘na vorta qui era tutta campagna, non esistono più le mezze stagioni, se stava mejo quanno se stava peggio.”

Quest’ultima perla, poi, vale soprattutto per le relazioni di coppia. Quanto è cambiata la comunicazione uomo-donna con l’avvento dei Social network?

Vi ho già parlato, tempo fa, dell’amore ai tempi dei Social Network e anche dell’amore ai tempi di whatsapp. Fiori, cioccolatini, caro vecchio corteggiamento, ormai sei passato di moda. Oggi fra un si, un no e un forse, ci sono di mezzo le spunte blu di whatsapp.

Vi ricordate quando all’asilo un bambino vi prendeva in giro? Che ne so, vi spingeva, vi tirava le trecce, vi sbriciolava la merendina. Non avendo gli strumenti per capire, il perché (perché è sempre la domanda principale) di cotanta cattiveria contenuta in un metro di creatura, da brave bambine tacevate, un po’ tristi, un po’incredule. Poi, una volta tornate a casa, lo raccontavate alla mamma e lei – la vostra prima amica stronza – vi raccontava una delle favole più belle del mondo:

  • Fa così perché je piaci, core de mamma.

E noi ci credevamo. Poi dici, da grande una diventa stronza… Se all’asilo e alle elementari, botte, spinte e prese in giro lasciavano trasparire l’amore vero, già alle scuole medie c’era l’evoluzione.

La legge scolastica parlava chiaro: una compagna o un compagno ti piaceva? C’era un’unica cosa da fare: scrivere un bigliettino contenente cinque paroline magiche e tre quadretti per segnare l’opzione scelta.

Ti vuoi mettere con me? SI. NO. FORSE.

Oh! Finalmente, un metodo pratico e diretto.

Si. (‘na gioia) No. (mai ‘na gioia) Forse. (mai ‘na gioia).

Cari bei tempi in cui si usava ancora carta e penna. Mi sono sempre piaciuti i ricordi, infatti, conservo ancora il pizzino di qualche giovane innamorato a cui ho spezzato il fragile cuore siglando la mia scelta definitiva. Ti vuoi mettere con me? NO.

Tiè mai ‘na gioia per te. Esigente, stronza e scassacazzi fin da piccola. Ottime basi per una futura Finta Diva.  (N.B. avete notato come per la legge dei grandi numeri, anche da piccoli, il mai na’ gioia aveva il doppio delle possibilità di realizzarsi rispetto alla gioia. Dettagli che fanno riflettere.)

Però, fu proprio un pizzino a sancire l’inizio della mia storia d’amore con Fabietto, ai tempi delle scuole medie.

Bello lui. Quanti bei ricordi. Ogni giorno mi scriveva un bigliettino…  dai più classici – quanto eri bona oggi oh, me piaci proprio tanto, sabato me vieni a vedè agli allenamenti? Se vuoi dopo se beccamo in villa, daje che t’accompagno a pijà l’autobus, domani famo sega, pijamo er trenino e annamo a Ostia – ai più poetici – sei maggggica come la Roma – e via dicendo.

Gli uomini, adesso, non scrivono più certe cose. Non mettono più i loro sentimenti nero su bianco. Ora, i più evoluti, mandano un messaggio su whatsapp, gli altri un ‘like’ su Facebook o un cuore su Instagram.

Ragazze, pure che ricevete ‘na gioia – perché certi messaggi so comunque ‘na gioia – ma quanti screenshot potete salvà nelle memorie del nostro telefono? Sti uomini nuovi so destinati a esse cestinati pe mancanza de spazio. Mica come Fabietto mio, i cui pizzini stanno ancora appiccicati nel diario delle medie. Era timido Fabietto mio. Lui scriveva. Ma poi mica me li consegnava lui sti bigliettini. Mandava sempre n’amico suo: Er Palletta.

Palletta, insomma, era il nostro postino.

Gli anni so passati, alle superiori Fabietto l’ho perso di vista naturalmente, ma con Palletta – è rimasta n’amicizia. Un caro ragazzo. E quando una donna dice di un uomo che “è un caro ragazzo” significa solo ‘na cosa: mai ‘na gioia (pe lui).

Insieme, io e Palletta, abbiamo frequentato l’università. Gomito a gomito. Amici, amici, amici. Ancora adesso, sebbene non riusciamo a vederci più spesso come una volta – Palletta si è trasferito a Viterbo per lavoro, ma tanto a Roma capace che nun te vedi pure se abiti nello stesso condominio  – ci sentiamo su whatsapp (maledetto lui e le sue spunte blu), ci facciamo lunghe chiacchierate al telefono spettegolando di tutti i nostri amici. Lui mi racconta le sue storie, io gli racconto le mie che, come sapete, finiscono spesso con un mai ‘na gioia.

Le sagge amiche, però, mi hanno messo in guardia:

  • Vedi che Palletta è n’ammorato, nun fa la finta tonta – civetta una.
  • Ma de chè. In tutti questi anni non m’ha mai detto nulla. Poi dai, lui e Fabietto so ancora amici. Ma che nun ve ricordate quando ce faceva da postino.
  • See ancora stai a pensà a Fabietto. Stronza come sei, lo sai che je piaci a Palletta e ce marci pure – Tuona l’altra.
  • Famo che so de piacè a Palletta, ma Palletta pure sa che non c’è trippa pe gatti.

Famo a capisse: non che non avessi notato proprio nulla, stronza si, scema no. Però, le luci della friend zone so luminose come quelle dell’Olimpico durante il derby.

Una sera, Palletta mi chiede di uscire. Voi direte: siete amici da ‘na vita, che problema c’è? C’è che dopo la chiacchierata con le amichette (ste stronze), m’è venuto er dubbio che forse ste luci della friend zone erano chiare per me e non per lui.

Tirato a lucido come i vecchietti nei giorni di festa, Palletta quando mi vede mi abbraccia e mi sorride. Poi da vero gentiluomo mi apre la portiera e mi fa accomodare sulla sua carrozza a quattro ruote.

  • Prego, si accomodi principessa.

Anche questo è Palletta. Un uomo d’altri tempi, uno vecchio stampo. Giovane fuori, vintage dentro. Mi assale nuovamente il dubbio quando capisco che stiamo andando nel “suo” locale, ovvero quel ristorante in cui lui è di casa. Quello dove va a Natale e a Pasqua con la famiglia, ma soprattutto quello del suo terzo appuntamento. Quando una donna inizia a piacergli, lui cala gli assi e la porta all’ “Hosteria Fulvia”.

Mangiamo. Beviamo. Chiacchieriamo. (Palletta, nun te sarai mica messo in testa che trombiamo???).

Palletta mi guardava con lo sguardo torbido e birichino. (Pallè, che ce stai a fa un pensierino?).

Dopo esserci messi in pari con le reciproche disavventure, ci perdiamo sul viale dei ricordi.

  • Oh lo sai che ho visto Fabietto? Convive co una. Ci siamo fatti na birra un paio di sere fa. Mi ha chiesto di salutarti tanto.
  • Ah ah! Daje Pallè, dopo tutti questi anni ce fai ancora da postino. Salutamelo se lo rivedi.

Una frazione di secondo. Il tempo di finire la frase che si incupisce. Gonfia il petto come un tacchino. È li li per esplodere, ma poi niente.

 Che avrò detto mai???

  • Tutto apposto Pallè? Ho detto qualcosa che non andava?
  • No, nun te preoccupà.

Il suo sguardo torna subito biscottoso e la serata da “Fulvia” finisce a tarallucci e vino. Palletta mi riaccompagna a casa.

Sto stravaccata sul letto, già da un po’, pronta a cadere fra le braccia di Morfeo (l’unico uomo che me abbraccia sto periodo) quando mi arriva un messaggio su whatsapp:

  • Stasera ti ho chiesto di uscire perché volevo parlarti…

Una spunta. Due spunte. Spunte blu.

(Ehhh? Stai a vedè che le amiche mie avevano ragione? Mannaggia a loro… se me dice qualcosa che faccio? Mi fingo morta? Faccio finta che sto già a dormì? Faccio la vaga?)

Palletta sta scrivendo…

  • Dopo che ho rivisto Fabietto, l’altra sera mi è venuta in mente una cosa…

(Mo che c’entra Fabietto? Magari Palletta è innamorato de Fabietto… bhe ci potrebbe stare, l’ha rivisto e ha capito…ce sta, ce sta)

Palletta sta scrivendo…

  • Però se te lo dico, ho paura che svieni.

Una spunta. Due spunte. Spunte blu.

Certa di aver centrato il punto scrivo sicura:

  • Che sarà mai Pallè? Me dovevi invità a cena per dirmelo… ma nun te preoccupà.

Palletta sta scrivendo…

  • Non sono certo che tu abbia capito…
  • Stai sereno Pallè. Ho capito tutto. Te vojo bene.

Una spunta. Due spunte. Spunte blu.

(Certo, cose così delicate su whatsapp nun se possono sentì, però oh… pazienza.)

Palletta sta scrivendo…

(Ancora sta a scrive questo? Daje un po’ Pallè, s’è fatta na certa, domani me devo pure svejà presto. Ormai se semo detti tutto. Certo, me lo potevi dire a voce, ma insomma non facciamone un dramma… Io lo so, tu lo sai, le mie amiche se so sbagjate, t’aiuto a dillo ai tuoi, mo però famme dormì).

  • È perché abitiamo lontani… e ci vediamo un po’ meno… ma se io non mi fossi trasferito… ecco io…

(No Pallè, non sei gay? E io che ce speravo. Non puoi farmi questo Pallè. Mo che faccio? Che faccio? Che faccio? Mi fingo morta? Faccio finta che sto già a dormì? Faccio la vaga? La butto sullo scherzo?)

  • Mi avresti chiesto di sposarti? (Eh lo so, è fastidioso quando uno sta scrivendo intervenire, ma qui la situazione stava andando in una direzione bruttissima. Nun potevi esse gay Pallè?).

Una spunta. Due spunte. Spunte blu.

Palletta sta scrivendo…

  • Bhe proprio di sposarci subito no, però ecco provare a stare insieme si.

Una spunta. (Perché). Due spunte. (Perché). Spunte blu. (Perché).

Faccio la vaga.

Faccio la vaga.

Faccio la vaga.

Eccola li. La dichiarazione d’amore che ogni donna – dai 4 ai 16? anni – desidera. Me pare de esse tornata alle medie e a quel ti vuoi mettere con me: si, no, forse.

Come uno status su Facebook, Palletta è passato da postino a mittente.

Pallè, amichetto mio. Ci siamo visti prima. Me c’hai portato pure a cena fuori e poi me fai la dichiarazione d’amore su whatsapp? Te nasconti dietro na tastiera??? Perchèèèèè?

Perché con tutti sti social e ste interazioni virtuali, gli uomini so diventati leoni da tastiera.

Ma come dice n’amica mia: leoni da tastiera… cacasotto nella vita vera!

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