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La regista Alessandra Celesia presenta a Roma il film Anatomia del Miracolo

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Dopo il successo di Locarno arriva a Roma il film Anatomia del Miracolo. TuaCityMag se l’è fatto raccontare dalla regista, Alessandra Celesia.

Suggestioni, ferite, credenze e miracoli si intrecciano nella vita di tre protagoniste femminili. E’ questa la storia alla base del film Anatomia del Miracolo, il documentario diretto da Alessandra Celesia, vincitore del prestigioso  Les Ètoile de la Scam, e presentato con grande successo di pubblico e critica all’ultimo Festival di Locarno. Anatomia del Miracolo, arriva domani sera a Roma, al Nuovo Cinema Aquila alle 21.40. Sarà la stessa regista a presentarlo al pubblico presente in sala. Noi, ci siamo fatte raccontare questo piccolo ‘caso’, in questa intervista. (Altre info sulla serata, le trovate invece qui)

 

Come è nata l’idea del film Anatomia del Miracolo?
Un amico mi ha portato a vedere la processione della Madonna dell’Arco. Si tratta di una Vergine vesuviana che ha una ferita, un livido sulla guancia e grazie a questo livido genera miracoli. Ho assistito a questa processione vecchia di secoli, fatta di corpi che si trascinano, si rotolano, uomini e donne che piangono e gridano il loro dolore in maniera plateale e molto « sentita » allo stesso tempo. Ho provato una sorta di elettroshock ,e ho capito che questa Madonna ferita poteva essere una metafora molto forte per raccontare qualcosa di più intimo: il senso delle nostre ferite che, per quanto dolorose, sono a volte portatrici di miracoli. O comunque di capacità di rigenerazione insospettabile, come se da esse traessimo una forza insospettata. Quando ci accettiamo  con le nostre debolezze, cominciamo in qualche modo a diventare più forti. Direi che da un tema religioso è nato un film molto laico, incentrato sull’umano.

 

Ci può raccontare in breve di cosa parla il film Anatomia del Miracolo?
E’ la storia di tre donne che non si incontrano mai, ma che hanno molto in comune, nonostante le differenze evidenti che le separano. Fabiana, una trans napoletana fedelissima della Madonna dell’Arco che è a capo di un’associazione di fedeli della Vergine, è il punto di riferimento dei bambini del quartiere, a cui insegna la fede e che accompagna in tutte le processioni. Giusy, un’antropologa del culto mariano in sedia a rotelle, una ragazza nata e cresciuta di fronte al santuario della Vergine, privata di miracolo e molto scettica sulla faccenda. E infine una pianista coreana, « lost in translation » a Napoli, alla ricerca di un senso più profondo per la sua vita che le sfugge di mano. Tutte e tre hanno ferite interne che non sono mai cicatrizzate, e tutte tre cercano il miracolo necessario a trovare l’equilibrio precario di essere umani.

 

Perché ha scelto tre protagoniste donne?
Perché la vera protagonista è un quarta donna, la Vergine dell’Arco. Fabiana, Giusy e Sue sono come tre incarnazioni terrene di questa madonna ferita. E poi perché il film parla di resistenza, di lotta per essere semplicemente quello che siamo e non nasconderci dietro a convenzioni e paraventi, e in questo noi donne siamo bravissime. Sono anche tre donne che non hanno figli, e non ne avranno. Questa maternità « perduta » è un tema sotterraneo, che emerge solo attraverso leggeri accenni, ma che è molto importante: la Vergine che è madre, in questo film non riesce ad esserlo totalmente. Come un arto amputato, un pezzo che manca.
Lei personalmente crede nei miracoli?
Credo nel miracolo della forza di stare al mondo. Sono laica (anche se ho avuto un’educazione cattolica tradizionale) ma per me è molto importante il senso del mistero, quel qualcosa che fa si che la nostra vita non si limiti a terrene e comprovate esperienze. L’anima è più complessa, la sua alchimia ha bisogno di elevazione, di fede in un possibile riscatto, in un possibile scarto dal reale che riempia tutto improvvisamente di senso. Che si tratti di miracolo o di equilibrismo virtuoso dell’uomo che cammina sempre sul filo del rasoio ad ogni istante… Ciò che conta è che le protagoniste intravvedono la luce alla fine del percorso. La ricerca del miracolo interviene nel momento in cui si è completamente disarmati, senza risposte e vie d’uscite. Ed è li che qualcosa di nuovo, intenso, può’ nascere.

 

E’ un tema attuale, che riscontra interesse,nel 2018?
Credo che viviamo in un’epoca di alienazione dell’uomo, di perdita di senso. Queste donne che si cercano con molta sincerità (e anche con una certa rabbia) ,hanno saputo toccare gli spettatori che il film ha incontrato fino ad ora. E poi il miracolo è tema attualissimo: c’è bisogno di miracolo, umano prima che divino, c’è bisogno di riscatto in un paese che ha perso la fede nell’umano.

 

Come è stato accolto il film Anatomia del Miracolo dal pubblico?
Al festival di Locarno abbiamo avuto la gioia del « tutto esaurito » e la decisione dell’organizzazione di aggiungere una proiezione per quelli che erano rimasti fuori! A partire da quel momento ho capito che la forza del film sarebbero stati gli spettatori, e il passaparola è stato un motore molto forte. Credo che le ferite siano un appannaggio di tutti, e un film che le celebra come la nostra più preziosa risorsa è capace di toccare generazioni diverse.

 

Perché andare a vedere il suo film? 
Per i suoi personaggi! Sono indimenticabili ritratti di donne contemporanee. Sono forti, splendide, ribelli. In un’epoca di piatto conformismo direi a tutti di non perdersi un film che, con la sua dolcezza apparente, grida la rabbia da ogni poro . E poi per la forma: è un documentario che sta alla frontiera con il cinema , i personaggi sono profondamente reali, ma la maniera in cui sono raccontati ha un sapore di fiction.

 

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