Cosa porta 62 milioni di famiglie in tutto il mondo, diverse più che mai in abitudini, provenienza, lingua e tradizioni, a decidere, ognuno sul proprio divano di casa, di guardare la stessa serie tv su Netflix? Probabilmente quella stessa comune necessità che lo scorso 23 novembre ha decretato “La regina degli scacchi” (Queen’s Gambit) la serie breve più vista della nota piattaforma streaming.

Il capolavoro in sette puntate diretto da Scott Frank e basato sull’omonimo libro di Walter Tevis (1983), con la sua protagonista geniale e scorretta, ha stupito pubblico e critica, trovando l’appoggio anche dei più convinti detrattori del “cinema in streaming”. Molti giurano di non aver mai smesso di guardare per 8 ore filate e, tra quei molti, trova posto la sottoscritta.

Complice forse il terribile periodo che ci accompagna dall’inizio di questo 2020, seguire le avventure di Beth Harmon, scacchista prodigio e bambina triste, mi ha ridato un piacere nel guardare “la tv” che pensavo di aver perso. Quella soddisfazione che si prova quando un prodotto parla sinceramente al tuo cuore.

Ma partiamo con ordine. Tralasciando l’infelice traduzione italiana, “Queen’s Gambit” prende il nome da una nota tecnica del nobile gioco degli scacchi che potremmo rendere come “lo sgambetto della Regina”. Un doppio riferimento ai due protagonisti incontrastati della serie: Beth Harmon, l’orfana prodigiosa che diventa la scacchista più brava del mondo (letteralmente) e la pratica degli scacchi, precisa brillante e persino sensuale.

La storia è in sé piuttosto lineare. Beth è una bambina orfana di madre suicida, che finisce in un collegio per ragazzine in attesa di adozione. Qui rivela abilità matematiche e logiche fuori dal comune e incontra il suo primo (e forse unico) grande amore: la tavola bianca e nera. La conosce tramite il signor Shaibel, un taciturno tuttofare dell’orfanotrofio che le insegna a giocare e si accorge per primo della sua straordinarietà.

Ritrosa e taciturna, Beth all’orfanotrofio si scontra anche con la sua prima dipendenza: le pillole verdi di tranquillante che l’infermiere consegna a tutte le bambine di prima mattina, per qualche tempo prima che l’America lo vieti. Dopo un’adozione quanto mai bizzarra fa la conoscenza della sua “nuova madre”, una donna non amata dal marito che trova il modo di rinascere affezionandosi a Beth. Con Alma (questo il nome) una Beth che riesce a farsi notare vincendo un torneo in Kentucky, comincia a muovere i primi passi da regina degli scacchi.

La serie la segue fino ai 21 anni, mentre scala le vette del gioco e scende invece i gradini della dipendenza più profonda. Alcol, tranquillanti (che lei usa per materializzare una scacchiera davanti ai suoi occhi e continuare a giocare), solitudine e anche quel senso di pace che le vittorie le trasmettono, che finisce per diventare per Beth un’ulteriore assuefazione.

Una storia che nel gergo tecnico si definisce “coming of age”, racconto di crescita. Quella tecnica con la quale si racconta la parabola di un essere umano nel suo impreciso saliscendi di sconfitte e rivincite. Beth Harmon non fa eccezione, interpretata da una perfetta Anya Taylor-Joy, cade e si rialza, impeccabile e imperfetta insieme.

Protagonista suo malgrado di questo dono fuori dal comune, Beth fa un’operazione che rispetto a tutti i giovani eroi tragici, la innalza su un gradino rivoluzionario. Durante la sua storia di resurrezione, mai una volta – non importa quanto dolorose siano le circostanze – Beth rinnega la propria bravura e quella caratteristica che la rende straordinaria. Piuttosto la coltiva come un fiore e la protegge – questa abilità – con ogni mezzo, anche quelli poco ortodossi se secondo lei sono utili allo scopo.

Se beve, se compra o ruba le pillole verdi, se si isola e non risponde più ai numerosi uomini (e scacchisti) che la cercano nel mondo, è per diventare sempre, indefessamente, più brava. Beth “ha fame di vittoria perché non ha nulla da perdere”, come dice il suo temibile avversario russo Borgov parlando di lei in ascensore. Non accetta un pareggio, non abbandona la partita finché non vince. E quando pensa che tutte queste sostanze possano aiutarla a migliorare, lo fa perché sente che bloccano il dolore e la rendono sempre meno umana. Una grande debolezza, l’umanità, negli scacchi.

Altrettanto grandioso è vederla capitolare “la regina degli scacchi” dietro le sue fragilità senza perdere un chicco della sua forza interiore. E tirarsene fuori, con l’aiuto dell’amica d’infanzia Jolene, in nome di quell’amore indissolubile per gli scacchi che ne era stata la causa.

Beth Harmon non è soltanto la protagonista di questa serie, è la “star” in senso più profondo. Raramente mi è accaduto, e con me a molti, di essere così legata emotivamente al trionfo di un personaggio di fantasia. “Deve vincere, deve” ho pensato per tutto il tempo, senza riuscire a fermare la riproduzione automatica. Ma perché? Perché vogliamo che Beth vinca assolutamente?

Perché è unica e perché la vita è stata crudele con lei. In questo il regista è stato magistrale: ha costruito una donna dall’infanzia difficile che conquista un mondo di soli uomini senza diventare uno di loro. Sì, perché Beth è una ragazza senza sconti. Batte uno dopo l’altro almeno 30 persone diverse nella serie, tutti uomini incravattati, mentre sfoggia pettinature e abiti impeccabili. Vederla di fronte al grande campione russo, arrivare con un vestito chiaro che concentra su di lei tutta la luce della sala è un inno all’identità femminile che supera anche i limiti più scontati.

Non sono uomini, ma avversari e, uno ad uno, si piegano semplicemente alla più brava. Alcuni poi, si piegano più di altri. Harry Beltik, per esempio, che la vede come una divinità e cerca di afferrarla senza successo. Townes che la incanta con i suoi ricci, ma si rivela ben presto solo un’altra distrazione. Benny Watts, infine, precedente campione americano e giovane prodigio pure lui, con cui Beth instaura una delle più piacevoli dinamiche di competizione/passione da guardare.

Proprio su Benny è forse il caso di fermarsi un poco, in quanto unico vero pretendente al cuore di Beth. È lui il primo che l’aiuta a smettere di bere e, benché sia più brava di lui, decide di aiutarla ad allenarsi. Poi, quando lei gli preferisce l’alcol, lui le chiude le porte salvo poi raggiungerla di nuovo per contribuire al suo trionfo, nonostante tutto. Per quanto superbo e poco accomodante, Benny la riconosce subito come straordinaria e non fa che ripeterglielo per tutta la serie: “Sei il meglio che c’è adesso”.

Infine, forse è questa la vera forza de “La regina degli scacchi” e l’arma con la quale ha conquistato il suo pubblico variegato. Il vedere sullo schermo una persona piena di debolezze e paure che, in un campo, eccelle in maniera prorompente. Constatando quindi che l’essere umano è sì imperfetto, ma sa essere anche insindacabilmente geniale. Beth è proprio la migliore, non c’è dubbio, e vederla ottenere quel che merita è un balsamo in questi tempi incerti più che mai.

Costringete chiunque non l’abbia ancora fatto a vedere questa serie, senza troppe rimostranze. Se entro la fine una scacchiera sarà comparsa in casa vostra, come nel mio caso, avrete compiuto la vostra missione. A Natale poi ci sarà tempo per imparare la Difesa Siciliana e, sopratutto, per provare a cercare quel talento nascosto in cui ognuno di noi è la propria Beth Harmon.

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