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DIEGO GALDINO RACCONTA “L’ULTIMO CAFFÈ DELLA SERA”

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“L’ ultimo caffè della sera” è il nuovo libro di Diego Galdino. Un’altra storia d’amore sullo sfondo della città eterna.
“Mi sono aggrappato a questo nuovo personaggio femminile che possiamo paragonare alla speranza; la famosa S di Superman che ti riporta in superficie, una donna che merita di essere seguita.”

A raccontarcelo è Diego Galdino, autore de L’ultimo caffè della sera, da poco in libreria, sequel del suo fortunato romanzo d’esordio intitolato Il primo caffè del mattino.

Il romanzo terminava con una bellissima dichiarazione d’amore che Massimo, il protagonista, rivolgeva a Genevieve, la ragazza francese che gli aveva rubato il cuore. Nonostante le belle parole, la ragazza lascia il barista trasteverino e torna in Francia, spezzandogli il cuore. Due anni dopo, con “L’ultimo caffè della sera” ritroviamo Massimo e tutti gli amici del Bar Tiberi fra cambiamenti e grosse novità.

“Negli ultimi due anni – racconta Galdino – mi sono capitate un sacco di cose poco belle. Ecco perché ho deciso di scrivere questo seguito: per rendere leggendario l’ordinario. Io, il mio Dario (uno dei più cari amici di Massimo nel libro NdA) l’ho perso veramente. È stata una perdita, come accade nel libro, per me per il bar. Lui veniva qui al bar, si sedeva, dava allegria. Per me la sua perdita è stata un po’ come se si fosse spenta la luce. Dario era un secondo padre. Pochi mesi dopo è stato poco bene anche mio padre. Improvvisamente son rimasto solo sia fuori dal banco che dietro il bancone. A quel punto, dopo una serie di dolorosi cambiamenti, ho deciso di scrivere questo libro mettendo tutte le persone straordinarie che non ci sono più, per ricordarne battute e aneddoti che per me sono familiari.”

Si intuisce, già da queste parole dell’autore che fra lui e Massimo il confine è molto sottile. Ne L’ultimo caffè della sera ritroviamo fra gli altri Vincenzo il calzolaio, Antonio l’idraulico,  Carlotta, Marcello e naturalmente scopriamo nuove cose su Massimo. L’autore, infatti, fa vivere al suo protagonista parte della sua storia personale. Come l’aneddoto del piccolo bambino capriccioso che ha sputato alla maestra e che per essere “rieducato” è stato costretto dalla mamma a fare il chierichetto in parrocchia sotto la guida del severo sacerdote del quartiere.

“Mi hanno tolto una scena dalla bozza de “L’ultimo caffè della sera”. C’era una battuta forse molto romana, al limite un po’ spinta. Negli anni in cui ero bambino, qui, in questa zona, gravitava un esponente della malavita romana. Ero piccolo e lo incrociavo al bar quando andavo alla scuola materna. Ogni volta che mi vedeva, imitava con le mani una pistola e mi diceva: ‘mani in alto’.  Una mattina qui al bar entra una bellissima ragazza, lui mi prende da una parte e mi dice: ‘La vedi quella signorina, vai li e digli mani in alto. O la borsa o la vita.’ Io, fate conto avrò avuto 5 anni, ero piccolo, vado li e le dico: mani in alto. O la borsa o la fica. Lei impallidisce, e tutto il bar è scoppiato a ridere. Lui, poi a mio padre disse ‘Nun se preoccupi, un domani capirà che non se deve di’ così’. Niente, io avevo raccontato anche questo, però me l’hanno levata!”

E a proposito di donne, alle note autobiografiche dell’autore, si aggiunge una protagonista femminile che ha “il suo destino nel nome”. Mina è la classica donna che “arriva nella tua vita a sistemare le cose e farti capire che fino a quel momento non avevi capito niente. Mina è una donna che ti esplode dentro il cuore, dentro la vita. A Massimo non resta che lasciarsi sconvolgere e vedere i colori.”

Da amante delle commedie romantiche, soprattutto quelle cinematografiche, Galdino paragona Mina alla Vivien di “Pretty Woman”:

“Mina è la classica donna che salva lui. È la protagonista a cui sono più affezionato, perché in realtà forse è la protagonista che salva anche l’autore. Sono arrivato a scrivere questo romanzo con la tristezza nel cuore. Poi, mi sono aggrappato a questo nuovo personaggio femminile che possiamo paragonare alla speranza; la famosa S di Superman che ti riporta in superficie, una donna che merita di essere seguita.”

C’è il bar, c’è la famiglia, ci sono tanti aneddoti, c’è la storia d’amore fra Massimo e Mina, ma, ne L’ultimo caffè della sera, c’è soprattutto la magia della città eterna. È Roma, infatti, la terza protagonista di questo romanzo. Ogni capitolo, infatti, ha il titolo di una canzone romana.

“Avevo avuto un’ idea per questo libro. Volevo dividere in versi la canzone Roma nun fa la stupida stasera, e far corrispondere ogni verso ad un capitolo. Scrivendo mi sono reso conto che erano più capitoli rispetto alle strofe della canzone. A quel punto ho pensato di dare ad ogni capitolo i titoli delle canzoni romane più famose. Alla fine, l’indice è diventato una sorta di playlist.”

La storia d’amore di Massimo e Mina si muove fra “La socità dei magnaccioni” a “Tanto pe’ cantà”, passando per “Sinnò me moro”, “Alla Renella”, “Passione romana”, “Affaccete Nunziata”, ma, la preferita dell’autore è una soltanto: “Che c’è” di Antonello Venditti, nota per essere il “nuovo inno della Roma”.

“Per questa affermazione, tutta la mia famiglia mi odierà. Siamo tutti tifosi della Lazio, da generazioni. L’unica cosa fantasy di questo romanzo è che in un bar a Trastevere nessuno parla mai di calcio. Ma è stata una scelta per non scontentare nessuno. Ho tantissimi amici fraterni della Roma però tutta la mia famiglia è della Lazio. Però, la mia canzone preferita di questa playlist è Che c’è Antonello Venditti. È nota come nuovo inno della Roma, però per me è una canzone che fa pensare molto alla città più che alla squadra di calcio. Il testo dice “Roma c’è e l’anima è leggera come se tutto l’amore che cercavi adesso c’è e non ti manca niente al mondo” e per me si intende tutta Roma.”

Se la playlist di canzoni romane ci guida nella lettura de L’Ultimo caffè della sera, non è lo stesso per l’autore che quando scrive non ascolta musica perché

“se ascolto la musica, poi non posso sentire quello che devono dirmi i personaggi”.

Secondo Galdino infatti, la ricetta per un buon romanzo d’amore è

“affidarti ai protagonisti del tuo libro come se tu ne facessi parte. La scrittura è una terapia. A quel punto il libro è come uno psicologo che ti ascolta senza giudicarti e se ti giudica lo fa in maniera oggettiva. È un po’ la terapia che ho fatto scrivendo questo romanzo. Mi sono lasciato guidare, cercando di mettere a posto quello che non andava verso un nuovo inizio”.

 

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