joan baez
Foto: Wikipedia Di Scherman, Rowland, U.S. Information Agency

Nei giorni in cui, ancora una volta, l’America ribolle, Joan Baez compie 80 anni. E, ovviamente, nemmeno ora rinuncia a dire la sua su quello che sta succedendo. Da pubblica oppositrice di Donald Trump, come potrebbe? Eccola allora, ancora una volta, esprimere la sua indignazione, alzare la sua voce, ieri come oggi, cambiano solo gli strumenti. Prima erano le marce, oggi sono, anche, i tweet.

Non è una nota a margine questa con cui iniziamo a raccontarvi Joan Baez, perché in questi 80 anni di esistenza in prima linea, non è davvero possibile dividere l’artista dall’attivista. Sono un tutt’uno, lo sono sempre stati.

Joan Baez, prima di essere una voce straordinaria e un’artista raffinata è, innanzitutto, un’emblema della sua generazione.

Nasce a Staten Island il 9 gennaio del 1941. Il padre era un medico messicano pacifista che rifiutò di lavorare al Progetto Manhattan,  la madre un’insegnante di letteratura scozzese.

Il padre di Joan Baez lavorava con l’Unesco e questo ha permesso alla famiglia di viaggiare molto con soggiorni più o meno lunghi in molti paesi tra America, Europa e Medio Oriente. Sia le origini, sia i frequenti spostamenti durante l’infanzia, furono fondamentali per la formazione e lo sguardo aperto sul mondo della giovane musicista che esordì, chitarra al collo, nella scena musicale dei tardi anni ’50, ai tempi dell’università a Boston.

Il nome e la musica di Joan Baez furono per la prima volta incisi su un disco, nel 1958. Si trattava di una raccolta di brani di vari artisti della scena folk di Boston.

Nel 1959 la giovanissima musicista ottenne il suo primo contratto discografico con un’etichetta indipendente, la Vanguard Records. L’anno successivo venne pubblicato il suo primo album, intitolato semplicemente “Joan Baez”, una raccolta di ballate folk e blues che erano già allora il marchio della sua musica.

Di lì a poco incontrò un allora semisconosciuto Bob Dylan con cui iniziò una storia sentimentale, ma soprattutto un ben più lungo e proficuo sodalizio artistico.

Negli anni ’60 la stella di Joan Baez iniziò a brillare. La sua popolarità esplose, grazie al talento artistico, ma anche grazie a un impegno in prima linea in molte delle cause che agitarono quegli anni turbolenti.

Nel 1963 la sua “We Shall Overcome” divenne, di fatto, la colonna sonora della marcia di Washington guidata dal reverendo Martin Lutrher King. E di lì in poi, quel brano iconico accompagnò innumerevoli marce, manifestazioni e proteste in diverse parti del mondo.

Negli stessi anni, Joan Baez lancia l’obiezione fiscale come forma di protesta contro la guerra del Vietnam invitando il suo pubblico a togliere dal pagamento delle tasse il 6% destinato alla Difesa.

Nel 1965 fonda l’ Institute for the Study of Nonviolence.

Nel 1968 sposa il marito David Harris, da cui avrà il suo unico figlio. Anche David Harris è un’attivista pacifista, finito in carcere per renitenza alla leva.

Tra una protesta e l’altra, i suoi dischi vendono sempre di più e nel 1969, la sua esibizione a Woodstock la consacra definitivamente come icona della sua generazione.

Negli anni successivi, Joan Baez continuerà a legare musica e diritti civili. Nel 1971 incide lo straordinario brano di Ennio Morricone, colonna sonora del film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo. La canzone, Here’s to you, diventa l’ennesimo, potentissimo inno baeziano contro le ingiustizie.

Continua a fare tour, portando a platee attente le melodie della sua chitarra, il suo vibrato vibrato e le sue parole di fuoco. Collabora con i migliori artisti della sua generazione, di cui spesso riprenderà i brani per farne  un’interpretazione del tutto nuova e unica. L’elenco delle collaborazioni è lunghissimo: c’è Bob Dylan, ovviamente, ma anche Carlos Santana, Mercedes Sousa, Bruce Spreengsten, Tracy Chapman, fino ad arrivare a Vinicio Capossela e tantissimi altri.

Nel frattempo, gira il mondo non solo per guardarlo dal palco, ma per immergersi nelle realtà più difficili. E riuscire quindi a raccontarle meglio, scontrandosi spesso con le istituzioni. Così successe, solo per fare qualche esempio per il Vietnam del Nord, per la striscia di Gazza, per i Balcani, per l’Iraq. All’alba degli anni ‘80, quando un suo tour in America Latina venne bloccato dalle autorità di diversi paesi nel pieno dell’età dei governi militari nel continente.

Si è impegnata nelle battaglie delle donne, in quelle della comunità lgbt, e in quella ambientalista. Ha sostenuto la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia che, di fatto, ha dato il via al disfacimento dell’ impero sovietico. Si è spesa contro la pena di morte e contro la guerra in Iraq. Più recentemente, e tutt’oggi si è schierata contro l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. E anche in questi giorni, dopo l’assalto di Washington, non ha mancato di dire la sua.

Ripercorrere gli 80 anni di vita di Joan Baez è come ripercorrere gli anni recenti della nostra storia. Praticamente ogni evento internazionale rilevante l’ha vista presente, armata di chitarra e passione civile.

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