Francesco Acquaroli

“Sarò sempre grato a Samurai, un personaggio che mi ha regalato una popolarità che prima non avevo. Si chiude un ciclo, ed è giusto che sia così, che si arrivi all’epilogo”.

Se a Francesco Acquaroli il suo personaggio, il gelido Samurai, non mancherà, di certo mancherà ai tantissimi fan della serie Netflix Suburra, che in questi giorni possono assistere in streaming all’atto finale della storia che vede protagonisti Aureliano Adami e Spadino Anacleti alleati da tre stagioni per cercare di togliere il potere proprio al boss della criminalità romana, Samurai appunto, vera architrave dell’intera vicenda.

Francesco Acquaroli è l’interprete dello spietato criminale. Un personaggio che gli ha regalato grande popolarità. Romano, con un curriculum sterminato che spazia tra tv, cinema, teatro, l’attore sta vivendo un momento davvero importante per la sua carriera in questo 2020.

Oltre alla nuova serie di Suburra, lo vediamo impengato nella quarta stagione della celebratissima Fargo, al fianco di Chris Rock nei panni di Ebal Violante, una new entry della serie. E non finisce qui, perchè in questi giorni è impegnato anche sul set della mini serie Sky “Alfredino, una storia italiana”. Una produzione che ripercorre i fatti di Vermicino, di cui a giugno ricorrono i 40 anni. Acquaroli si cala nei panni dell’allora capo dei vigili del fuoco, Elveno Pastorelli, alla guida dei soccorsi. Inoltre è in uscita anche il nuovo film di Daniele Vicari, “Il giorno e la notte”, di cui è protagonista. Insomma, questo 2020 per Acquaroli è davvero un anno di grandi sfide e soddisfazioni, tra buoni e cattivi, personaggi di fantasia e persone realmente vissute.

C’è differenza tra interpretare un personaggio realmente esistito e che molti ricordano, come Pastorelli, e interpretare invece un personaggio nato dalla fantasia degli autori dei copioni?

 “Per me non è molto importante che il personaggio da interpretare sia reale o inventato. La realtà che conta quando lavoro è quella descritta dalla sceneggiatura, perché io non faccio mai uno studio imitativo”.

Nessuna emozione in più a vestire i panni di un personaggio reale come Elveno Pastorelli, nel momento in cui tutta Italia lo conobbe, sul bordo del pozzo che inghiottì Alfredino Rampi?

“Anche di questo personaggio che molti italiani ricordano, Elveno Pastorelli, non ne farò certo un’imitazione, e mi baserò soprattutto sulla sceneggiatura. Certo, con un personaggio realmente vissuto e recente c’è la possibilità di avere più materiale su cui lavorare. In questo caso ho potuto immergermi nella sua personalità anche attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, prima di tutto il figlio. Sono stato anche al Comando dei Vigili del Fuoco, e mi sono molto emozionato ascoltando i ricordi che chi ci aveva lavorato insieme serba ancora oggi del suo comandante.  Quello che più mi ha colpito dei loro racconti è la figura di uomo incredibilmente empatico. Era un punto di riferimento affidabile ma anche profondamente umano, che trattava la sua squadra, i suoi ‘ragazzi’ quasi come una famiglia. A sentire i racconti di chi lo ha conosciuto era un vero leader, che sapeva prendere in mano le redini di ogni situazione, anche le più difficili”.

Pastorelli è stato un uomo delle Istituzioni che fece di tutto per salvare Alfredo. E’un personaggio piuttosto diverso rispetto al Samurai di Suburra, lontanamente ispirato a un’altra figura reale, quella di Massimo Carminati, il boss di Mafia Capitale. Per un attore è più sfidante interpretare un ‘buono’ o un ‘cattivo’?

Samurai è un personaggio molto scritto, l’ho costruito pensando a qualcuno che avesse avuto un rigido addestramento militare che gli permettesse di annullare ogni emozione. Anche in questo caso, anche se il personaggio è solo molto lontanamente ispirato, preparandolo, mi sono comunque immerso nel ‘mondo di Carminati’, leggendo tutto quello che ho trovato su di lui. Mi ha colpito in particolare un’intercettazione in cui il boss di Mafia capitale chiamava il figlio e chiudeva la telefonata dicendogli, prima di salutarlo: ‘Mi raccomando, studia!’, come fosse un qualsiasi padre di famiglia. Fa riflettere sulla complessità dell’animo umano.

Francesco Acquaroli, per un attore è più sfidante calarsi nei panni di un eroe o in quelli di un cattivo?

Forse fare un cattivo è più sfidante perché l’attore si chiede, nei panni di un personaggio, cosa avrebbe fatto nella stessa situazione, e ci sono delle situazioni in cui i personaggi ‘cattivi’ si trovano, che sono molto lontane dalle situazioni che conosciamo direttamente. Forse questo ci porta a scavare un po’  più a fondo.

Ebal Violante, il suo personaggio in Fargo è un altro dalla parte dei cattivi. Che esperienza è stata quella sul set di una grande produzione americana come Fargo?

Un’esperienza bellissima e molto interessante. Vedere dall’interno come lavorano gli americani è stato molto interessante. Ho scoperto un’atternzione a ogni più piccolo dettaglio che è spasmodica, che si riflette sul numero impressionante di persone che lavorano sul set. La professionalità e la qualità del lavoro in ogni passaggio, è veramente altissima.

Le mancherà Samurai, che l’ha resa così popolare, pur nei panni di un criminale?

Sarò sempre grato a un personaggio che mi ha regalato una popolarità che prima non avevo. Si chiude un ciclo, ed è giusto che sia così, che si arrivi all’epilogo.

Suburra arriva alla stagione finale dopo aver conquistato moltissimi fan. Anche su serie di grande successo come questa, che si immergono negli ambienti criminali, aleggia sempre la polemica, cosa ne pensa Francesco Acquaroli?

Si fa molta confusione secondo me, quando si polemizza sulle serie crime, come Suburra, Gomorra. Raccontando queste storie nessuno vuole proporre dei modelli. E’ evidente che quelli che incarniamo sono dei criminali. Quello che fanno il cinema e il teatro, e lo fanno da sempre, sin dalle loro origini, è indagare  nell’animo umano, anche nel suo buio. Lo facevano i tragici classici, lo faceva Shakespeare, per esempio nel Riccardo III. Se poi qualche ragazzotto ignorante pensa di prendere a modello i protagonisti delle serie crime, che sono raccontati senza ambiguità, nel loro essere criminali, il problema non sono il film o la serie, il problema vero, e più difficile da risolvere, è l’ignoranza.

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