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ILARIA CUCCHI: “IL GIORNO PIU’ BRUTTO DELLA MIA VITA”

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Ilaria Cucchi Foto © Archivio Italfoto/TuaCityMag
“A Ste’! Oggi i colleghi di coloro che ti hanno ucciso ci hanno detto che quando ti hanno visto la mattina dopo il tuo violentissimo pestaggio, tu stavi malissimo. Ci hanno detto che erano rimasti turbati per le condizioni in cui stavi. Qualcuno di loro scrisse qualcosa di questo nella sua annotazione di servizio. Ma non andava bene ed i superiori decisero che andava modificato. Che non c’era bisogno di essere cosi precisi. Meglio sorvolare. In fin dei conti eri solo un tossico tanto magro.
Per otto anni ci hanno preso in giro. Ho l’impressione, caro fratello mio, che non tutti quelli che dovrebbero sedere al banco degli imputati siano lì.
Ora però tremano, Ste, tremano loro. Allora eri tu a tremare poro fratello mio. E non de freddo. Ora tocca a loro. E non de freddo”

 

IL PROCESSO CUCCHI BIS

Un barlume di speranza ha illuminato il processo Stefano Cucchi bis, lo scorso 17 aprile. Le parole sopra, sono, ancora una volta, della sorella di Stefano,  Ilaria, che in questi anni si è caricata l’ onere di chiedere a gran voce giustizia per il fratello. E’ stata lei in quasi un decennio di battaglie, ad informarci di volta in volta di tutte le incongruenze, dei muri di gomma, delle ricostruzioni che facevano acqua da tutte le parti ma anche, come la scorsa settimana, delle crepe che mano mano si aprono e da cui escono squarci di luce, la luce della verità.

Sono passati quasi dieci anni ma ancora oggi Ilaria è lì in trincea, e ricorda, in occasione della presentazione del libro “Federico”, scritto dall’ avvocato Fabio Anselmo che combatte al suo fianco, il momento in cui vide suo fratello senza vita.

 

IL GIORNO PIU’ BRUTTO DELLA MIA VITA
“Ricordo il 22 ottobre 2009 come il giorno più brutto della mia vita, quello in cui vidi Stefano, o meglio quello che restava di mio fratello, su quel tavolo dell’obitorio morto. Era ormai buio quando tornai a casa che ritrovai piena di parenti, zii e cugine. Ad una di loro venne in mente quel caso accaduto a Ferrara e di cui si era parlato recentemente per via della sentenza di condanna degli agenti. Ci mettemmo quindi alla ricerca dell’avvocato che aveva seguito quella vicenda. Avevamo impresse nelle menti, negli occhi, la foto terribile di quel ragazzo giovanissimo e io continuavo a pensare a ciò che avevo visto su quel tavolo dell’obitorio dietro quella teca di vetro. Trovammo il nome dell’avvocato, si chiamava Fabio Anselmo. Appuntai il suo numero su un foglietto di carta, lo misi via e tornai a casa mia”.

Quella notte, tornata a casa , non riuscì a chiudere occhio e ripensò a suo fratello, diverso da come lo aveva visto l’ultima volta e all’avvocato, di cui aveva preziosamente conservato il numero e che la mattina seguente a quella terribile nottata avrebbe chiamato:

Appena sveglia la prima cosa che feci fu quella telefonata e dopo poco fui richiamata da questo avvocato a cui raccontai rapidamente quello che mi era accaduto ‘Sono Ilaria Cucchi e la chiamo da Roma. Mio fratello è stato arrestato 6 giorni fa. Non ci hanno mai più dato notizie di lui. Non ne sapevamo nulla ma ieri lo abbiamo rivisto. Avvocato io le dico che mio fratello è stato pestato. Il suo volto era sfigurato e non ho visto il resto’. Lui mi ascoltò e mi disse ‘Faccia scattare le foto’, perché di lì a poco quella mattina ci sarebbe stata l’autopsia. Le foto? Ho pensato certo sono strani questi avvocati del Nord. Insomma faranno un’autopsia e verrà tutto documentato. L’avvocato mi disse ‘No signora, dobbiamo poter documentare e dimostrare tutto’. Sapeva bene di cosa stava parlando. Questa è stata solo la prima delle tantissime scelte che hanno fatto in modo che si potesse cambiare il destino di quello che doveva essere un’archiviazione. Così ci disse la prima volta che lo incontrammo nel suo studio di Ferrara”.

 

UN INCONTRO FONDAMENTALE

Un incontro fondamentale, perché i consigli che quell’uomo diede ad Ilaria di lì a poco avrebbero cambiato la sua vita e quella della sua famiglia:

“Stefano doveva ancora essere sepolto. Era sabato. I funerali ci sarebbero stati il lunedì successivo e lui ci disse ‘Guardate vi dico che questa sarà sicuramente un’archiviazione’. In un primo momento non compresi le sue parole. Successivamente, però, capii che aveva ragione perché probabilmente sarebbe successo questo se non avessimo fatto quelle scelte, la prima fra tutte quella dolorosissima di pubblicare le foto del cadavere martoriato di mio fratello. In quel momento tutti hanno capito chiaramente di cosa stavamo parlando”.

Il percorso della famiglia Cucchi è  lungo e difficile, proprio come quello intrapreso dai famigliari di Federico Aldrovandi, il diciottenne di Ferrara ucciso il 25 settembre del 2005 e del cui caso si è occupato l’avvocato Fabio Anselmo. Quella data e quella città rappresentano un punto di partenza fondamentale per Ilaria:

“Ferrara significa molto per me e per tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani. Ferrara è stata la svolta. Quel giorno del giugno del 2009 quando ci fu quella sentenza si è in realtà aperta una strada per tutti, una strada per quelli come me che quel giorno, quella notte, di fronte a quel dolore enorme semplicemente non sapevano cosa fare perché si trovavano dalla parte sbagliata, perché si trovavano le istituzioni che fino a quel momento erano loro amiche fino al punto di affidargli il destino del proprio congiunto di fronte a quello che io percepivo come un mio personale fallimento di sorella per non aver capito che c’era un problema. Mi rimproveravo e pensavo che la colpa fosse mia. Ferrara è stata una speranza”.

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