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“Il #MeToo ha dato una luce, teniamola accesa”, il nuovo cinema delle Visionarie di Palazzo Merulana

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Le Visionarie del cinema hanno animato il weekend di Palazzo Merulana con un evento dedicato a donne e industria dell’audiovisivo: tra incontri, confronti, idee e riflessioni.

Tutte le ragazze avanti” era l’ordine che Kathleen Hanna  lanciava prima di ogni concerto delle Bikini Kill al pubblico intervenuto, perché voleva risvegliare le coscienze delle proprie fan e ricordare loro che avevano ogni diritto di “stare davanti”. “Tutte le ragazze avanti” è anche il titolo di un libro di Giusi Marchetta, che proprio all’inizio racconta questa storia prima di inoltrarsi con una serie di autrici alla scoperta del femminismo moderno. Infine, “Tutte le ragazze avanti” è anche il riassunto dell’atmosfera che si respirava il 4 maggio a Palazzo Merulana, durante “Visionarie”, evento dedicato alle riflessioni sulle donne nel mondo del cinema.

Un’occasione per “creare interconnessioni e attraversamenti, anche intergenerazionali: dalle icone ai giovani studenti”, l’ha definita così Giuliana Aliberti, avvocata ed esperta di diritti d’autore, a capo di Visionarie in questo Anno Zero. Nel corso dei tre giorni si è discusso dei “mestieri da donna”, delle unconscious bias, ovvero i pregiudizi inconsci di cui tutti siamo vittima, di quanto è cambiata (e deve ancora cambiare) la narrazione della donna nell’audiovisivo.

E le ragazze erano tutte avanti durante il dibattito sul gender gap, scaturito in occasione della proiezione del nuovo documentario di Adele Tulli, “Normal”. Cosa è normale per una femmina, e cosa per un maschio? Si è chiesta la regista di “Rebel Menopause”, e ne è scaturita una pellicola che ci lascia inermi di fronte ai nostri ricordi. Memorie che pensavamo neutre, felici. Invece si rivelano spesso rituali obbligatori che trasformano la personalità dei bambini, obbligandoli a un ruolo che corrisponda al loro gender. Sullo schermo una bimba che fa i buchi alle orecchie, mentre un suo coetaneo inforca la moto da cross incoraggiato dal padre. “Vorrei provare a far capire quanta influenza hanno le norme di genere sui nostri corpi – commenta la Tulli – in una scala di grazia e violenza in continuo cortocircuito, che ci accompagna fino all’età adulta”.

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“Dicendoci come dobbiamo essere – ha proseguito la produttrice italo-britannica Paula Vaccaro – ci convincono ad allontanarci dai ruoli di potere”. Quello stereotipo che vuole gli uomini sempre “a capo”, è la nostra educazione ad averlo creato. Nel cinema produttrici e registe ne fanno le spese, ancora poche e mai scelte quando il budget si rivela importante, spesso ghettizzate nel settore documentaristico perché di nicchia. Vaccaro dice che, quando sceglie di realizzare un progetto, chiede sempre di vedere prima le candidate donne: “Il potere nel cinema è maschio da sempre – chiarisce – lo sento come un dovere di sorellanza”.

“Se non agiamo concretamente e lasciamo fare al tempo, saremo morte prima che la parità sia raggiunta”. 217 anni è infatti la cifra stimata dal World Economic Forum per arrivare alla parità “senza forzature”.

Maura Misiti, ricercatrice CNR, introduce così il progetto DEA (Donne e audiovisivo), una ricerca partita dalla necessità di un check sulle disparità di genere che affliggono il mondo del cinema, che coinvolge università, Mibact e associazioni di settore. Le 11 raccomandazioni che ne sono scaturite sono state inviate al sottosegretario alla Presidenza del Cdm con delega alle pari opportunità, Vincenzo Spadafora, ma restano senza risposta. Si tratta di una raccolta di buone pratiche, provenienti anche dall’estero, che l’Italia dovrà iniziare ad applicare per sperare in un miglioramento. Da un archivio delle professioniste per ogni ambito, attraverso le campagne di sensibilizzazione contro il divario salariale, fino a delle commissioni bilanciate per l’affido dei budget nel cinema.

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Secondo Domizia De Rosa, del WIF (Woman in Film, Television & Media Italia), il movimento MeToo, per quanto esposto a molte critiche, ha acceso una luce sulla necessità di accelerare i cambiamenti sociali, permettendo ad ogni paese da cui si sono poi dipartite le denunce, di giudicarsi con severità. Ad oggi solo la Svezia registra dati positivi in merito alla parità di genere. Anna Kristina Kappelin, console di Svezia e membro dello Swedish Film Institute, racconta il percorso di miglioramento del suo paese come conseguenza di una presa di coscienza del governo. “L’uguaglianza non basta sempre – dice Kappelin – a volte bisogna fare gesti più forti, un passo che la Svezia ha compiuto regolarizzando la distribuzione di denaro nel cinema. Da allora la nostra produzione è migliorata sensibilmente, e anche le tematiche delle pellicole sono diventate più profonde”.

Ogni film svedese deve passare il Bechdel Test. Un metro di giudizio per i film di tutto il mondo che si supera solo se i tre elementi previsti coesistono: almeno due donne in scena, che parlano tra loro e non solo di uomini. Divertente certo, ma anche rivoluzionario. Si tratta di un cambio di visione, come quello che la Disney sta trasmettendo ai propri classici per educare le nuove generazioni a un mondo più equo.

“La visione – ha detto De Rosa – è quella che radica i mutamenti, ma anche li cambia”. Visionarie finisce con molti spunti e qualche grande interrogativo. I comandamenti di quelle ragazze restano: sensibilizzare, fare network, supportare le professionalità e, ovviamente, parlarne senza stancarsi mai, parlarne sempre.

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