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GIOCHI DI SGUARDI

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Story telling by Finta Diva

Un sabato sera di diversi anni fa, mi trovavo insieme ad un’amica in un locale, dell’Esquilino.

C’era presa la fissa di provare cose nuove. Io, non ero troppo convinta, ma questa mia amica veniva da una dolorosa rottura, seguita da una reunion con l’ex fidanzato storico con cui “si sentiva a casa”, ma che, come volevasi dimostrare, l’aveva stesa psicologicamente.  A tal proposito, apro una parentesi: amiche, se i vostri ex, storici o meno, gli amori della vita mancati, o il compagno di classe dell’asilo che vi tirava le trecce, si dovessero far vivi, mi raccomando scappate!

Tornando a noi, la mia amica era un rottame, ma io, a causa del vincolo contrattuale che intercorre fra le amiche, ero obbligata a seguirla ovunque lei desiderasse. Del resto, l’alternativa era piangere con lei sul latte versato, inzuppandoci biscotti ipercalorici. Avvincente.

“Insomma dove vuoi andare?”

“Ah guarda ho trovato questo posto all’Esquilino dove fanno concerti e dj set rock o new wave, a metà fra una discoteca underground con archi di mattoni, effetti fluo e schermi e un pub.”

Ero pronta a rivalutare i biscotti, ma poi spinta dalla curiosità di vedere gente (fare cose) mi lascio facilmente convincere. Ci acchitiamo, a modo nostro, e ci avventuriamo ad esplorare l’inesplorato.

Uno stormtrooper  a grandezza naturale, ci accoglie. E già li, sono tentata di scappare. All’interno ci aspetta un mondo parallelo, fatto di nebbia: nei locali, ancora si poteva fumare, pensate quanto è vecchia sta storia.

Intorno a noi, corridoi e cunicoli stretti. Umidità, fumo e muffa. Bellissimo. Quella sera, in particolare si stava seduti a terra su enormi e decisamente insoliti cuscini. Saltellando, a mo’ di Neil Armstrong appena sbarcato sulla luna, ci muoviamo con le nostre scarpe col tacco, assolutamente inadatte al locale, fra un cuscino e l’altro. “Che la forza dell’umidità sia con voi… a tutto reumatismi!”.

Il cameriere sembra leggermi negli occhi, mentre un po’ svogliato ci fa accomodare per terra porgendoci i menù.

Come famo a rimorchià co sta nebbia?

A volte, però, la fortuna bussa alla nostra porta, è che cavolo, sempre male ce deve annà… poco dopo lo stesso cameriere fa accomodare davanti a noi due bei ragazzi. Un misterioso pelato, rasato, si ma con gusto. Tenebroso, ma sornione. Un filetto di pancia, su un corpo asciutto. Due millimetri di barba grigia evidenziavano l’età effettiva,  su un volto altrimenti da giovane chierichetto.

Dalla faccia si evinceva che avrebbe potuto invitarti ad una cena elegante, e con la stessa flemma invitarti a vedere un film porno soft. (In questo caso il soft fa la differenza!). L’altro, parente stretto dell’ultimo dei mohicani, ma con una giacca lunga, era magro, ma possente, fisicato senza ostentare, uno di quelli che insieme agli amici si limita ad essere comparsa, ma che poi è di fatto il protagonista.

La serata si fa d’improvviso interessante. Seduti di fronte a noi, a terra, ci separa meno di un metro d’aria.

Ci guardiamo, inizialmente con timidezza. Tutte le migliori conquiste sono figlie del linguaggio non verbale. A riempire i nostri silenzi, ci pensava la musica: The Cure, Depeche Mode, Nick Cave, Siuxie and the Banshees, Ultravox, Big Country, Japan, Joy Division, New Order.

Muovo la testa al ritmo di musica, sorseggiando svogliatamente il mio drink. Poi quasi contemporaneamente un pensiero attraversa la mia mente e vengo colta dal panico: chi so questi che cantano? Sti due davanti a noi sembrano intendersene, se si avvicinano e chi chiedono cosa pensiamo delle canzoni che facciamo? Io de simile a questi, al massimo, ma proprio a tirarla per i capelli, ho sentito distrattamente alla radio coso, li come se chiama… Piero Pelù. O era Ligabue?

Appunto mentalmente che, a casa devo mettermi a studiare un po’ di storia della musica, quando mi accorgo che i due ci guardano sempre più intensamente. Sempre di più, sempre di più, sempre di più. Noi ricambiamo, inizialmente con timidezza, poi pure noi sempre di più, sempre di più, sempre di più.

La serata va avanti. Così. Non una parola. La seduta a terra, mi costringeva a sistemarmi la gonna in continuazione. Temevo di essere fraintesa, dai due ragazzi misteriosi, e forse proprio questo ci intrigava. I silenzi. Il detto e non detto. La salivazione corta che ci obbligava a continuare a bere e fumare. Il mohicano poi, sorrideva, spesso usando solo gli occhi.

Ogni tanto, la loro chiacchierata veniva interrotta da un sms (manco whatsapp, sta storia l’ho riesumata dall’oltretomba) a cui il mohicano rispondeva a tratti interessato, ad altri scocciato.

Poi, tutto ad un tratto, trangugiano il loro drink. Segue uno sguardo d’intesa fra i due amici che ci guardano come se volessero mangiarci. Noi iniziamo a sudare. Si alzano di scatto, roba che manco Fiona May prima di un salto scatta così. Si infilano le giacche.

Noi siamo li, ipnotizzate. Ogni movimento è lento. Le abbottonano con cura. Bottone dopo bottone. E mentre lo fanno continuano a fissarci, come se non ci fosse nient’altro che noi nel locale. Poi, finalmente in un balzo ci sono addosso. Loro sono i leoni, e noi le gazzelle. Un solo passo è bastato a riempire la distanza fisica fra noi.

A quel punto, ci alziamo pure noi. Massì, va dove ti porta il cuore. Ci guardano sornioni, e noi diciamocelo, non ci stavamo capendo più niente. Sorprese ed eccitate.

È proprio il mohicano a interrompere il silenzio.

“Scusa, posso farti una domanda” continuando a sorridere con gli occhi. Anniusco.

“Che tacco porti?”

“Dipende, di solito 10”

“O 15” incalza la mia amica, con un misto di eccitazione e timidezza.

“Ok, grazie. Ciao”.

Restiamo li, ferme e immobili come due baccalà. Intontite. Basite. Stupite.

Spariscono nella nebbia fitta del locale. Li seguiamo con la coda dell’occhio. In cuor nostro cerchiamo una spiegazione a questo insolito comportamento. Niente. Dobbiamo rassegnarci al fatto che, come spesso accade, “stavamo a giocà”.

Di certo come dice il saggio è “Meglio tacere e dare l’impressione di essere stupidi, piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio!”

Caro linguaggio non verbale dei miei coglioni, ci hai fatto credere che il nostro gioco di sguardi si sarebbe tramutato in un gioco di anime, e come sempre mai ‘na gioia!

 

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