Il 28 gennaio del 1983 un commando di brigatisti sequestra in casa sua Germana Stefanini, la sottopone a processo proletario per poi sentenziarne al morte. La sua storia è feroce come tante degli anni di piombo, ma ciò che colpisce è che una storia pressoché dimenticata, nonostante un’importante particolarità: Germana Stefanini, 57 anni, addetta ai pacchi nel carcere di Roma Rebibbia, è stata la prima e unica donna vittima del terrorismo rosso. A Germana Stefanini è stata assegnata dopo la morte la medaglia d’oro al valor civile e, nel 2017, le è stata intitolata la Casa Circondariale Femminile di Rebibbia.

Eppure, in pochi conoscono la storia di Germana Stefanini, che è una storia relativamente recente e che fa parte dell’ultima, feroce, parte della stagione del terrorismo rosso, quel momento storico in cui era chiaro che la rivoluzione sarebbe stata impossibile da realizzare e l’universo della lotta armata si era parcellizzato in una miriade di sigle, di fatto schegge impazzite. In quel colpo di coda finale, la ferocia, ispirata anche dalle teorie sanguinarie del leader Br Giovanni Senzani, era diventata la normalità e di quella ferocia è stata vittima una sola donna (anche se dovevano essere due). Pochi mesi prima della tragica fine di Germana Stefanini, i terroristi avevano aggredito nel suo studio e sottoposto a processo proletario la dottoressa Giuseppina Galfo, che esercitava anche (part time) a Rebibbia. La dottoressa Guelfo si salvò miracolosamente, ma portò per tutta la vita i danni fisici e psicologici di quella violenza subita. A Germana Stefanini andò peggio: la attesero sotto casa, al Prenestino, dove divideva l’appartamento di famiglia con il fratello e conduceva una vita tranquilla. Di umili origini, la donna abbattuta senza pietà dopo un processo sommario proletario, era figlia di un idraulico e alla morte del padre, con l’aiuto di una zia suora, aveva trovato impiego nel carcere sulla Tiburtina. All’inizio presso l’orto poi, con il passare degli anni, venne spostata ad un ruolo fisicamente meno faticoso, al controllo pacchi in entrata del carcere.

Germana Stefanini, la prima donna vittima delle Brigate Rosse

Questa donna, proletaria, lavoratrice, di 56 anni, senza famiglia e persona semplicissima da colpire, fu ritenuta l’obiettivo esemplare della guerra alle carceri portata avanti da un commando di 20enni armati: Carlo Garavaglia,Francesco Donati e Barbara Fabrizi.

40 anni dopo, a riscoprire questa storia dolorosa e sanguinosa e a raccontarla per restituirne la memoria, è la giornalista Elisabetta Fusconi, autrice del podcast di Radio 24 “Zitta e buona”, costruito attraverso testimonianze, interviste, ricostruzioni e preziosi documenti d’epoca, a iniziare dall’audiocassetta su cui i terroristi registrarono l’intero processo proletario alla povera Germana. In questa intervista l’autrice ci racconta cosa l’ha convinta a riportare alla luce questa storia incredibilmente dimenticata, e cosa ha scoperto lavorandoci.

Germana Stefanini, una storia dimenticata: intervista a Elisabetta Fusconi, autrice del podcast “Zitta e buona”

Elisabetta Fusconi, come ha incontrato la storia di Germana Stefanini e cosa l’ha convinta che valeva la pena lavorarci?

“Ho preso in mano questa storia senza veramente saperne nulla. Non sapevo neanche che a Germana Stefanini fosse intitolata una sezione del carcere di Rebibbia. Mi sono imbattuta in questa storia una mattina, facendo rassegna stampa. Ho letto di questa vicenda, raccontata in un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, il 28 gennaio dell’anno scorso, anniversario dell’uccisione, erano 40 anni, di questa donna, di cui io ignoravo tutto. Ricordo che più andavo avanti nell’articolo, più rimanevo colpita da diversi particolari.”

Quali?

“Intanto, questa donna ha un triste primato: Germana Stefanini è stata la prima e unica donna diventata bersaglio del terrorismo rosso. Mi sono chiesta: come è possibile che questa donna abbia questo triste primato e io non ne sappia nulla? Questa è stata la prima cosa che mi aveva colpita, mi sembrava incredibile. Poi, andando avanti nella lettura dell’ articolo ho scoperto che questa povera donna era stata sottoposta a un processo proletario, e questa all’epoca non era una pratica nuova, già c’erano stati altri sventurati casi, due mesi prima, sempre a Roma quello della dottoressa Giuseppina Galfo, sequestrata e sottoposta a interrogatorio nel suo studio alla Magliana. Al processo proletario ricorrevano soprattutto gli appartenenti al cosiddetto Partito della Guerriglia, l’ala delle Br guidata da Giovanni Senzani, la coda più feroce. Questo processo proletario era stato registrato, quindi mi sono detta, forse ci sono dei nastri in circolazione, da qualche parte. E lì mi è nata la curiosità che si è trasformata in una voglia irrefrenabile di sapere di più di questa storia, iniziando con la ricerca di queste registrazioni”.

Una ricerca andata a buon fine, come possono constatare gli ascoltatori del podcast Zitta e Buona

 “Infatti, come racconto nel podcast, sono riuscita a trovarli, in maniera piuttosto rocambolesca. Avevo iniziato la ricerca già da Milano ma non ne ero venuta a capo, però ero ormai decisa ad approfondire questa vicenda che era particolare anche per un altro fatto: c’era un testimone che aveva parlato con Germana Stefanini pochi minuti prima che facesse la tragica fine che ha fatto, ovvero, il nipote acquisito. Lui ignorava ovviamente che in quel momento, mentre parlava con la zia per l’ultima volta, la donna era in realtà in mano ai sequestratori. Anche questo aspetto mi aveva veramente colpito tanto”.

Con tutti questi elementi da approfondire, da dove sei partita?

“Le mie ricerche sono partite dall’audio del processo proletario come dicevo, ma non riuscivo a trovare nulla. A quel punto ho pensato di cercare Giuseppina Galfo, l’altra donna sequestrata dai terroristi e sottoposta a processo proletario due mesi prima di Germana Stefanini, che a quell’esperienza era sopravvissuta. Ma nessuno aveva notizie di questa donna che per tutta la sua vita non ha mai raccontato questa esperienza. Alla fine, per un caso fortuito ho trovato l’indirizzo. Giuseppina Galfo si era infatti costituita parte civile al processo, i famigliarI di Germana Stefanini invece no”.

Perché questa scelta?

A quanto mi hanno detto perché non avevano fiducia nel processo, erano sconfortati e sconvolti, non hanno voluto più saperne, tanto che questi nipoti che all’epoca lavoravano anche loro nel carcere di Rebibbia come agenti penitenziari, dopo la fine tragica della zia, hanno cambiato totalmente vita e oggi hanno un ristorante. Hanno voluto chiudere del tutto un capitolo doloroso, quindi hanno rinunciato al processo, dove invece si è costituita parte civile Giuseppina Galfo. Dagli atti del processo quindi, sono risalita all’indirizzo del 1982  della dottoressa, e ci sono andata ma ho trovato solo il fratello che mi ha detto che la donna era morta pochi mesi prima di Covid”.

Germana Stefanini e Giuseppina Guelfo: le storie tragiche di due donne dimenticate vittime della violenza degli anni di piombo

“All’inizio, insomma, ho fatto solo buchi nell’acqua, ma ero decisa ormai a raccontare la storia di queste due donne dimenticate. Quindi sono ripartita dagli atti giudiziari e ho trovato l’audiocassetta del processo proletario e ovviamente quella è la svolta per continuare a lavorarci. Mi sono chiesta se fosse corretto inserire in un podcast le voci di due donne in un momento di terrore e difficoltà, però poi ho pensato che ciò che volevo raccontare, attraverso queste storie era la furia ideologica che aveva colpito tanti giovani in quegli anni e per raccontarlo bene dovevo far ascoltare le loro voci mentre perpetravano un atto folle, cioè mettere sotto sequestro una donna più proletaria delle persone che la stavano sottoponendo a interrogatorio, una donna umile che quel mestiere lo faceva perché glielo aveva trovato una zia suora, e se gliene avesse trovato un altro per lei sarebbe stato indifferente. Non solo era una donna semplice, era anche una donna sola, lei e la Galfo erano anche bersagli particolarmente semplici da colpire”.

Come è possibile secondo te, che queste storie siano state così poco se non per niente raccontate?

“La semplicità di queste due donne, è forse uno dei motivi per cui le loro storie sono state dimenticate. Alcuni ascoltatori del podcast mi hanno scritto dicendo: questa storia è stata volutamente nascosta. Io non penso assolutamente che sia così, penso che tutto sia finito nel dimenticatoio perché queste donne, erano due semplici donne, prive di qualche particolare allure, mi spingo a dire, in un certo senso “poco affascinanti”. Erano due donne, oltretutto sole, senza un compagno e senza figli che hanno potuto portare avanti la memoria di quanto accaduto, entrambe molto facili da colpire, penso che questi sono alcuni motivi per i quali queste due donne sono rimaste dimenticate. Il nipote mi ha detto ‘è vero, le hanno intitolato il reparto di Rebibbia, le hanno dato la medaglia al valore, ma poi in quarant’anni solo silenzio, erano le donne a doverci venire a cercare, lui ha insistito molto su questo punto. Mi ha detto: forse perché mia zia non era un’icona del femminismo, non aveva il ‘fascino’ di altre donne e questo l’ha portata ad essere dimenticata”.

Da quando hai pubblicato il podcast sulla storia di Germana Stefanini, quali reazioni hai avuto?

“C’è stata una commemorazione a Rebibbia con il capo del Dap a dicembre. Mi hanno scritto in tantissimi dicendomi “mi hai fatto rivivere la mia gioventù”, quegli anni che tu racconti li ho vissuti e davvero eravamo assuefatti alla violenza, abituati a sentire ogni giorno, un giornalista gambizzato, un agente ucciso, un attentato da qualche parte. Mi hanno anche scritto tre persone dicendomi io facevo parte di Lotta Continua, ho rischiato quella deriva che racconti, mi sono fermato prima, ma era difficile non farsi fagocitare in quel momento. Uno mi ha raccontato che aveva vivo il ricordo della mattina in cui si trovava a scuola, è arrivata la notizia del rapimento di Aldo Moro e ci fu un boato di gioia. Posso immaginare che un ragazzo di 16 e 17 anni potesse caderci”.

Dei giovani terroristi che hanno sequestrato e ucciso Germana Stefanini che idea ti sei fatta?

“Ho provato a documentarmi il più possibile su chi fossero questi Nuclei per il Potere Proletario Armato, c’è pochissimo in giro, l’unica cosa che è certa è che erano seguaci di Senzani ed erano piuttosto in difficoltà, disperati, per il frastagliamento che ormai c’era, era palese, all’interno del terrorismo rosso e di quella galassia armata composta ormai da un’infinità di microsigle. Loro si erano allineati a questa idea di Senzani che la rivoluzione del proletariato dovesse spostarsi dalle fabbriche alle carceri. Questo perché ormai c’erano tanti brigatisti in carcere che facevano proselitismo attivo, e poi perché il carcere era considerato il simbolo dello stato oppressore da combattere. Quindi questi tre folli si sono convinti che uccidendo una donna addetta allo smistamento pacchi e una che faceva il medico, tra l’altro neanche a tempo pieno, a Rebibbia, avrebbero potuto iniziare questa lotta per l’abbattimento del sistema carcerario. Mi viene quasi da sorridere a ripeterlo. Penso davvero fossero obnubilati completamente dall’ideologia. Mi ha colpito anche che dagli audio i loro toni erano durissimi, gelidi. Poi quando per esempio la Fabrizi capisce che non ha più modo di evitare la cattura lei si consegna in lacrime, lei piange, va a costituirsi piangendo come una ragazzina, cosa che di fatto era. Ci ho tenuto a inserire anche le loro lettere nel podcast, ho passato un intero giorno a leggerle. Mi aveva catturato tantissimo la possibilità di entrare nella loro testa attraverso le loro parole. Ci sono decine di pagine di dissertazioni sullo stato della Lotta di Classe alternate con “carissimo amore mio”, “sono preoccupato che non riusciremo a sposarci”, oppure, sempre la Fabrizi scrive alla mamma dicendo “sai quanto sono buona.

Chi ti auguri che ascolti il tuo podcast Zitta e buona?

“Mi piacerebbe che lo ascoltassero non solo le persone che c’erano in quegli anni ma anche i più giovani. Personalmente, la lezione che ho tratto da questo lavoro è che la nostra democrazia, per quanto ammaccata, e non certo prima di difetti, alla fine ha prevalso su questo delirio. E lo dimostra il fatto che, una volta arrestati, hanno comunque avuto cure sanitarie, il diritto a studiare, e tutto ciò che viene garantito dal sistema. Alla fine insomma, il sistema democratico ha retto e sarebbe bello che la gente non desse tanto per scontato la nostra democrazia, che è riuscita a superare anche un momento come questo, anche se sicuramente, a un prezzo altissimo”.

A questo link gli episodi del podcast Zitta e Buona di Elisabetta Fusconi che racconta la storia di Germana Stefanini e anche di Giuseppina Galfo: https://www.radio24.ilsole24ore.com/home/podcast-originali/zitta-e-buona-germana-stefanini-e-le-donne-vittime-del-terrorismo-rosso

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