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“Generazione Diabolika”, tra buio e luce un omaggio al party più esagerato della capitale

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Generazione Diabolika è il film che ripercorre gli anni ‘ruggenti’ dell’omonimo party che portò la musica techno a Roma

Il paradiso è sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste”. Chi non le ricorda, quelle magliette dai colori sgargianti, spesso accompagnate da cappellini con visiera rovesciata, grandi occhiali da sole e pettinature esagerate? Nel simbolo una ragazza con le corna, sul davanti il logo immortale: “Diabolika”. Ce n’erano tante di quelle magliette, forse un po’ sgualcite dal tempo ma ancora vivaci, nella sala 1 del Cinema Barberini di Roma, lunedì scorso, in attesa di vedere su schermo un’ultima volta la storia della propria giovinezza.

È la Generazione Diabolika, fatta di quei giovanissimi (’85 – ’95) che dal 2000 erano stati la vorace “gente della notte”, che viveva per le feste e nelle feste, quella che il giovane regista Silvio Laccetti ha raccontato nella sua opera prima. Un documentario che era partito per illustrare la cronologia del party più trasgressivo d’Italia ed è finito ad affrontare le contraddizioni della gioventù di allora.

Cos’era il Diabolika? Questa è stata la prima domanda che Silvio e i due produttori, Giuseppe Di Renzo e Gianmarco Capri, si sono posti prima di iniziare a girare. Un progetto partito nel 2017, a pochi giorni dalla tragica morte del noto vocalist Lou Bellucci, che del Diabolika era un po’ l’anima. Lou si spense per un arresto cardiaco, ma si parlò subito di droga: lui, il volto della trasgressione, l’associazione era molto semplice. Anche per questo Laccetti e i suoi si resero conto di voler cominciare a raccontare il party della Capitale da quelle che erano le vere voci nella storia: i protagonisti, che avevano visto Lou da vicino, che avrebbero potuto scrivere la pagine più accurate in un racconto spesso doloroso.

Era stata Roma ad unirli per la prima volta, la Città Eterna che non era estranea ai movimenti sotterranei e alle novità che nella sua grandezza trovavano posto. Fabrizio De Meis e Stefano Santacruz, due inventori del divertimento; Vladimir Luxuria, appena venuta fuori dal ruolo di direttrice artistica del party Lgbt Muccassassina, che aveva reso un cult; Emanuele Inglese, un disk-jockey in erba con la passione per l’elettronica e questa musica house che gli rombava nelle orecchie; infine Lou Bellucci ed Henry Pass, due vocalist estremi e venerati, capaci di guidare una serata dal primo all’ultimo brano. Tutti insieme all’Energie – oggi l’Orion di Ciampino – con il sogno di regalare al proprio pubblico un’esperienza più che una serata.

Sono le loro vicende che si intrecciano in “Generazione Diabolika”, insieme a quelle dei dj D-Lewis, Emix e Simone LP, lasciando il pubblico a ricordare cosa furono i primi party “dei mostri” nati sotto il segno dell’accettazione e della condivisione, a beneficio del divertimento. Diabolika era una serata underground, di nicchia, pensata per essere diversa dalla media. “Era ispirata all’idea di traghettare il pubblico attraverso la notte, fino alle prime luci dell’alba” racconta Henry Pass, nel suo abito sontuoso. Eppure quell’elettronica spinta piacque, Roma si accese con quella musica nuova e le file all’ingresso cominciarono a diventare chilometriche.

“Mordi la mela perché si vive meglio” si scriveva sui banchi di scuola, mentre il fenomeno serpeggiava e si diffondeva, trasformando la città a propria immagine e somiglianza. L’idea era che nel Diabolika si nascondesse la vera libertà che si cerca nelle notti di divertimento, e che cominciò a propagarsi ovunque in Italia anche grazie alla radio. Qui fece il suo ingresso Paolo Bolognesi, conduttore di M2O, che allora era una radio emergente che voleva suonare la “musica giusta”, quella di Emanuele Inglese. Ogni sabato, per chi non poteva essere fisicamente nella capitale, il party era in macchina, al pub, da un amico, dovunque riuscisse ad arrivare quella radio.

Ben presto Roma non basta più, in pochi anni Riccione, Milano e poi Ibiza, il momento di svolta che li lanciava in Europa. Il Diabolika era diventato uno stile di vita, la bandiera preferita per un certo modo di vestire, di ballare, di essere. Quello del calciatore era ormai un mestiere sopravvalutato, in quel momento qualsiasi ragazzino voleva diventare il nuovo Inglese. La notte aveva perso i suoi confini temporali e quella musica tonante era la protagonista di ogni ora libera.

Ma da quel tipo di successo forse non si torna indietro mai.Generazione Diabolika” non si risparmia in questo, lascia che i protagonisti illustrino anche la parte più dura: le liti, i dissapori artistici, la droga che come una piaga silenziosa era entrata nei suoi locali e la contaminazione con cui i social network e la tecnologia avevano trasformato definitivamente le discoteche.

“Per ogni cosa bella c’è una fine, ma siamo stati grandiosi” conclude Bolognesi, raccontando di quel 2010 come dell’anno dell’accettazione. Con la morte di Lou, 7 anni dopo, si chiuse un’era di magia e liberazione. Il Diabolika però ufficialmente non è mai finito, perché una festa del genere caratterizza un’intera generazione, pare voler sottolineare il regista a fine pellicola. Sembrano d’accordo anche tutti i primi spettatori del Barberini, che sui titoli di coda non riescono a smettere di cantare la storica sigla.

L’avventura Diabolika è stata un sogno musicale per Roma, e dura ancora per chi c’è stato dentro. Con il film di Laccetti l’Italia ne vedrà un nostalgico amarcord, ma anche una presa di coscienza. Più che svelare i retroscena, “Generazione Diabolika” è un inno al suo pubblico, perché – citando dj Emix – “Era il rapporto tra noi e il floor che tutti ci invidiavano, quell’amore che ci ha fatto grandi”.

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