In Islanda le donne, guidate dalla premier hanno deciso di scioperare contro il gender gap e il gender pay gap. Un tema ormai analizzato in tutti i modi che però rimane ancora marginale nelle agende politiche, nonostante rientri negli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Analizzando il settore universitario in Italia, per esempio, è possibile constatare quanto la presenza delle donne in figure professionali come i dottorati di ricerca e altre posizioni accademiche di alto livello sia fortemente penalizzata. In effetti, in questo contesto, il divario di genere è ancora più evidente, con una marcata prevalenza a favore degli uomini. Ad esempio, una laureata all’estero guadagna quasi il doppio di quanto potrebbe guadagnare in Italia, a causa del gender pay-gap. Il divario salariale tra uomini e donne con un dottorato è evidente in tutti i dipartimenti accademici, con differenze più significative nelle scienze mediche, seguite dalle scienze matematiche e informatiche, dall’ingegneria industriale e dell’informazione e dalle scienze giuridiche. Infatti, nei dipartimenti STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), se consideriamo il numero di iscritti, la presenza delle donne è maggiore, ma se guardiamo a questa area accademica, con riferimento ai dottorati statali e ai dottorati online riconosciuti dall’ex MIUR ora MUR, il gap tra uomini e donne è maggiore.

Secondo i dati di Almalaurea, nonostante le donne laureate nel settore STEM conseguano il titolo con un voto leggermente più alto degli uomini (103,6 su 110, contro 101,6), sembrerebbe che le neo-ingegnere (un sottogruppo di STEM), a cinque anni dalla laurea, guadagnino molto meno rispetto ai colleghi di genere maschile: le ingegnere guadagnano in media 1.607 euro al mese, contro i 1.792 dei colleghi maschi. Inoltre, le donne spesso si trovano ad essere assunte a tempo parziale (4,1% contro 1,9%) rispetto agli uomini.

Se si considera l’ambito universitario, per quanto riguarda l’immatricolazione a corsi di laurea di primo o secondo livello, abbiamo una presenza femminile pari al 56,6%, presenza che diminuisce al 48% tra gli iscritti ai corsi di dottorato ed al 49% tra i dottori di ricerca. Difatti, negli ultimi anni, le immatricolazioni da parte di studenti di genere femminile è cresciuta sia nelle università tradizionali sia in quelle telematiche, come ad esempio presso l’Unicusano. Tuttavia, come già anticipato, la presenza diminuisce quando passiamo dagli studi alla carriera accademica:  nel 2021 le donne rappresentano il il 41,1% dei 73.493 docenti e ricercatori. Nello specifico secondo i dati del Ministero rappresentano il 49% dei titolari di assegni di ricerca, il 46% tra i ricercatori universitari, al 41% tra i professori associati, e al 26% tra i professori ordinari . Questi dati sono la rappresentazione di quanto le donne, nel passaggio da ricercatrice a professore ordinario, subiscano una forte discriminazione di genere.

Parliamo di: segregazione verticale della carriera delle donne in ambito accademico, ovvero l’impossibilità di raggiungere posizioni apicali; glass ceiling (soffitto di cristallo), utilizzata soprattutto in ambito politico, si indica l’invisibile barriera che impedisce alledonne di accedere alle posizioni apicali; leaky pipeline, intesa come l’abbandono delle donne dalla carriera accademica appena terminati gli anni universitari. Dunque, è evidente che fin dai primi passi nel mondo accademico, le donne incontrano molti più ostacoli nell’avanzamento di carriera, tanto che solo il 26% riesce ad ottenere un contratto a tempo indeterminato nella posizione di professore ordinario.

Questi dati cambiano quando parliamo del personale tecnico amministrativo degli atenei italiani; qui la presenza delle donne risulta essere decisamente più alta, con il 60,5%. Tuttavia, a differenza della carriera accademica, qui si osserva sia una segregazione di tipo orizzontale, basata sull’area funzionale di appartenenza, sia di tipo verticale, riguardante il raggiungimento di posizioni dirigenziali.

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