Home Donne di Roma FEDERICA ANGELI: “IL MIO LAVORO CONTRO LA MAFIA DI ROMA”

FEDERICA ANGELI: “IL MIO LAVORO CONTRO LA MAFIA DI ROMA”

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“Il motivo per cui sono qui, commossa e con il sorriso, siete voi. Siete stati importanti e preziosi per me in questi anni. Questo ‘Noi’ che siamo riusciti a creare ha rotto un po’ quella solitudine che c’è stata e che anche chi ha perso la vita in passato, ha vissuto”.

 Federica Angeli, in occasione della presentazione del suo nuovo libro, A mano disarmata.Cronaca di millesettecento giorni sotto scorta, rivolge così alla folla intervenuta, un grazie rotto dalla grande commozione per lo scrosciante applauso che il pubblico le rivolge.

Federica Angeli è una giornalista di Repubblica, specializzata in casi di nera e cronaca giudiziaria, che con le sue inchieste è riuscita a dimostrare che la mafia esiste anche a Roma, a Ostia, dove è nata, cresciuta e vive con il marito e i tre figli.

 “All’inizio c’era da combattere contro i clan, persone riconoscibili e che ti fanno del male, ma c’era qualcosa di più subdolo, ovvero una cultura che rinnegava l’ esistenza della mafia a Roma. Nessuno voleva vedere quella che io, dal 2013, chiamo mafia autoctona romana”.

Alla sedia della sua scrivania la cronista si siede soltanto per scrivere il suo pezzo. È sul campo che ha deciso di lavorare, andando in giro per la città a raccogliere le testimonianze di chi, quel volto di Roma criminale, lo vede e lo vive ogni giorno:

“Amo lavorare tra la gente per respirare paure, odori, umori delle persone. Quando uno abbassa la voce e tu gli chiedi. ‘ma è vero che qui c’è il racket delle case dei Casamonica, piuttosto che degli Spada’ e quelli si guardano intorno e ti dicono: ‘ zitta non faccia questi nomi’! Li vedi sudare e abbassare la voce e non c’è bisogno che un magistrato mi dica che quella è mafia. Quello che si respira fuori bisogna trovare il coraggio di chiamarlo con il suo nome. Chi allora, se non un giornalista, ha il dovere deontologico e morale di riconoscere i fenomeni per poterli chiamare come vanno chiamati? A difesa del cittadino che non ha strumenti fino a quando non si compie tutto l’iter di giustizia. Io ho cercato di fare questo in passato con le mie inchieste, e lo faccio ancora oggi”.

Le sue inchieste le sono costate care. Come racconta nel suo libro, il primo segnale che il suo lavoro stava dando fastidio ai potenti della criminalità organizzata romana arriva il 23 maggio 2013, quando viene sequestrata insieme ai due operatori che erano con lei e minacciata di morte in uno stabilimento balneare mentre lavorava sul malaffare ad Ostia:

Ricordo un gesto di quel giorno, quando ero chiusa in quella stanza con Armando Spada: mise la mano con il palmo rivolto verso l’alto e mi disse stanno tutti qua con noi, polizia, carabinieri, politici. ‘Qui comannamo noi!’ La certezza dell’impunità e che vincevano loro lui ce l’aveva nel taschino ed io l’ho sentita tutta addosso a me. Una settimana dopo, tra mille tentennamenti, andai dai carabinieri che mi dissero di denunciare solo ciò che avrei potuto dimostrare. Denunciai soltanto quello che la telecamera aveva ripreso, il Dammi sta telecamera altrimenti mi te sparo in testa. Il 19 febbraio, quando poi sono andata al processo, una delle domande della difesa di Spada è stata perché ho denunciato l’accaduto soltanto una settimana dopo. Il motivo era perché in quel momento mi era piombata addosso la paura che prova un normale cittadino quando ti dicono cominciamo dai tuoi figli se non fai come diciamo noi.”

Un episodio che la segna particolarmente, anche se il momento che, come afferma lei stessa, le è costato la libertà è stato il 16 luglio, quando diventa testimone oculare di un duplice tentato omicidio sotto casa sua, ad Ostia. Ancora una volta Federica Angeli decide di non rimanere in silenzio e di denunciare, ma questa volta le minacce si fanno più insistenti, tanto che il 17 luglio le viene assegnata la scorta che anche oggi la accompagna e la segue vigile in ogni spostamento, anche mentre racconta di quel drammatico momento:

Quella notte ero a casa e sento una ragazza in strada urlare: ‘no fermo non sparare’, poi subito due colpi di pistola uno dietro l’altro. Apro la finestra e mi affaccio al balcone. Vedo alla mia destra scappare il boss di Ostia Carmine Spada, detto Romoletto, e alla mia sinistra fuggire zoppicando il nipote Ottavio detto il Lama, perché è bravissimo con il coltello. Infatti poco prima di quei due colpi aveva dato trenta coltellate all’addome ad uno del clan rivale dei Triassi, davanti la sala scommesse più grande di Ostia e quattro alla giugulare all’altro rivale che risponde a questo agguato a colpi di coltello sparando i colpi di pistola che io sento. Dopo un po’ che eravamo affacciati per capire cosa fosse successo, Romoletto alza gli occhi ai balconi, ci guarda e dice: ‘Aò ma che state a guarda? Tutti dentro daje. Lo spettacolo è finito.’ Immediatamente tutte le persone affacciate rientrano dentro casa e tirano giù la tapparella. In questo gesto c’è tutta la rassegnazione delle persone. Molti hanno chiuso le finestre e si sono rimessi a dormire, io no. Io al comando del boss di Ostia non rispondo. Se tu mi dici di rientrare, io resto affacciata, perché in quel momento scelgo ancor di più, laddove ce ne fosse stato il bisogno, la strada della legalità. Scelgo di consegnare ai miei figli una vita in cui non devono abbassare la testa e chiudere la tapparella. Spero che quello che, piano piano, abbiamo creato, dia la forza a tante altre persone di non abbassare mai più quella tapparella perché tanto vinciamo noi”.

Armata di penna e coraggio, Federica Angeli combatte ogni giorno contro le ingiustizie e la criminalità perché ad abbassare la testa lei non ci sta. E questa battaglia continua a combatterla soprattutto per i suoi figli e per chi, come lei, crede che ribellarsi sia il segnale più forte che si possa dare, nonostante la paura:

“Quando lavoro ho talmente tanta adrenalina e voglia di portare a casa il servizio che non ho paura in quel momento. Però, dopo, quando ti scende l’adrenalina, ti piomba addosso, la senti e ti gela il sangue. Il mio obiettivo è quello di dare la notizia ai miei lettori in modo che possano, consapevolmente, essere liberi. Il Noi che racconto in questo libro è stato anche una voglia di risollevare la testa. Mi sono messa in gioco perché la mia normalità, l’essere madre, moglie, donna e cronista potesse dare la sensazione alle persone che se ce la potevo fare io ce la potevano fare tutti. Piano piano la soddisfazione è arrivata: vedere le persone che trovavano il coraggio di denunciare”.

Il suo libro non è soltanto il racconto della sua storia, quella di una donna che ha sacrificato la propria vita e libertà per un ideale di giustizia, ma è anche un atto di denuncia e un grido di speranza. La strada da percorrere è ancora lunga, ma la positività di Federica Angeli non è facile da spegnere. E a confermarlo sono le sue parole:

Oggi le mie parole vengono prese in considerazione perché sono scritte nel mio libro. Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria, forse dovremo andare incontro alla prescrizione e quindi, per il momento, non vedo la parola fine alla mia vicenda salvo che, in queste pagine che ora ha in mano la Procura, si possa contestare l’articolo 7, e quindi la mafiosità. Noi comunque continuiamo a combattere fino alla fine, perché non ci arrendiamo ad una sentenza che non ci convince”.federica angeli

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