Stasera vedremo in tv, in prima serata su Rai Uno, la prima puntata della mini serie dedicata al poeta dell’Infinito. Tra le tante cose raccontate sulla figura di Giacomo Leopardi c’è il suo amore per Fanny Targioni Tozzetti, una figura che non tutti conoscono. E allora, diamo un po’ di luce anche a lei, che in tv vedremo interpretata da Giusy Buscemi, Fanny Targioni Tozzetti, con la storia vera della donna amata da Leopardi.
Pur non essendo famosa, questa nobildonna fiorentina ha lasciato una traccia significativa nella storia della letteratura italiana proprio perché fu l’oggetto dell’amore (non ricambiato) del poeta Giacomo Leopardi. La sua vita si intreccia con quella di Leopardi, ma anche con la cultura e la società del suo tempo, segnando un capitolo importante nella biografia del grande poeta romantico. Ma chi era veramente?
Fanny Targioni Tozzetti, l’amore di Giacomo Leopardi e il triangolo con Antonio Ranieri
Fanny nacque a Firenze nel 1801, come Fanny Ronchivecchi. Presto sposò il medico e botanico Luigi Targioni Tozzetti, un aristocratico che si dedicava alle scienze naturali da cui ebbe tre figli. Inserita in un ambiente raffinato, Fanny ricevette un’educazione che le permise di coltivare una sensibilità artistica e letteraria. A partire dalla sua giovinezza, entrò a contatto con il mondo della cultura, frequentando le principali personalità dell’epoca e sviluppando una profonda passione per la musica, la poesia, la pittura e le belle lettere.
Nel 1830, Fanny Targioni Tozzetti incontrò Giacomo Leopardi, che all’epoca era già uno dei poeti più celebri d’Italia e che si innamorò di lei. La relazione tra i due non fu mai una storia d’amore tradizionale, ma piuttosto un’ammirazione platonica e romantica che attraversò la vita di Leopardi come uno degli episodi più significativi del suo travagliato percorso emotivo.
A presentare la donna al poeta, fu Alessandro Poerio che ne parlò al comune amico Antonio Ranieri, in questi termini: “dicono essere ella non solo bellissima e cortese di modi, ma eccellente oltre al solito delle donne nella pittura, nelle lingue moderne ed in altri pregi. La Targioni […] è ormai fatta tutta letteratura e signoria”.
Quella di Antonio Ranieri fu una presenza ingombrante per Leopardi e il suo amore per Fanny Targioni Tozzetti. Tra i tre giovani infatti, si instaurò una sorta di triangolo amoroso, in cui però gli angoli non coincidevano mai. Pare infatti che, se Giacomo Leopardi amava Fanny, il suo cuore battesse invece per Antonio Ranieri grande amico del poeta che però, non ricambiava. I tre comunque formarono un sodalizio e misero su addirittura un piccolo giornale satirico, su cui scrisse anche Fanny. Anche se il progetto fu di breve durata e presto naufragò.
L’ amore platonico ma doloroso con Aspasia
Ovviamente, non esiste niente di più disgraziatamente romantico di un amore non ricambiato e il poeta usò il suo sentimento, che rimase sempre solo sul piano platonico, per trasformarlo in poesia, trasfigurando la sua bella, colta e audace amata nella figura di Aspasia. E nella poesia che racconta della scaltra e colta moglie di Pericle, Leopardi mette tutta la sua amarezza per il sentimento non corrisposto dalla donna amata. Franny Targioni Tozzetti, la storia d’amore però pare non l’avesse proprio non solo considerata, ma compresa, ignorando addirittura la vera natura dei sentimenti del poeta. Insomma, una situazione struggente che ispirò la penna leopardiana.
La lettera che svela la verità
Una lettera che Fanny scrisse ad Antonio Ranieri, alla notizia della scomparsa di Giacomo Leopardi, nel 1837, chiarisce proprio in modo inequivocabile, che la nobildonna affermava non conoscere l’amore del poeta per lei, e non avergli mai dato speranze reali in questo senso. Scrive infatti Fanny: “La disgrazia della morte del povero nostro Leopardi mi ha annientata. Sì pel bene che gli volevo, sì pella perdita fatta; sì pell’interesse che io prendo, a tutto ciò che vi riguarda. Io partecipo grandemente al vostro dolore, io sento il vuoto che proverete nelle vostre abitudini. E quel male che cagiona la perdita d’un amico che si amava, e stimava, male che le parole non valgono ad esprimere, male che il tempo non basta a dissipare.(…) Se non vi conoscessi così propenso al farmi arrabbiare, e canzonare direi che siete stato cattivo nel tentare di darmi un dispiacere colla risposta sull’Aspasia. Voi più d’ogni altro sapete se mai diedi la menoma lusinga a quel pover’uomo del Leo…, e se il mio carattere è tale da prendersi gioco d’un infelice, e d’un brav’uomo come lui. Quando me ne parlava, in certi tempi, io m’inquietavo, e non volevo, manco credere vere certe cose, come non le credo ancora, ed il bene che io gli volevo glie lo voglio ancora tal quale, abbenché ei più non esista. Siate dunque buono per me, vi prego, non mi dite più delle simili sciocchezze, e risparmiate una pena al mio cuore, nel togliermi l’idea che senza volerlo potei dar trista idea di me stessa a persona così disgraziata”.



