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Eva Mikula, la donna del capo che incastrò la Banda della Uno Bianca

eva mikula banda della Uno bianca

Eva Mikula neglio anni '90 ITALFOTO

103 rapine, 24 morti, 102 feriti tra il 1987 e il 1994. Questi sono i numeri del sangue versato dalla Banda della Uno Bianca che, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, a bordo della più popolare utilitaria Fiat dell’epoca, seminò terrore e morte nella tranquilla Emilia.

A trent’anni da questa incredibile storia criminale, libri e documentari ne hanno ricostruito la vicenda, raccontando retroscena e fatti di quella ferocia.

Banda della Uno Bianca: una scia di sangue lunga sette anni

Una ferocia che inorridì ancor di più l’opinione pubblica quando si scoprì che a sporcarsi di tanti delitti era stata una banda composta non di semplici criminali, ma di poliziotti.

Cinque dei sei componenti della Uno Bianca erano infatti appartenenti alle forze dell’ordine.

Il gruppo criminale guidato dai fratelli Savi, iniziò le sue scorribande nel 1987 puntando a rapinare i caselli autostradali, poi passò a banche e portavalori.

Quasi sempre, in quegli anni di furia, nelle loro rapine qualcosa andava storto e si finiva con lo scontro a fuoco.

L’episodio più tragico di questa epopea di sangue fu la strage del Pilastro. Nel 1991 a Bologna, la Banda della Uno Bianca, con un azione militare lasciò a terra cadaveri un’intera pattuglia di Carabinieri.

Seguirono altri tre anni di sangue e terrore, prima che gli investigatori venissero a capo del mistero su chi fossero effettivamente i criminali che da anni terrorizzavano l’Emilia Romagna.

Le loro imprese feroci si conclusero alla fine del 1994, quando, dopo errori e fallimenti investigativi, si imboccò finalmente la pista giusta, riuscendo a dare un volto ai criminali.

Cinque su sei dei componenti della Uno Bianca erano poliziotti in servizio.

A guidare il manipolo criminale erano i fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, tutti condannati all’ergastolo.

Insieme a loro, in posizione più defilata, vennero condannati anche i poliziotti Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.

A contribuire a incastrarli fu la donna di uno di loro: Eva Mikula, giovane compagna di Fabio Savi.

Eva Mikula, dark lady e testimone chiave contro la Uno Bianca

Eva Mikula rimane ancora oggi un personaggio chiave della vicenda della Uno Bianca.

La giovane rumena aveva incontrato Fabio Savi, il capo della banda, a Budapest, quando lei aveva 16 anni e lui aveva una moglie e un figlio.

Presto i due andarono a vivere insieme e Fabio Savi non nascose mai nulla delle sue attività criminali alla compagna. Anzi, spesso in un delirio egotico se ne vantava, raccontando per filo e per segno le sue ‘imprese’.

Secondo quanto scritto nel suo recente libro autobiografico, la ragazza, all’epoca dei fatti diciannovenne, avrebbe voluto ribellarsi e denunciare ancora prima i delitti del compagno e dei suoi complici.

Fatto sta che, quando gli inquirenti catturano Fabio ed Eva all’alba del 24 novembre 1994, al confine con l’Austria, pronti ad espatriare, la giovane decide subito di collaborare. La testimonianza di Eva Mikula diventa un passaggio fondamentale del processo, e decisiva per arrivare alle condanne.

La ragazza, giovane, bella, rumena, spericolata, per i media diventa subito il personaggio da copertina di questa saga criminale. Una dark lady perfetta. Qual era veramente il suo ruolo all’interno della Banda della Uno Bianca?

A rispondere a questa domanda ci ha pensato la magistratura, assolvendola da ogni accusa.

La sua vita è dunque proseguita, ma in occasione dell’uscita del libro, a trent’anni dalla strage del Pilastro, è tornata a far sentire la sua voce, dicendosi ‘abbandonata dallo stato italiano’ e lamentando di non essere stata abbastanza protetta e tutelata dopo aver aiutato la magistratura a fare giustizia delle stragi della Uno Bianca.

Il tutto provocando la sentita reazione dei parenti delle vittime, che a trent’anni di distanza piangono ancora i loro cari uccisi da quel manipolo di feroci criminali.

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