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Ennio Morricone, il suo biografo: “Una vita consacrata alla musica”

ennio morricone

Ennio Morricone e Alessandro De Rosa

Gli spettatori si stanno godendo in questo momento nei cinema di tutta Italia l’emozionante documentario “Ennio” di Giuseppe Tornatore, un viaggio intimo nell’arte e nella vita del grande Ennio Morricone. Compositore noto in tutto il mondo, soprattutto per le sue indimenticabili colonne sonore, la vita del maestro Morricone è stata anche molto altro, sempre nel segno di una dedizione totale alla musica. Lo sa molto bene Alessandro De Rosa, anche lui compositore che, dopo un incredibile incontro con il Maestro, è riuscito a conquistare la sua fiducia e a iniziare una lunga frequentazione che è sfociata nel racconto della vita straordinaria di Ennio Morricone nella sua unica autobiografiaEnnio Morricone – Inseguendo quel suono. La mia musica, la mia vita. Conversazioni con Alessandro De Rosa” (Mondadori Libri) .

Alessandro De Rosa è riuscito così ad entrare nell’intimità del grande compositore, tanto da essere coinvolto nel documentario sia come consulente che come testimone, custode di ricordi e aneddoti che dicono molto sulla vera personalità del grande musicista.

Ennio Morricone, intervista all’amico e biografo Alessandro De Rosa

“E’ un’esperienza che mi ha cambiato la vita, mi sono trovato davanti a un gigante, non solo della composizione ma della vita”. Così Alessandro De Rosa, compositore e scrittore, definisce la sua lunga frequentazione con Ennio Morricone scomparso il 6 luglio del 2020, che ci racconta in questa intervista.

Alessandro De Rosa, come è nata la sua amicizia con un mostro sacro come Ennio Morricone?

La storia è abbastanza incredibile. Ci siamo conosciuti nel 2005. Io avevo solo 19 anni e il sogno di diventare compositore, lui era venuto a Milano per una conferenza e io pensai di avvicinarlo per lasciargli un cd con un mio brano e un biglietto in cui gli chiedevo se, secondo lui, avevo le qualità per continuare su quella strada. Poco prima in conferenza gli avevano chiesto del suo rapporto con i giovani musicisti e lui aveva risposto che in tanti gli davano i cd ma lui quasi sempre li cestinava. Nonostante questo mi feci coraggio, e ci provai. Mai avrei pensato quello che stava per accadere.

Tornato a Roma, già il giorno dopo mi telefonò, io ero a lezione e non risposi, e questa è una fortuna perché lui dovette lasciare un messaggio nella segreteria telefonica in cui mi spronava a studiare perché pensava che le qualità ci fossero davvero. Quel messaggio che conservo ancora oggi, mi ha cambiato la vita ed ha segnato l’inizio di questa conoscenza che poi si è trasformata in molti  modi negli anni fino ad arrivare al progetto di scrivere con lui un’autobiografia che è più una lunga conversazione. 

Ennio Morricone era riluttante a parlare di se stesso, quindi pensammo di trascrivere un nostro lungo dialogo, in cui io soddisfavo le mie curiosità e lui si apriva ripercorrendo momenti salienti della sua vita.

Al di là del libro, che tipo di rapporto c’è stato tra voi?

A quel libro si arriva dopo 10 anni di frequentazione. Quando mi incoraggiò a studiare, mi indicò il nome di un maestro e io decisi subito di seguire il consiglio e, da Milano, mi trasferii a Roma. Lì ho iniziato a fare tanti lavori e nel frattempo ho studiato con Boris Porena chen, come Morricone aveva studiato con Petrassi. Ero molto impegnato, ma ogni tanto lo andavo a trovare. Ho cercato di sdebitarmi anche dopo, in ogni modo, di quel messaggio che ha aperto una nuova fase della mia vita. Lo tenevo informato su quello che facevo, gli portavo miei lavori per chiedergli consiglio e lui li ascoltava e mi richiamava nel giro di un giorno. Poi, conoscendolo meglio, ho capito che c’erano delle questioni di tipo compositivo, ma anche esistenziali che ci legavano. E questo ci ha avvicinato molto.

Affidare a qualcuno la propria autobiografia, è una atto di grande fiducia, come si è arrivati dall’amicizia alle ‘confessioni’ sulla sua vita?

Quando mi sono trasferito in Olanda perché in Italia era difficile lavorare, gli ho scritto una lettera di commiato. Lui mi chiamò e mi disse: “Mi dispiace molto che se ne va. Però quest’estate se passa per Roma, mi venga a trovare. Mi farebbe piacere darle uno scritto”. Quando lo andai a trovare, mi diede questa relazione che lui utilizzava nelle conferenze, una decina di pagine, domandandomi cosa ne pensavo.

Il giorno dopo l’ho chiamato e gli ho esposto l’idea di ampliare quelle pagine. Per me era soprattutto un modo per rimanere in relazione con lui ed imparare cose da lui, visto che non aveva potuto essere il mio insegnante. E lui su due piedi mi disse: “Senta, io non ho il tempo, ma cercherò di trovarlo, e adesso ci diamo del tu”.

E così dall’Olanda con cadenza mensile e a volte settimanale tornavo a Roma per queste conversazioni con Ennio, ed è stato un grande percorso di conoscenza e di crescita per me.

Cosa ha scoperto attraverso queste chiacchierate che non avrebbe mai immaginato di lui prima?

Tantissime cose. Quanto sono state importanti per lui le relazioni, trovare sintonia con le persone con cui si relazionava. L’enorme disponibilità, curiosità e apertura che aveva conservato nonostante fosse un personaggio così importante. Io di dischi ne ho dati, ma la sua fu l’unica chiamata.

E poi, il suo approccio alla vita e alla musica. Era esigente prima di tutto con se stesso, e i risultati straordinari raggiunti sono anche frutto di questo impegno e di questa costanza.

Ho scoperto oltre alle musiche per il cinema, tutte le sue esperienze incredibili, ha fatto di tutto e tutto ai massimi livelli, spaziando dalle canzoni pop all’avanguardia. Lui cercava di connettere e creare contaminazione,  mi parlava spesso di ‘cortocircuiti’, non solo musicali ma anche culturali e sociali.

Come sintetizzerebbe il rapporto di Ennio Morricone con la musica?

Totale. Nel bene e nel male. Lui si approcciava ad ogni lavoro come se fosse il primo. Era per lui una continua riscoperta del primo grande amore, con le stesse paure e lo stesso entusiasmo anche dopo anni di successi. Questo protendere sempre al massimo, penso che sia stato il vero motore della sua attività. Rapporto totale è non aver paura della sofferenza, ma anche ripartire da zero. E questo è quello che ha fatto per tutta la vita. Si alzava la mattina alle 4.30, faceva ginnastica, scriveva fino alle 12 poi pranzava, poi scriveva o registrava, andava a dormire alle 21.30, e alle 4.30 del mattino dopo si risvegliava e ricominciava da capo. Non a caso lui si definiva una sorta di ‘monaco’ consacrato alla musica, tenendo ben presente il motto benedettino ‘ora et labora’. Una vita funzionale alla produttività musicale. La musica era la sua vita.

Il suo rapporto con il successo invece?

Un rapporto duale. Mi ha raccontato spesso quanto lo avesse cercato, animato da grande ambizione. Voleva affermarsi, essere riconosciuto. Dall’altro lato, quando arrivava a un traguardo, lo considerava sempre un punto di ripartenza. Una volta gli chiesi com’è vincere tanti premi, lui mi ha risposto: ‘Sì, è molto importante vincere un premio. Ma è un punto di arrivo che è anche un punto di ripartenza. Una volta raggiunto, devi continuare’.

Questo nella sua attività compositiva è stato vero quando lo etichettarono come compositore dei western, e lui in quei panni ci stava stretto. Chiunque altro si sarebbe adagiato,Morricone invece soffriva che lo chiamassero solo per questo e ha rifiutato centinaia di lavori, anche da Hollywood, scegliendo invece di lavorare con ragazzi al loro esordio Cavani, Agosti, Bellocchio, perché in questo modo aveva più libertà, poteva sperimentare di più. Ed erano anche sfide più difficili da vincere.

Il suo rapporto con il talento?

Per lui, il primo elemento del talento era il lavoro. Pensava fermamente che il talento fosse qualcosa che si costruisce e si alimenta, non è innato. Poi certo, c’è anche una parte di mistero, ma lui credeva nel lavoro, nella costanza.

La tua storia ci racconta che era molto attento anche al talento degli altri, dei giovani?

Si. Dicevo di come, anche nel cinema, ebbe il coraggio di lavorare con allora giovani registi semisconosciuti, per la libertà che gli assicuravano e perché credeva in loro.

Io posso dire che Ennio Morricone a me ha dato la dignità. La mia storia non l’ho mai raccontata, anche perché sembrava incredibile. In un sistema che ti dice in continuazione che se non ci sei tu, ci stanno migliaia di altre persone che possono fare la stessa cosa, trovare un gigante come lui che ogni tanto mi faceva una telefonata per dirmi che mi aveva ascoltato e per dirmi ‘continua, non puoi fare altrimenti’, è stato molto importante.”

Gli spettatori possono scoprire molto di Ennio Morricone in questi giorni grazie al film di Tornatore a cui hai collaborato

E’ stato Ennio a svelarmi per primo questo progetto, anni fa. Le nostre conversazioni erano concluse, il libro stava per uscire e lui mi ha detto: “Devi esserci pure tu nel film!”. Poi passarono un po’ di anni, e Tornatore mi chiamò per partecipare e testimoniare il mio ricordo. E’ un documentario intriso d’amore, di un amico verso un amico, e quel calore passa moltissimo. E’ suggestivo, emozionante e arriverà a tante persone la possibilità di entrare nel mondo della musica e del cinema, e spero che sarà solo l’inizio di una ricerca.

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