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Egeria: la ninfa innamorata che divenne fonte

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Egeria, più che un’antenata, è una leggenda: quella di una Ninfa che, sciolta dal pianto d’amore, diede origine alla fonte omonima. Nel giorno di San Valentino, ecco la sua struggente storia.

Roma era giovane, inesperta e già presuntuosa. Come lui. Numa Pompilio.

Dopo anni di latitanza, il Senato lo aveva indicato come possibile successore al trono, ma il verdetto spettava agli dei. Gli dei, però, avevano già deciso. Numa era nato il 21 aprile, come Roma. E questo già bastava.

La riorganizzazione della vita dei romani non era cosa semplice, e Numa ne era più che mai spaventato. Aveva lasciato la sua terra sabina per volere degli dei, e ad essi continuava ad affidarsi nel suo mandato.

Avvezzo alla religiosità, Numa, era solito passare molto tempo in solitudine, leggendo, studiando, e passeggiando per la città, soprattutto a notte fonda.

Una notte, si trovata nei pressi del Celio, quando la sua attenzione fu catturata da un misterioso canto. Davanti a lui un bosco. Numa per nulla spaventato vi si addentrò.

“Per orientarmi, userò le stelle”.

Non fece in tempo, a terminare il suo pensiero che i canti si triplicarono. Qualcosa, o qualcuno, lo stava chiamando. Un milione di suoni, davano vita ad  una meravigliosa armonia. Camminava senza sapere dove andare, guidato solo da strani rumori, ora impetuosi e frastornanti, ora dolci, melodiosi e rassicuranti. Lucciole, rumori bianchi e profumo di rugiada, lo cullavano nella sua mistica passeggiata. Poi, una nebbiolina simile a pioggia lo invase. Gli alberi erano intorno a lui, ma non riusciva più a vederli. Un attimo dopo fu silenzio. “Mi sono spinto troppo oltre, ora gli dei mi puniranno”.

Camminò ancora un po’, aguzzò la vista e la vide. Nascosta in una grotta, una Ninfa.  

“Non ti nascondere. Come ti chiami?” chiese lui.  

Lei parlava, ma lui non sentiva più nulla. La testa iniziò a girare. Il tempo si era fermato improvvisamente. Il cuore aveva perso un battito.

Quando tornò in sé, era lei a chiedergli il suo nome.

“Sono Numa. Che posto è questo?”

“Questo è il bosco delle Camene. Un luogo incantato dove vivo con le mie sorelle Carmenta, Antevorta, Postvorta.”

“Tu sei una dea?”

“Sono solo una Ninfa di sorgente. Mi chiamo Egeria. ”

“Sei tu che mi hai condotto fino a qui?”

“Forse… o forse sono stati gli dei, o le lucciole. Chissà.”

Egeria lo canzonava sorridendo. Gli uomini si sa, sono lenti a comprendere. Lui non riusciva a capire se quello fosse un sogno o la realtà. A pochi passi dalla grotta c’era un albero cavo, dove Numa si era appoggiato per lo stupore. Egeria si avvicinò. Ad ogni passo si faceva più splendente. Limpida e trasparente, come l’acqua. Accoccolati sotto l’albero, la Ninfa gli parlava, gli raccontava del bosco incantato e soprattutto delle acque di sorgente sulle quali vegliava. Storie fantastiche in cui Numa si perdeva. C’era qualcosa nella sua voce, nelle sue parole, qualcosa a cui Numa non sapeva resistere. Qualcosa che lo faceva sentire contemporaneamente vuoto e pieno. Stanco e vivo. Seguire la corrente era l’unica scelta possibile. Quelle labbra lo chiamavano. Lo avevano sempre chiamato. Riempì lo spazio fra di loro con un bacio.

Egeria e Numa suggellarono così, con la passione, un patto d’amore voluto dagli dei, o dalle lucciole. Chissà.  Finchè le stelle pian piano scomparirono facendo spazio all’aurora. Il cielo si destava e con esso i nostri amanti. Roma non era mai stata più bella. Ad Egeria e Numa parve di vederla per la prima volta.

A quella notte di passione, ne seguirono altre e altre ancora. Andava più o meno così. Di giorno Numa dettava le leggi divine suggerite di notte da Egeria, poi appena calava l’imbrunire, correva al Celio, dove gli dei, o le lucciole, chissà, guidavano il Re fra le braccia della sua amata.

Ogni notte era uguale alle altre, eppure così diversa. Più Numa camminava in quel bosco incantato, guidato dagli dei o dalle lucciole, chissà, più si sentiva a casa. Alla sola vista di Egeria, tornava davvero a respirare. Ossigeno. Come un pesce nel mare. Si poggiavano ai piedi dell’albero a pochi passi dalla grotta e parlavamo, discutevano e si baciavano.

Amore, passione, sapienza, consapevolezza e conoscenza: Egeria era la fonte di tutto. E Numa, era convinto che fossero stati gli dei a farli incontrare.

“Non gli dei Numa, ma le lucciole.” scherzava Egeria prima di baciarlo.

Ad ogni sospiro d’amore, i saperi di lei arrivavano a lui più chiari e più limpidi dell’acqua. La passione scorreva come un fiume in piena. Non riuscivano a controllarla. Dovevano viverla. Seguire la corrente fino alla cascata. Ad aspettarli, un volo. Poi la pace.

Poi, il sole sorgeva di nuovo su Roma. Andò così, per oltre quarant’anni. Anni in cui, Egeria divenne amante, moglie, musa ispiratrice e consigliera di Numa Pompilio, secondo Re di Roma.
 
Una notte durante uno dei loro mistici incontri, voluto dagli dei o dalle lucciole, chissà, iniziò a piovere.

“Sembra che gli dei, stiano per mettersi a piangere” disse Numa. “Vieni, mia adorata, danziamo ancora un po’”.

La passione li colse all’improvviso come la pioggia. Prima una lieve pioggerellina di aprile che via via si trasformò in un temporale d’agosto. Le gocce cadevano sempre più forte. Un lampo illuminò il bosco intero. Tuono. L’acqua era tutto intorno a loro. Bagnava i volti e le anime.

L’albero sotto il quale erano soliti accoccolarsi non riusciva più a ripararli. Non c’erano più confini fra il bosco incantato delle Camene e Roma.

Dalla notte dopo il temporale, gli dei, le lucciole, chissà, non guidarono più Numa nel bosco delle Camene, dove erano rimaste vive solo le lacrime di Egeria.

Niente e nessuno, neanche le sue sorelle, riuscirono a placare il dolore della Ninfa per la perdita del suo amato. Quel tuono, il tuono dell’ultima danza con il suo Numa, le rimbombava nel cuore, giorno dopo giorno, notte dopo notte, dando vita ad un fiume di lacrime inarrestabile. Il dolore partiva disperato dal più profondo, vero e remoto angolo del cuore, trovando libertà solo attraverso i suoi occhi. Una dietro l’altra, le lacrime, pur rigandole il viso bruciando come il fuoco, invece di arrestarsi, si facevano più intense.

Fu allora che la dea Diana, custode delle fonti e dei torrenti, impietosita dal suo pianto, decise di trasformare quelle lacrime in una fonte nel bosco ,dove la Ninfa era solita piangere.

Egeria era la fonte di tutto: conoscenza, consapevolezza, sapienza, passione e amore. Il dolore, le idee, le leggi, l’amore stesso. Attraverso l’acqua, ora tutto era libero di andare.

Questa è la leggenda che spiega la nascita della Fonte Egeria, l’acqua di Roma, che è aperta al pubblico e vi si accede dal Parco Regionale dell’Appia Antica, nella zona della Caffarella. Dalla Fonte Egeria parte il “sentiero delle acque” che passa tra i resti del Bosco Sacro e del Ninfeo per raggiungere le sorgenti, le Murrane e il Laghetto del Pioppeto.

Ha un che di mistico e poetico, questa storia fra finzione e realtà, dove ogni sorso d’acqua nasconde le lacrime di una donna, che ha amato e che sapeva amare.

Di notte, poi, c’è chi dice di vedere ancora Numa ed Egeria danzare. Per volere degli dei, delle lucciole… chissà. 

2 COMMENTS

  1. Molto bella questa commistione di leggenda, rimando archeologico e attualità di servizio per dare un significato a questa giornata altrimenti piuttosto insulsa.
    Carla

    • Siamo contente che ti piaccia. Volevamo trovare una storia d’amore per San Valentino, lo ammettiamo! Ma abbiamo provato a cercarne una meno conosciuta e molto legata alla città.

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