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Irene Dionisio, direttrice del Lovers Film Festival: “Dal #MeToo il silenzio si è rotto. Le registe donne ora ricevono più telefonate ”

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Presentata a Roma la nuova edizione del Lovers Film Festival. TuaCityMag ha incontrato Irene Dionisio, regista e direttrice artistica della rassegna

“Ho voluto tante donne a una festa così grande è stato un gesto quasi involontario, siamo figure estremamente potenti e ancora inespresse”, parola di Irene Dionisio, direttrice artistica del Lovers Film Festival.

Il prossimo 24 aprile inizierà la trentaquattresima edizione della rassegna queer creata da Giovanni Minerba, famosa in tutta Europa. Oltre 100 pellicole nel densissimo programma, che brillerà per le presenze di spicco. Aprirà la fila Alba Rohrwacher, madrina della manifestazione, la seguiranno Helmut Berger, Neri Marcorè, Michela Murgia, la cantante Myss Keta e la regista di pornografia al femminile Erika Lust – per fare solo alcuni nomi. Incontriamo la direttrice artistica, in occasione del lancio romano del Lovers Film Festival.

Irene Dionisio (classe 1986) è regista e sceneggiatrice. È nata a Torino, dove ha inseguito l’arte del pensare dedicandosi allo studio della filosofia. Il cinema è arrivato dopo, quando si è resa conto di aver bisogno di raccontare con le immagini le contraddizioni del mondo. Realizza sette documentari in cinque anni, per placare questa sete. Nel 2012 vince il Premio Solinas per “Sponde” e il Premio Glocal per “La fabbrica è piena, tragicommedia in 8 atti”. Nelle sue pellicole analizza le difficoltà di integrazione, la malattia mentale, i diritti dei lavoratori e delle prostitute e la crisi economica. Nel 2016 vede la luce il suo primo lungometraggio, “Le ultime cose”, nominato al Queer Lion.

Le tematiche lgbtqi, che le stanno a cuore come attivista, diventano anche un impegno a tempo pieno quando accetta l’incarico di direttrice del Lovers. In vista del suo terzo e ultimo anno a capo dei lavori, le abbiamo chiesto com’è stata questa giovane carriera fatta di attivismo, ricerca e sogni, e cosa vuol dire essere donna nel mondo del cinema.

Il tuo ultimo lavoro – “Le ultime cose” (2016) – racconta la storia di Sandra, donna transessuale, ma hai scritto e diretto pellicole sulle tematiche più diverse. Qual è il tuo fil rouge come regista?

Effettivamente i film sono molto legati al rapporto tra i corpi e l’apparato politico-culturale, a partire dal mio primo documentario – “La fabbrica è piena, tragicommedia in 8 atti” – che racconta di due homeless romeni fermi in una sorta di Aspettando Godot e della loro relazione con la fabbrica, che è un po’ la punta di diamante della rivoluzione torinese – fino ad arrivare a un discorso più legato ai corpi come memoria –  quindi ai corpi di “Sponde” – con questa storia di amicizia epistolare tra un postino tunisino e la guardia cimiteriale di Lampedusa che si scrivevano per parlare di questi corpi che non c’erano più e che loro seppellivano. E poi “Le ultime cose” racconta una relazione tra i corpi e il debito economico, quindi i corpi e gli oggetti del Banco dei pegni. In realtà, come impostazione racconto delle storie con uno sguardo molto sociologico.

Questo è il tuo terzo e ultimo anno come direttrice del “Lovers Film Festival Torino Lgbtqi Visions”. Cosa lascerai al Lovers e cosa invece porterai con te da questa esperienza?

Al Lovers Film Festival ho cercato di portare una dimensione legata alla ricerca cinematografica, alla dialettica queer – di curiosità non escludente – e un ragionamento legato alla questione femminile, all’esigenza di andare oltre il genere. Io poi ero già un’attivista, avevo analizzato temi queer nei miei film, ma il festival mi ha dato la possibilità unica di relazionarmi in maniera quotidiana con la comunità lgbtqi, che ha una portata rivoluzionaria per me ancora incredibile. La forza legata all’autodeterminazione e all’antinormatività è inesauribile. C’è una dialettica continua tra il raccontare la comunità in primis a sé stessa, ma anche a chi pur non facendone parte ne è affascinato, sostenitore o ancora a chi ne ha paura, a chi non la comprende o vuole ghettizzarla dentro stereotipi troppo stretti per la sua forza.

Il tuo mondo, che è quello dello spettacolo, è pieno di donne. Tuttavia, sono pochissime quelle nella tua posizione – registe – note al grande pubblico. Secondo te, qual è la ragione? È legata all’impostazione italiana?

Sicuramente è anche una questione di autocensura femminile, nel senso di non vedersi in posizione di autorità o di potere, dovuta a un’educazione non paritaria. A mio avviso c’è un’impostazione di tipo patriarcale molto forte nel nostro modo di crescere. Anche i dati DEA lo raccontano: nonostante nelle scuole di cinema si arrivi al 50 e 50 con gli uomini, poi solo il 10% delle donne arriva in sala con un proprio film. Un’esigenza fortissima che sentiamo è quella di sparigliare questa situazione agendo sull’immaginario comune. Quando pensiamo al potere viene ancora in mente l’immagine dell’uomo brizzolato in giacca e cravatta, abbiamo il dovere di inserire nelle nostre pellicole figure di donne potenti che possano contrapporsi a questa idea. Un gesto simile ha un peso enorme sull’educazione giovanile. In questi ultimi anni, poi, con il movimento #MeToo il mondo del cinema ha subito uno scossone, il silenzio si è rotto. Come sempre queste proteste sono figlie della saturazione, ma mentirei se non dicessi che da allora come regista donna si ricevono più telefonate. Da una parte è avvilente pensare che ci voleva questo per svegliare gli addetti ai lavori, dall’altra è un bel cambiamento di dinamica. Al Lovers Film Festival ho voluto tante donne che parlassero di donne anche per questo motivo.

Sei da sempre molto impegnata per i diritti delle donne. Tra le ospiti di quest’anno al Lovers hai scelto figure guerriere. Erika Lust, regista di porno al femminile, la roboante Myss Keta con le sue lyrics su una donna moderna e fuori dagli schemi, ma anche Alba Rohrwacher, Iaia Forte, Asia Argento, Michela Murgia. Cosa significa per te essere femminista oggi?

Una volta avevo paura di definirmi femminista perché esserlo nell’immaginario voleva dire aver paura dell’uomo. In realtà essere femminista significa essere d’aiuto agli uomini, che spesso sono le prime vittime del maschilismo e che spesso non ne conoscono le dinamiche ma ne subiscono gli effetti. Trovo che oggi il femminismo sia la base per vivere una vita piena, una vita di autodeterminazione che cerchi una relazione affettiva e intellettuale completa con l’altro. Mi sono accorta che le donne di quest’anno al Lovers Film Festival sono arrivate anche in maniera involontaria, unite da una mia fascinazione nei loro confronti. Esprimono la meraviglia che c’è nella donna: potenti, selvagge e ancora completamente inespresse rispetto al proprio potenziale. Spero che il pubblico ne tragga una grande gioia.

Cosa c’è ora nel futuro di Irene Dionisio dopo il Lovers Film Festival?

Adesso porterò un lavoro per la Biennale d’arte di Venezia, all’interno del cosiddetto “Piemonte Pavillon”. Si tratta di un’invenzione della Fondazione Re Rebaudengo che vuole essere una presa in giro del concetto di territorialità e di identità chiusa. L’idea stessa di un padiglione Piemonte a Venezia è ridicola, quindi con un mix di artisti classici e giovanissimi sto lavorando sul ruolo del leader digitale in una video-istallazione. Più a lungo termine ho appena finito di scrivere il mio secondo lungometraggio, che ora comincerò a realizzare: “La voce di Arturo”.

Ci saluti consigliandoci tre film che proprio non possiamo perderci al Lovers Film Festival di Torino?

Sicuramente “Plaire, aimer et courir vite (Sorry Angel)” di Christophe Honoré, che è la nostra apertura e parla dell’amore intergenerazionale tra Jacques, padre single in viaggio, e Arthur, giovane cineasta, sul loro amore l’AIDS e lo stigma degli anni Novanta. Poi “Les crevettes paillettées (The shiny shrimps)”, che avremo in chiusura, meravigliosa commedia di Maxime Govare e Cédric Le Gallo su una squadra di pallanuoto gay. Infine “Normal” di Adele Tulli, un inventario legato al genere femminile in una dimensione non solo italiana ma europea, che è stato anche a Berlino.

Il programma completo del Festival, lo trovate qui.

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