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Cristina Marconi racconta Città Irreale: ” La ricerca della felicità di tanti giovani”

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Cristina Marconi racconta Città Irreale alla Casa delle Letterature di Roma, nell’ambito del Letterature Festival, che oltre ai tradizionali appuntamenti estivi alla Basilica di Massenzio, quest’anno propone incontri in giro per la città con i candidati al Premio Strega.

Giornalista romana e candidata al Premio Strega, Cristina Marconi racconta Città Irreale. Il libro parla di Alina, una ventisettenne romana che nel 2008 decide di lasciare il suo lavoro e la sua città, Roma, per andare a vivere a Londra, esattamente come ha fatto l’autrice nella sua vita reale.

La storia narrata in Città irreale sembra ricalcare uno stereotipo a cui siamo abituati : il giovane che, stanco e insoddisfatto delle politiche del suo paese, decide di lasciarlo per cercare fortuna altrove. La protagonista però, questa volta un lavoro che la soddisfa ce l’ha, ma sente che nella sua vita a mancarle è qualcos’altro, e decide di partire per scoprire che cosa sia. In Città irreale Cristina Marconi non usa gli stereotipi relativi ai “cervelli in fuga”, cerca invece di abbatterli e lo dice chiaro e tondo:

“Il primo motivo per mettere su pagina la storia di Alina è stato quello di dare profondità ad una vicenda collettiva di cui oggi si parla molto: i giovani che lasciano il proprio paese in cerca di una vita migliore. Io vivo lontana dall’Italia da ormai 12 anni, ho letto tanti stereotipi e sono stanca, per questo è nata in me la voglia di abbatterli. La storia dei cervelli in fuga, o di chi finisce di fare il cameriere a Londra, la volevo raccontare nella sua tridimensionalità, perché per me si tratta di ambizioni in fuga. A me interessava capire cos’è che spinge queste persone a lasciare la propria città e a trasferirsi in una sconosciuta e lontana da casa propria”.

Partire e ricominciare da zero è davvero possibile? Ognuno di noi, almeno una volta nella vita si è fatto questa domanda, che è anche quella che si pone Alina all’inizio della storia, quando si chiede cosa le manchi per essere davvero felice. Non è una domanda semplice a cui rispondere, ma è introspettiva al punto da permetterle di scavare a fondo in se stessa, analizzando le ragioni di questo suo senso di smarrimento. È proprio questa la dimensione che l’autrice vuole esplorare del suo personaggio, partendo da un luogo come Londra, dove Alina si trasferisce, capace di far perdere il senso reale delle cose. racconta infatti l’autrice:

“Mi interessava parlare di una fase di questa città che ho definito irreale per la sua capacità di far coesistere reale e irreale, facendo perdere il senso delle cose. Londra è riuscita ad attirare una tale quantità di persone, storie, avventure, ambizioni da mettere sotto una luce problematica il concetto di identità. In un periodo in cui se ne parla molto in maniera angosciata, associandola al fenomeno delle migrazioni, mi interessava fare un piccolo studio partendo da un personaggio che pensa di poterne fare a meno. Quella di Alina non è infatti una storia di formazione ma di riformazione. Parliamo di una ragazza che ha 26 anni, che ha già il suo lavoro, la sua vita tracciata e che decide di voltare pagina, di ricominciare sotto auspici migliori e in un contesto in cui ci siano le caratteristiche che ritiene necessarie, come la possibilità infinita di crescere”.

Cristina Marconi in Città irreale racconta quindi il fenomeno della migrazione attraverso una nuova luce, quella della libertà di scegliere di partire invece dell’essere costretti a dover fare quella scelta:

“Quello che mi interessava era collocare un personaggio in una situazione media per dare la dimensione della normalità come nel caso di Alina, una ragazza che lavora in ufficio ma che rivendica per se stessa il diritto di crescere, di percorrere una salita e fare una scalata, arrivando da qualche altra parte che non sia un punto di partenza”. La migrazione, in questo senso, viene vista come il desiderio di ricerca della propria identità, che è quello che spinge Alina a partire. La sua è però una partenza diversa, dettata dalla libertà che la protagonista vuole provare nel suo percorso di ricerca di se stessa il cui risultato è spesso l’ottenimento della felicità, il fine ultimo che ciascuno di noi insegue per tutta la sua vita: “Lei non è mossa da un desiderio particolare. Chi sceglie di andare a vivere in un altro posto molto spesso lo fa perché non sa bene ancora cosa vuole ma sa molto chiaramente cosa non vuole più. In questo l’identificazione della felicità con la libertà è quasi una precondizione che ho osservato in molte persone. È una sorta di paura di definirsi e di arrivare a dover fare delle scelte per se stessi prima di arrivare ad essere consapevoli di quelle che sono le scelte giuste. Mi interessava che per lei ci fosse questo eccesso di libertà, di assenza di vincoli che ad un certo punto ti impone di crescere, di cominciare a creartene tu. Mi interessava analizzare questa dinamica in cui felicità e libertà illusoriamente devono convivere e combaciare il più a lungo possibile per crearsi la vita che ciascuno di noi desidera”.

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