Emergenza Coronavirus: cosa ci dicono, davvero, oggi, i numeri del contagio? Ce lo siamo fatti spiegare da Andrea Beraudo fisico, ricercatore e divulgatore scientifico dell’INFN

Una messa laica in cui ogni giorno aspettiamo che venga sgranato un rosario tutto particolare, quello composto dai dati del contagio. In questa quarantena, la diretta delle 18 dalla sede della Protezione Civile, catalizza l’attenzione di tantissimi cittadini che aspettano con impazienza e speranza il momento della giornata in cui arrivano via social alcuni tra i protagonisti più attesi della lunga battaglia contro il coronavirus: i numeri. Sono loro a indirizzare le scelte degli amministratori, sono loro a condizionare le nostre vite, e a raccontarci nella maniera più oggettiva l’andamento della pandemia. Perché, come abbiamo imparato in questi giorni, nei numeri è racchiuso un tesoro di informazioni, basta saperle leggere ed interpretare.

Lo sa bene chi ha fatto dei numeri il suo pane quotidiano, come Andrea Beraudo, fisico teorico, ricercatore dell’INFN e divulgatore scientifico, che ci spiega cosa raccontano davvero i dati sul contagio all’indomani del giorno in cui si è esultato perché, per la prima volta, si è registrato un calo del numero dei positivi al Covid-19. La prima cosa da dire, come spiega Beraudo, è che, anche i grani del quotidiano rosario recitato dalla Protezione Civile, sono comunque da analizzare più a fondo, e da “prendere con le molle”.

“Innanzitutto, ormai sappiamo che i contagiati in Italia sono molti di più.  Lo sappiamo grazie alla matematica: l’Imperial College britannico ha pubblicato uno studio a fine marzo in cui, in base a un modello di calcolo matematico, si stimava che in quel momento, circa il 10% degli italiani erano già entrati a contatto con il coronavirus. Una stima addirittura più alta è stata fatta in un articolo di Nature, osservando l’andamento dei primi tamponi e test sierologici effettuati, relativamente ai quali però, non dobbiamo dimenticare che esiste il fenomeno dei falsi positivi, e che i test non sono adeguatamente validati. Nel caso dei contagiati in particolare, i numeri che diffonde la Protezione Civile, sono da prendersi come degli indicatori di realtà, che sono sicuramente più ampie rispetto a quelle indicate dalle cifre in nostro possesso”.

Quali sono i numeri più interessanti, più indicativi, tra quelli che ci vengono forniti ogni giorno?

“Per il cittadino, sicuramente è interessante il dato  dei nuovi contagiati giornalieri. Anche se è solo un numero indicativo, l’andamento di quel dato rispecchia verosimilmente l’andamento del contagio, sebbene i numeri reali, anche in questo caso, siano sicuramente superiori. Per gli amministratori e i decisori politici invece, il dato più interessante è quello del totale dei positivi, costruito aggiungendo ai positivi del giorno prima i nuovi positivi e sottraendo i morti e i guariti. Il dato più oggettivo è sicuramente quello dei ricoverati in terapia intensiva anche se, nelle settimane passate, anche questo numero poteva essere leggermente falsato per esempio, dal caso della Lombardia, in cui non si registravano nuovi ingressi in terapia intensiva, semplicemente perché erano finiti i posti e i malati venivano mandati via. Anche il dato dei morti che può apparire estremamente oggettivo, in realtà si porta dentro almeno due imperfezioni: la prima dovuta al fatto che chi muore può essere stato infettato nell’arco dei 20 giorni precedenti il decesso, la seconda è che, anche in questo caso, sappiamo che il dato è sottostimato, visto che prende in considerazione unicamente i morti in ospedale e sottoposti a tampone. Se qualcuno muore in casa senza essere stato sottoposto al tampone, non rientra in quel conteggio.

I dati che si stanno raccogliendo sono imperfetti, anche perché si sta lavorando in emergenza?

Sicuramente. Il dato dei morti ne è un esempio: senz’altro, tra qualche mese, avremo dei numeri più oggettivi che fotograferanno meglio ciò che sta succedendo ora. Il problema è che siamo dentro un’emergenza: la scienza ha bisogno di confrontarsi con i numeri, ma per avere numeri precisi serve tempo. Io sono un fisico, sono abituato a lavorare su numeri che diano delle certezze, finché non ho numeri sicuri, sono costretto ad attendere. In questa situazione invece, attendere non si può, abbiamo la fretta dovuta alla necessità di elaborare delle risposte sulla base di dati, anche imperfetti.

Su quali basi numeriche si può affermare che ‘il picco’ dei contagi del coronavirus in Italia sia già stato passato?

C’è da dire innanzitutto che ognuno degli indicatori presi in considerazione e pubblicati dalla Protezione Civile ha un suo picco. Quello che sappiamo è che il totale dei contagiati , ovviamente, potrà solo crescere, mentre il numero dei positivi (tolti morti e guariti) sta  decrescendo da ieri, e il numero dei nuovi contagiati sta calando già da un paio di settimane.

In questa situazione di emergenza è emerso un nuovo interesse non solo per i numeri, ma per la scienza in generale, cosa ne pensa un ricercatore?

Possiamo dire certamente che in questo periodo la scienza ha influenzato le scelte politiche in tutto il mondo. L’esempio più clamoroso è stato forse quello del Regno Unito, dove il governo aveva deciso di tenare la strada dell’ immunità di gregge, senza ricorrere al lockdown e ha virato completamente le sue scelte alla luce di uno studio degli epidemiologi dell’Imperial College, che ha portato gli amministratori della Cosa Pubblica a cambiare strada nel giro di 24 ore.

Dare ascolto ai numeri quali benefici concreti ha portato?

I numeri ci dicono per esempio, che la scelta del lockdown, è stata la scelta giusta. Secondo il report elaborato dall’Imperial College, sulla base della velocità dei contagi, la scelta del Governo italiano ha salvato, alla data del 30 marzo, circa 40000 vite, che sarebbero invece state sacrificate se si fosse optato per l’evoluzione naturale del contagio e la cosidetta ‘immunità di gregge’.

Passata la fase acuta dell’emergenza coronavirus, cos’altro hanno da raccontarci i numeri del contagio?

I numeri saranno preziosissimi anche nella fase due, potrebbero aiutarci a costruire una strategia più selettiva e più efficace, perché già da ora sappiamo che non c’è lo stesso rischio di contagio tra persone che si incontrano per caso per strada o persone che vivono a stretto contatto in un ambiente chiuso, come i famigliari in casa. Bisognerebbe seguire i numeri per individuare le persone più contagiose tra i contagiati, i cosiddetti “super spreader” che a causa del loro lavoro, o del loro stile di vita, o di altro, contagiano molte più persone della media: penso a un medico o a un insegnante. Bisogna studiare più in dettaglio la provenienza e l’incidenza del contagio così da poter agire in modo mirato, e per fare questo servono i dati, come quelli che potrebbero essere raccolti dalle app di contact tracing di cui si parla tanto in questi giorni.

Rispondi