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Coronavirus, ansia generata non solo da situazione sanitaria ma anche da preoccupazioni dovute alle ripercussioni economiche e futuro incerto

In questo difficilissimo momento l’emergenza coronavirus crea ansia: la prima preoccupazione che abbiamo va ovviamente alla salute, il primo pensiero è stare bene non avere i sintomi di quel maledetto virus, le persone si allarmano ed entrano in ansia appena avvertono un lieve mal di gola. Ma in quest’atmosfera surreale star bene non basta, il pensiero di molti va sul problema del lavoro che tanti italiani sanno benissimo che non ritroveranno alla fine di questo terribile momento.

E così il disagio che vivono molte famiglie diventa doppio perché accanto alla paura di contrarre questa malattia cresce sempre di più la paura di subire un vero e proprio crollo finanziario, di non sapere più come pagare l’affitto e come fare la spesa per sé e per i propri figli. Mentre l’opinione pubblica è concentratissima sulla situazione sanitaria, le classi sociali più deboli vivono uno stress psicologico fortissimo che si riversa inevitabilmente all’interno delle mura domestiche. Tutti pagheremo un prezzo alto per questa situazione, ma invito tutti a rivolgere un pensiero particolare a tutti quei bambini le cui famiglie si trovano in difficoltà economiche serissime, molti sono i messaggi che mi arrivano in questi giorni in cui si legge talvolta l’ansia e talvolta la disperazione per la perdita del lavoro. I nervosismi e le frustrazioni degli adulti si riversano inevitabilmente nell’ambiente familiare: si litiga di più, si sgridano di più i bambini, si diventa nervosissimi e chi ne fa le spese sono sicuramente i più piccoli.

Io non posso non pensare a tutte quelle mamme che dopo 15 giorni senza lavorare hanno dei serissimi problemi non tanto a fare la coda per entrare in un supermercato, ma a pagare la spesa. A queste persone chi ci pensa? Hanno bisogno di aiuto subito non tra un mese, tra due o fra tre.

Se la perdita del lavoro ha un fortissimo impatto sulle famiglie, a livello sociale la questione non è meno importante. I risultati di uno studio, pubblicati sulla rivista Labor Economics, rivelano che la perdita di posti di lavoro provoca anche un drammatico aumento dei comportamenti criminali, questo studio è uno dei primi a stabilire un nesso causale tra la perdita individuale di lavoro e la successiva attività criminale.

Il dott. Mark Votruba, coautore dello studio e professore associato di economia presso la Weatherhead School of Management alla Case Western Reserve University in Ohio ha dichiarato che i licenziamenti portano ad un aumento delle cause penali. Uno dei motivi principali, di tale aumento sembra essere l’effetto dirompente della perdita di lavoro sulla quotidianità delle persone che comporta un aumento esponenziale del disagio mentale a causa delle difficoltà nell’ autocontrollo, delle preoccupazioni finanziarie e del livello di frustrazione generale.

E’ quindi importante aiutare e sostenere subito le classi deboli con iniziative che mirino a costruire una rete sociale che possa assistere in questo delicatissimo momento chi vive condizioni di emarginazione e disagio. Il disagio è spesso chiuso fra le pareti domestiche, ma in questo momento è più evidente che mai.

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Potete scrivere le vostre domande per la dott.ssa Francesca Bressan, psicologa e psicoterapeuta, alla mail tuacitymag@gmail.com, oppure inviare un messaggio whatsapp al 3297854081, o scriverci attraverso i canali social di Tua City Mag.

Per approfondimenti e contatti diretti: www.psicologiaparioli.it

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