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Claudia Durastanti: “Io come La straniera, sempre alla ricerca delle mie radici”

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Continua il viaggio di TuaCityMag alla scoperta dei candidati al Premio Strega di quest’anno: Claudia Durastanti presenta La Straniera

“La straniera”, edito da La Nave di Teseo, è il nuovo romanzo di Claudia Durastanti. Presentato a Roma, nell’ambito del Festival delle Letterature e candidato al Premio Strega di quest’anno, il romanzo autobiografico racconta la storia di una giovane donna, figlia di due genitori sordi, alla continua ricerca delle sue radici.

L’aver vissuto in tanti luoghi, profondamente diversi l’uno dall’altro, da Brooklyn in cui la storia è ambientata inizialmente, passando per la Basilicata e Roma, per poi arrivare a Londra, permette alla protagonista di ricostruire ricordi di vita e di collegarli tra loro come in una cartina
geografica che traccia la linea, complessa e tortuosa, della sua esistenza. A comporre e completare la sua mappa ci sono i membri della sua famiglia, anarchica e al tempo stesso punto fisso nel caos della vita.
Così come per i rami di un albero che crescono, si uniscono e si intrecciano per poi spezzarsi, lo stesso accade ai legami famigliari che, nell’immaginario comune, sono rappresentati dalla metafora dell’albero genealogico.

I continui spostamenti spingono però Claudia Durastanti a considerarsi una straniera senza radici, la cui vita familiare sembra assomigliare più a un mappamondo che a un albero genealogico, come ha spiegato la stessa autrice raccontando del suo libro:

“Quando si parla di famiglia si fa spesso riferimento alla figura dell’albero. Con il tempo questa metafora è diventata per me molto problematica per la sua base, le radici. Non ne parliamo quando facciamo riferimento agli spostamenti da un luogo all’altro, alle migrazioni, o quando ci chiediamo quali e dove siano le nostre radici. Ho usato questa immagine soltanto per descrivere la mia vita e quella di mia madre quando abbiamo vissuto da sole, in Basilicata, dopo che mio fratello era partito per l’Università. Non si erano create delle radici, però non eravamo scomparse del tutto. Eravamo quasi delle spore, ed è nell’idea di queste che c’è una mobilità più adatta a descrivere la mia vita”.


Da Brooklyn, dove la protagonista cresce e ritorna più volte nell’arco della sua vita alla Basilicata, dove va a vivere con la madre e il fratello dopo la separazione dei suoi genitori, a Roma, dove frequenta l’università per poi finire a Londra, dove si trasferisce per lavoro, ne La straniera, le
migrazioni rappresentano quasi una tradizione famigliare inaugurata sempre dai personaggi femminili. La vita scorre tra strappi che si susseguono continuamente come in un circolo vizioso e che la Durastanti tenta di ricucire per ricostruire la sua storia famigliare e risalire alle sue radici e origini:

“La famiglia per me è una mappa fatta di stratificazioni e fratture. Ho lavorato su questo libro perché mi mancavano i miei genitori ma non nella mia vita, nel romanzo: non trovavo personaggi come mio padre e mia madre, e volevo essere in qualche modo fedele al loro progetto esistenziale. Vengo da una stirpe che si è sempre romanzata molto e che ha sempre vissuto al confine tra il probabile e l’improbabile. E con il mio romanzo penso di aver scritto una storia di restituzione per loro”.

Nel corso del racconto sembra emergere un altro personaggio che vive di vita propria e, anche se molto distante dai personaggi convenzionali, gioca un ruolo fondamentale per la crescita e la maturazione della protagonista: l’udito.
Entrambi i suoi genitori sono sordi e parlano un linguaggio che lei stessa definisce invisibile. Molto spesso le persone affette da questa patologia vengono così definite perché relegate in un mondo fatto di silenzi e assenze. Nel romanzo, però, la malattia viene indagata ed esplorata da un punto di vista nuovo, anticonvenzionale, che prende le distanze dai soliti stereotipi, per avvicinarsi invece alle sensazioni che le persone sorde provano vivendo una vita ‘con il silenziatore’:

“Non è vero che essere figlia di sordi significa percepire la madre e il padre sempre come corpi disabili, perché in qualche modo la disabilità diventa qualcosa di opaco,un fatto del quotidiano.
Nel mio libro ho scritto una frase che ha scatenato alcune critiche ‘tutti siamo destinati a diventare disabili’. C’è stato infatti un momento, due anni fa, in cui ho avuto il privilegio dell’immedesimazione fisica con mia madre, nel senso che per qualche istante sono stata nel suo corpo. Era un’installazione al Guggenheim di New York dell’artista Doug Wheeler, il quale ha creato una stanza anecoica (stanza in condizioni di silenzio perfetto). Quando sono entrata ho sentito il mio passato e, per la prima volta, mi sono identificata perfettamente con mia madre. Ed è
stata una sensazione vertiginosa. Ho provato lo stesso disorientamento con cui i miei genitori stanno al mondo”.

Il tema della malattia torna ciclicamente nel romanzo e nella vita della protagonista, la sordità dei genitori prima e l’AIDS dello zio poi. L’approccio ad una persona malata scaturisce sentimenti e sensazioni diverse a seconda di chi è coinvolto, che potrà offrire supporto oppure scappare perché spaventato dal non saper gestire la situazione.
Secondo Claudia Durastanti, è l’educazione a saper gestire la disabilità a giocare un ruolo fondamentale, perché è una cosa con cui prima o poi tutti dovremo confrontarci e conoscere la difficoltà prima, permetterà di saperla fronteggiare poi, quando si presenterà:


“Tutti noi perderemo una facoltà che può essere quella di pensare, di sentire o semplicemente ricordare. In qualche modo la disabilità è una destinazione. Il corpo è la prima frontiera e la prima cosa che esponiamo. Veniamo educati ad assecondarlo in qualche modo, quindi il tema del libro è ‘cosa c’è quando non c’è una buona disabilità’? I miei genitori non l’hanno avuta, perché non l’hanno assecondata, non l’hanno accompagnata, si sono affidati ad atti di mutilazione in un certo senso, come mia madre che rinuncia alla lingua dei segni, ecc. Questo ha prodotto un taglio fortissimo che non ha permesso né a me, né a mio
fratello, di assecondare la sua disabilità. Non avevamo gli strumenti e questo mi ha costretta a trovare questa lingua di contrabbando, inventata e tutta rotta, che non era solo quella di mia madre, ma anche dei miei nonni emigrati”.

Strutturando il libro in fasi, proprio come accade con quelle della vita,Claudia Durastanti ne La straniera ha indagato sulla famiglia e su come le migrazioni possano essere un motore di crescita e cambiamento, anche se all’inizio possono causare disorientamento:

“Il libro è strutturato con le voci di un oroscopo: famiglia, viaggi, salute, denaro e amore. La prima parte, che è sulla mia famiglia, è un po’ più pacificata e distante, quando invece scrivo di me al presente, la scrittura diventa necessariamente irruenta, in presa diretta e idealistica, soprattutto nella descrizione delle cose che mi succedono. Parlare delle stratificazioni sociali a cui siamo andati incontro io e la mia famiglia, dei luoghi che sono stati parte della nostra esistenza, dei cambiamenti che ci hanno coinvolti, per me è stato un modo per indagare la casa da cui sono
partita e il luogo in cui sono arrivata, che racchiude quella che sono diventata oggi”.

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