sepoltura dei feti

Torniamo sulla vicenda del cimitero dei feti per capire meglio. Come vi abbiamo raccontato qui, l’allucinante storia è venuta a galla grazie a un post su Facebook. Una donna romana ha denunciato così di aver scoperto che, dopo aver abortito, il feto era stato seppellito al cimitero Flaminio. A indicare la sepoltura c’era una croce recante il suo nome e cognome. Il tutto senza che lei ne fosse a conoscenza o ne avesse dato l’autorizzazione. Una storia che ha scosso l’opinione pubblica e che ha portato alla luce tanti altri casi simili.
L’interrogativo che molti si sono posti è come sia stata possibile una simile violazione della privacy.

Immediato è stato l’intervento del Garante della Privacy che ha avviato un’istruttoria per far luce su quanto denunciato dalla donna, essendosi verificata la violazione dell’art. 9 del Regolamento Europeo sulla protezione dei dati il quale sancisce:


“È vietato trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”.

Un diritto alla privacy sancito anche dalla stessa legge 194. E’ vietato “qualsiasi rivelazione di identità della donna cche sceglie di interrompere la gravidanza o dettagli sulle pratiche eseguite 

Cimitero dei feti, le norme che regolano le sepolture


Per capire come sia stata possibile una tale violazione della privacy delle donne nel cimitero dei feti di Roma, vediamo quali sono le norme e i regolamenti che in Italia si occupano della materia.
La prima fonte è il Regolamento Nazionale della Polizia mortuaria. In assenza di un Regolamento regionale, questo tipo di sepoltura è disciplinata dai commi 2, 3 e 4 dell’art. 7.
Il testo fa tre importanti distinzioni tra i tipi di feto: i nati morti, i prodotti abortivi e i prodotti del concepimento.
Dei nati morti, viene sempre disposta la sepoltura.

I commi 2 e 3 si occupano invece dei “prodotti abortivi”, ovvero i feti abortiti dopo le 20 settimane di gestazione. Per questi è previsto che, con il permesso delle unità sanitarie locali, vengano interrati in un campo comune. Come il cimitero dei feti al cimitero Flaminio. I “prodotti del concepimento” (fino alla decima settimana di gestazione), invece, vengono destinati alla termo distruzione in quanto considerati rifiuti speciali ospedalieri.


“Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale”.

Ciò che stabilisce la legge è quindi molto chiaro: la scelta di seppellire oppure no il “prodotto abortivo” o “del concepimento” spetta alle famiglie.

Le scelte delle singole Regioni

Alcune Regioni hanno però deciso di andare oltre il Regolamento Nazionale. Agendo in autonomia hanno apportato modifiche rispetto a quanto disposto nel testo di legge del 1990.
Le prime due Regioni a farlo sono state: Lombardia e Veneto.
La Giunta regionale lombarda con un emendamento del 2007 ha stabilito la sepoltura, anche sotto le 20 settimane, senza una richiesta esplicita dei parenti.


Nel testo si legge:


“Per i prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e per i feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina, nonché per i prodotti del concepimento di presunta età inferiore allle 20 settimane, la direzione sanitaria informa i genitori della possibilità di richiedere la sepoltura. L’ASL, informata dalla direzione sanitaria tramite invio della richiesta di sepoltura corredata dell’indicazione della presunta età del feto o prodotto abortivo, rilascia il permesso di trasporto e seppellimento direttamente al comune ove si è
verificato l’evento. In mancanza della richiesta di sepoltura, si provvede in analogia a quanto disposto per le parti anatomiche riconoscibili”.


Questo vincolo è rimasto tale fino al 2019, quando è stata cancellato. Nel febbraio dello stesso anno, però, la Lega ne ha richiesto l’introduzione.
Anche il Consiglio Regionale Veneto si è mosso in questa direzione approvando nel 2017 il seguente emendamento:


“È obbligo delle Ulss informare le famiglie sulla possibilità di procedere alla tumulazione prevista solo dalle 28 settimane di gestazione in su, o dalle 20 in caso di richiesta da parte dei genitori, mentre d’ora in poi sarà garantita a tutti, anche sotto questa soglia”.


In queste righe, in sostanza, si afferma che tutti i bambini concepiti e non nati troveranno degna sepoltura. Anche in assenza della volontà genitoriale e a spese dell’azienda Ulss.
A seguire il loro esempio sono state anche altre regioni come Marche e Campania.
Le regioni, di fatto, si sono rese indipendenti da un Regolamento stabilito su base Nazionale, non tenendo conto che per questioni così delicate a scegliere dovrebbero le famiglie, non le singole amministrazioni, regionali o comunali che siano.

Cimitero dei feti, le Intese con le associazioni religiose



All’intervento delle Regioni si è affiancato poi quello delle associazioni religiose. In molte città accade che associazioni cattoliche firmino degli accordi con gli ospedali. Si fanno carico loro stesse della gestione delle pratiche di sepoltura e procedono, senza il consenso dei familiari, a cerimonie funebri.


Ciò è reso possibile grazie ad un iter che si compone di due fasi. La prima è il riconiscimento all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, richiesto dalle associazioni, e l’appello alla formula “chi per essi”, contenuta nel comma 4 dell’art. 7 del Regolamento Nazionale:

“I parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto”.


Trascorse queste 24 ore, se i familiari non si pronunciano, sono queste associazioni a farsene carico, secondo quanto stabilito dal patto di intesa. In questi Protocolli di Intesa sono spesso coinvolti anche i Comuni, ma con un ruolo diverso. Vediamo quale con un esempio concreto.


Nel Protocollo di Intesa per il ritiro dei prodotti abortivi, stipulato tra l’azienda ospedaliera e l’Associazione “Movimento per la Vita Aquilano dell’Armata Bianca” si legge:
“I prodotti abortivi vengono raccolti in contenitori speciali biodegradabili, forniti dall’Associazione “Movimento per la Vita Aquilano dell’Armata Bianca”, dotati di scritta di riconoscimento. I contenitori verranno portati nei locali predisposti presso l’obitorio ed ivi conservati secondo la normativa vigente. L’Associazione “Movimento per la Vita” provvederà a
ritirare i contenitori una volta al mese in giorno ed orario da concordarsi con la Direzione Sanitaria dell’Azienda Ospedaliera. I volontari provvederanno, presso i locali dell’obitorio, a riporre i contenitori biodegradabili in cassettine a norma di legge. Tali cassettine verranno
consegnate dai Volontari all’Agenzia di Pompe funebri designata dal Movimento per la Vita ed autorizzata al trasporto al Cimitero, previo rilascio delle autorizzazioni di legge per il trasporto e seppellimento”.
Sarà poi l’Armata Bianca a farsi carico delle spese per le autorizzazioni di leggi, il trasporto e i materiali.


Il compito del Comune consiste invece nel mettere a disposizione, in modo gratuito, l’area di sepoltura del feto.

Rispondi