Caterina Caselli, Una vita, cento vite. E’ il titolo dell’intervista-documentario che Renato De Maria realizza per raccontare l’ex casco d’oro della musica degli anni ’60, divenuta poi una delle più intuitive talent scout e produttrici musicali in Italia.

Un viaggio intimo in cui seguiamo l’evoluzione della donna e dell’artista, dall’infanzia modesta in Emilia, in cui viene colpita da un dolore a lungo tenuto nascosto ai successi come cantante. E poi, l’amore, la famiglia e la scoperta di un nuovo prepotente talento, che ha arricchitto il panorama della musica italiana degli ultimi 30 anni. Tutto questo e anche di più è racchiuso nelle incredibili cento vite di Caterina Caselli, raccontate da lei stessa in prima persona, con una sincerità che arriva al cuore dello spettatore.

Caterina Caselli: i dolori, i successi, l’amore e le battaglie

“A quell’epoca non si sapeva nulla sulla depressione. Nessuno riuscì a capire quanto stesse male mio padre. Quella mattina, anche se in genere andavo sempre da sola con la mia bicicletta, mi accompagnò  a scuola e mi disse: ‘Ciccio, studia!’. Quando tornai a casa trovai tanti parenti. Io capii”.

Il ricordo più intimo e doloroso dell’infanzia dell’artista, è uno dei passaggi più intensi del documentario di Renato De Maria, ‘Caterina Caselli, Una vita, cento vite’ presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma. Un lavoro che ripercorre, attraverso filmati di archivio intrecciati con le parole della protagonista, la vita piena di quella che fu la reginetta del beat italiano e divenne poi una delle produttrici discografiche e talent scout più lungimiranti e acute della nostra musica. Capace di scovare nella massa di sconosciuti nomi come Francesco Guccini, Paolo Conte, Elisa, Andrea Bocelli, i Negramaro, e tanti altri.

Partita dall’Emilia del dopoguerra, arrivata al successo giovanissima, capace di trasformarsi e scoprire una nuova vocazione.

Caterina Caselli ha raccontato anche cose che non aveva mai raccontato nei 96 minuti del documentario, a iniziare dalla tragedia che segnò i suoi 14 anni, il suicidio del padre. Lo ha fatto, affidandosi completamente al regista.

Caterina Caselli si racconta senza filtri

“Quando ho conosciuto De Maria ho sentito che mi potevo fidare, che potevo seguire la mia parte emozionale. E sono tornata, guardando dentro di me, anche ad un periodo di dolore molto forte. E quando ho raccontato questa cosa, mi sembrava che la telecamera non ci fosse, non c’era nessuno.

Sono riuscita a scavare dentro di me e a parlare senza filtri di qualcosa che non avevo mai raccontato prima, perché quando è accaduto avevo 14 anni, e la società allora era più spietata. Nessuno si preoccupava dell’effetto sulla famiglia. Addirittura non venivano celebrati i funerali dei suicidi in chiesa. Io andavo a scuola, e ci dovevo tornare. E’ stato un momento molto molto difficile. Sono riuscita a raccontarlo come se stessi davanti alla psicanalista, perché forse ne avevo anche bisogno”.

Il documentario racconta la scoperta della sua passione per la musica, e l’esplosione del suo talento, che la resero una ragazza simbolo del beat in Italia. Il casco d’oro, la voce potente, e alcuni brani entrati nella storia della musica italiana.  Da quello che la rese celebre, ‘Nessuno mi può giudicare’, a ‘Perdono’, all’intensa ‘Insieme a te non ci sto più’. In quegli anni si susseguono, a ritmo vertiginoso, dischi, tournè, Sanremi, televisione, assalti dei fan, popolarità.

Cinque anni che valgono una vita, perché poi Caterina Caselli fa l’incontro del destino, quello con Piero Sugar, figlio del patron della CGD e, di lì a poco, suo marito. Quando da quell’unbione fortunata nasce Filippo, lei decide che la vita della cantante giramondo non la vuole più fare. Ma la musica le scorre ancora nelle vene, prepotente. Ed ecco la scolta, inizia all’improvviso la sua nuova vita. Un nuovo lavoro in cui sarà capace di costruire un successo pari, se non maggiore, di quello conosciuto da cantante.

Le scelte di vita e il talento di una protagonista della musica di ieri e di oggi

La scelta di lasciare la vita della cantante all’apice del suo fulmineo successo, destò sin da subito curiosità e anche per perplessità. Ma cos’ è davvero il successo e come si può negare che nella sua seconda vita da produttrice Caterina Caselli abbia mostrato un enorme talento? Lo chiarisce lei stessa in occasione dell’incontro stampa per la presentazione del documentario Una vita, Cento vite.

Ancora oggi, c’è chi si chiede: scegliendo di lasciare il palco per scovare talenti, Caterina Caselli, non ha sacrificato troppo presto il suo?

Quando cantavo, e penso si veda anche dai filmati dell’epoca, sono stata felice, molto felice. E’ stato un periodo molto intenso perché sembrano tanti anni, ma in realtà sono stati solo quattro. C’è una cosa però, che non tutti sanno, e che oggi posso dire tranquillamente. Mentre c’era una parte mia che si esibiva, andava in giro, era felice di cantare, si inebriava per la risposta del pubblico e per la tanta adrenalina, c’era anche un aspetto meno visibile. Tutte le volte che c’erano delle competizioni, per esempio, io soffrivo moltissimo, erano situazioni che mi mettevano molto a disagio. Spesso non davo il meglio di me nelle performance perché la gara, il confronto con altri, mi metteva veramente in difficoltà. Con il tempo ho preso coscienza di quanto fosse strano che quella parte lì del mio lavoro, non riuscissi proprio a gestirla.

Nel frattempo mi sono innamorata, ho fatto un figlio e mi sono dedicata a lui, ma sentivo sempre dentro questo ‘richiamo della foresta’ che mi voleva riportare verso la musica, che voleva che facessi qualcosa. Quel qualcosa mi è stato suggerito dalla mia intuizione, e guardandomi dentro. Mi sono ricordata per esempio, di quando portai in tv, nella trasmissione che conducevo Giorgio Gaber, uno sconosciuto Francesco Guccini, che avevo ascoltato e che secondo me andava fatto conoscere.

E questa era una cosa che mi capitava spesso già quando cantavo: sentivo qualcuno che mi piaceva e avevo l’urgenza di farlo conoscere anche agli altri. Non pensavo che, cantando, sarei stata in competizione con un altro artista. Ho realizzato che, per me, il talento è una cosa importante. E quando entro in contatto con un talento, voglio che tutti ne vengano a conoscenza, perché il talento è un dono non solo per chi lo ha, ma anche per chi lo ascolta. E così ho seguito questa strada che già avevo dentro, e che mi ha dato tantissime soddisfazioni”.

Quali sono le differenze tra il mondo delle musica in cui lavora oggi e quello dei suoi primi successi?

C’è ancora una similitudine, una sola, perché per il resto è cambiato tutto. All’epoca mia dovevi scegliere una canzone che avesse successo e, tre mesi dopo, dovevi puntare su un’altra che avesse lo stesso successo, o anche di più. Anche oggi è importantissimo trovare il singolo vincente. Per il resto, è tutto cambiato. Prima si andava a comprare il disco in negozio, oggi la musica si fruisce attraverso le piattaforme, c’è molta più competizione. Ogni giorno nel mondo escono 60000 nuove produzioni, quindi la difficoltà di trovare spazio per far ascoltare nuovi artisti è enorme. Rimane il fatto che la musica non muore, si rinnova continuamente.

Con l’esplodere dei talent in tv, secondo lei è cambiato il modo di intendere il talento?

Trovo che ci sia molto sensazionalismo, non solo nella musica, ma in generale. E’ tutto geniale, siamo tutti forti, bravissimi, eccezionali. No. Per esperienza so che il vero talento è timido. Ed è democratico, perché può uscire ovunque. Il talento c’è ancora. C’è più produzione e più competitività. E’ più difficile farsi spazio. Chi però ha un vero talento, prima o poi, secondo me, esce. Io credo ancora nella qualità.

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