catcalls of rome

Catcalls of Rome è la squadra che denuncia le violenze verbali subite per strada dalle donne della capitale. TuaCityMag ha incontrato l’ideatrice dell’iniziativa

“Hey bambola, dove vai?”, Stai tornando a casa tutta sola?”, “Dammi un bacio”, “Puoi alzarti il vestito?”, “Che bel c*** che hai”.

Sono soltanto alcune delle frasi che vengono quotidianamente rivolte a centinaia di ragazze e donne mentre stanno andando a lavoro, tornando a casa dopo una serata passata con le amiche, al semaforo mentre aspettano di attraversare la strada o alla fermata dell’autobus. Parliamo di catcalling, ossia il ricevere apprezzamenti indesiderati da sconosciuti per strada, e le statistiche mostrano una dato preoccupante: il fenomeno è in costante crescita. Nel 2016 una donna di New York Sophie Sandberg, anche lei vittima di molestie verbali, decide di fondare Catcalls of New York, movimento che ha l’obiettivo di accendere i riflettori su una questione a lungo sottovalutata e per far sentire le vittime meno sole. In poco tempo l’associazione diventa un punto di riferimento per migliaia di giovani, che inondano la posta privata della pagina Instagram raccontando delle molestie subite. Improvvisamente le strade e i marciapiedi della Grande Mela iniziano a “colorarsi di violenza”, perché Sophie si reca nei luoghi in cui si sono verificate e con dei gessetti colorati scrive la frase più forte, la fotografa e la posta sui social. Il fenomeno attraversa il paese ed inizia a propagarsi oltreoceano, arrivando anche in Italia. Una delle sezioni italiane dell’associazione si trova a Roma ed è stata fondata dalla diciannovenne Alessia Mammaro, da settembre futura studentessa di Chimica all’Università di Birmingham, in Inghilterra. Seppur giovanissima, è una donna decisa e soprattutto con le idee chiare.

Catcalls of Rome nasce nel 2019 e funziona esattamente come l’omonima associazione americana, come racconta la sua fondatrice:

“La pagina nasce quando le molestie, che prima riuscivo a subire in silenzio, smettono di apparirmi come lecite espressioni dei desideri di un passante, e quando finalmente intravedo una via d’uscita, anche se distante. All’inizio la pagina mi appariva come un percorso difficile e poco percorribile, specie per una persona riservata e poco intraprendente come me, ma una volta venuta a sapere dell’esistenza di questo metodo per riacquistare la mia libertà ed indipendenza, ignorare i commenti che gli uomini mi rivolgevano per strada è diventato impossibile. Se prima li accettavo controvoglia perché non conoscevo altro modo di comportarmi, ora mi consumavano, ed era improponibile lasciar passare tutto. Ho aperto la pagina quando ho capito che, invece di aspettare che lo facesse qualcun altro al posto mio, avrei potuto essere il cambiamento che tanto desideravo vedere”.

Nessuna delle storie che l’associazione riceve è uguale all’altra, ma per tutte alla vittima è garantito l’anonimato. Ciò che conta è raccontare l’episodio e mettere in evidenza la gravità dell’accaduto, come ci spiega Alessia:

“le storie ci vengono inviate in direct su Instagram. A chi denuncia un episodio chiediamo soltanto di specificare il luogo dell’accaduto e la frase, o le frasi, che le sono state dirette. Dato che sappiamo quanto possa essere difficile farsi avanti, specialmente se non lo si è mai fatto prima e se si è sempre stati immersi in un ambiente che sottovalutava queste problematiche, abbiamo anche introdotto un “pulsante” di emergenza nelle nostre storie: le vittime possono premerlo ed in quel caso saremo noi ad inviare un messaggio il prima possibile. Ricevute le segnalazioni ci rechiamo sul luogo della molestia e scriviamo, con grandi gessi colorati, le frasi ignobili che sono state pronunciate. Spesso, specialmente in luoghi affollati (come ad esempio davanti al Colosseo, dove gli abusi verbali sono comunissimi) le persone che passano si fermano per leggere o commentare. Pubblichiamo poi le foto della scritta sulla nostra pagina, insieme al messaggio originale e alla sua traduzione in inglese (questo ci permette di raggiungere anche le turiste, spessissimo prese di mira dai catcallers, specialmente qui a Roma)”.

L’associazione non ha una sede fisica ma funziona grazie al suo sito web (https://catcallsofrome.wixsite.com/catcallsofrome) che, come ci spiega la giovane,

“oltre ad avere un’area dedicata al pubblico, e quindi consultabile da tutti, ha anche diverse parti riservate esclusivamente ai membri del team: una Chat, un Forum e la sezione Book, la più importante in assoluto, che permette infatti ad ogni chalker (membro del team) di prenotare delle scritte ed automaticamente comunicarlo al resto del gruppo”.

Il coordinamento tra Alessia e gli altri tre membri (Bianca, Marta e Marco) avviene online e in base agli impegni di ciascuno. La squadra è ‘quasi’ tutta al femminile perché nel novembre del 2019, alle donne di Catcalls si è aggiunto Marco, candidatosi attraverso la sezione“Join us” del sito. Un segnale positivo la sua presenza, perché dimostra che non si tratta solo di una “questione femminile”, ma che trova il supporto anche del sesso opposto. Marco non è stato però l’unico ragazzo a collaborare perché

“da dicembre a gennaio dello scorso anno – ricorda la diciannovenne – abbiamo accolto nel gruppo anche Dinesh, un ragazzo indiano in Erasmus che desiderava iniziare questo percorso in Italia per poi portarlo nel suo paese”.

Un progetto che si trasforma in una rete solidale e che arriva a coinvolgere anche i paesi più lontani. “Fare rete” è necessario perché di molestie verbali si parla ancora troppo poco e molto spesso vengono scarsamente prese in considerazione. Il motivo? Ha provato a spiegarcelo Alessia:

“Si è sempre stati più restii ad individuare questo tipo di molestie verbali come abusi, in quanto si nascondono spesso dietro le sembianze di ‘complimenti’ o ‘metodi di approccio’. Grazie all’avvento del femminismo moderno ed intersezionale però, si è cominciato ad individuare tutti i comportamenti ritenuti normali dalla società, ma in realtà deleteri per la donna (o la vittima in generale). Il catcalling è l’esempio forse più eclatante di fraintendimento della libertà di parola: si pretende che il perpetratore abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni non sollecitate e spesso esplicite su un passante, ma che questo non possa difendersi adeguatamente o lamentarsene. La libertà di esprimersi dell’individuo termina invece laddove inizia quella dell’altro, ed è perciò fondamentale riconoscere, alla luce di questo, tutti quei comportamenti ben radicati anche nella società moderna per poterli estirpare definitivamente”.

Dal Colosseo, passando per Rione Monti, ai Fori Imperiali, fino ad arrivare alle fermate della metro o degli autobus: l’onda dei gessetti colorati ha invaso ogni perimetro della Capitale. La scelta di utilizzarli non è casuale, anzi:

“I gessi colorati, spesso usati dai bambini, attirano l’attenzione dei passanti, che si aspettano delle scritte infantili o piacevoli, e che invece ricevono una secchiata d’acqua fredda leggendo delle frasi tra le più ignobili. Questo – spiega la giovane – è anche metafora per la molestia verbale: tinta e vivace da fuori, sembra innocua ed appare come complimento, mentre per la vittima, che la riceve e quindi la analizza con più attenzione, diventa un dolore insostenibile che nessuno è disposto ad alleviare”.

Dietro questa bellissima associazione c’è davvero tanto lavoro: questi quattro giovanissimi ragazzi non si occupano soltanto del progetto e di gestirne sito e pagina social, ma fanno anche un attento lavoro di analisi e studio del fenomeno, perché ogni post di denuncia pubblicato è il frutto di statistiche da loro costantemente aggiornate. I dati sono elaborati su dieci domande rivolte alle persone che hanno sporto denuncia. Finora sono circa duecento quelle ricevute. Il dato più allarmante riguarda l’età delle vittime: il 58% sono ragazze minorenni (14-17 anni), il 22% è sotto i 13, il 20% sopra i 18. Il 31% sono invece turiste venute a Roma a trascorrere le vacanze in compagnia di amici o familiari o arrivate nella Capitale per motivi di studio. Nei messaggi, oltre al racconto dell’accaduto viene indicato anche il luogo in cui la molestia verbale è avvenuta. La maggior parte dei casi si sono verificati in luoghi turistici come il Colosseo (43%), ma non mancano quelli sugli autobus (11%) o in metro e sul treno (13%). Le frasi vanno dal “Ciao bellissima” a quelle dai toni più forti, fino ad arrivare ad insulti o battute spinte e a sfondo sessuale. Catcalls of Rome non conosce censura e, oltre a cercare di pubblicare tutti i messaggi che riceve quotidianamente, si impegna anche a non urtare la sensibilità dei più piccoli, che cerca di proteggere:

“abbiamo scelto di scriverle in inglese – spiega la Mammaro – proprio per tutelarli, soprattutto quando sono troppo piccoli per leggere frasi eccessivamente volgari. Il senso del movimento, però, è proprio questo: far comprendere a tutti, anche a chi non lo ha provato sulla propria pelle, quanto certe parole possano ferire in profondità”.

Una ferita che fa fatica a rimarginarsi e che turba nel profondo, soprattutto quando a subirla è una ragazzina minorenne che, per paura o vergogna, non racconta l’accaduto e decide di tenere nascosta dentro di sé questa enorme sofferenza. Denunciare richiede coraggio e Alessia questo lo sa bene. Anche lei è stata vittima di catcalls:

“Ho iniziato a subire catcalling ancora prima di compiere 13 anni, quindi avrei diversi episodi da raccontare. Il più significativo per me, e probabilmente il più grave, è stato quello che mi ha dato la spinta finale per aprire la pagina. Avevo 18 anni ed ero appena uscita dal portone di un palazzo del centro, vicino Piazza San Giovanni. Erano le 10 di mattina di un lunedì, c’era il sole e molta gente intorno. Camminavo lentamente cercando con lo sguardo la macchina del mio ragazzo che era venuto a prendermi, ma prima che potessi individuarla un gruppo di 7 o 8 uomini mi ha accerchiata facendomi domande, alzando la voce, uno di loro mi ha toccata. Cercavano tutti insieme di spingermi dentro un portone senza dare nell’occhio. Io ero terrorizzata e, quando alla fine ho intravisto il mio ragazzo sono corsa via, accompagnata dalle loro risate e dalle loro urla”.

Vittime e catcallers non hanno un’età precisa, ma la fascia più colpita sono i giovani. Un modo per ridurre questo fenomeno sarebbe educare la società, sensibilizzandola su questa tematica. Bisognerebbe perciò partire dai ragazzi, fornendogli gli strumenti necessari per cercare di arginare il fenomeno, ma è un percorso che richiede tempo e pazienza:

È necessario iniziare ad educare i giovani sull’importanza del consenso e sul rispetto verso il prossimo, sperando che siano poi in grado di portare tali insegnamenti con loro nel futuro e che siano quindi capaci di creare generazioni più attente al benessere di tutti. Il progetto – spiega Alessia- prevede in realtà già dall’inizio un coinvolgimento dell’organo scolastico. Certamente in Italia sarebbe necessario l’appoggio da parte delle scuole e/o del Ministero per permetterci di intervenire nelle classi ma per il momento, purtroppo, non ci occupiamo molto di questo genere di informazione. Siamo però stati invitati a presentare la pagina durante un’assemblea scolastica, il che rappresenta per noi una grande opportunità e la possibilità reale di iniziare ad educare gli adulti di domani ad un più consapevole rispetto verso il prossimo”.

Quello che questa associazione fa quotidianamente è di grande importanza. Dar voce a chi silenziosamente subisce molestie di questo tipo è un atto di coraggio che va incoraggiato e sostenuto, perché un giorno potrebbe capitare a noi, se non ci è già successo, di essere palpeggiate in pubblico da uno sconosciuto o di essere inseguite da una macchina mentre, di notte, stiamo tornando a casa da sole. Nessuno deve sentirsi in diritto di farci sentire vittime ma soprattutto, se accade, è importante sapere che ci sono persone come Alessia e associazioni come Catcalls of Rome che non ci fanno sentire, ma parte di una comunità in cui troveremo sempre supporto:

“Alle ragazze che ne sono state vittima dico che ogni reazione ed ogni sentimento sono leciti. Sentirsi persi, sporchi, tristi e arrabbiati è naturale, ed avere il coraggio di dare voce a queste emozioni e rivivere certi eventi non è banale. Alzare la testa e rispondere, o abbassarla ed accelerare il passo perché ci si sente in pericolo sono gesti importanti che dovreste sentirvi in grado di raccontare sapendo che nessuno avrà il permesso di giudicarvi. Siamo qui per accogliervi e fornirvi uno spazio sicuro, informato e anonimo dove ritrovare la voce e la libertà che con tanta cattiveria vi sono state tolte”.

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