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Carolina Rosi: “Citizen Rosi, una lettera d’amore al cinema di mio padre”

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Carolina Rosi presenta a Venezia il docu “Citizen Rosi” dedicato a suo padre Franco, un regista che ha scritto pagine importanti della storia del cinema italiano

“Sposta. Taglia. Cuci. Mescola. Ma vai avanti.” Una lezione di regia che diventa un insegnamento per la vita.

A pronunciare queste parole è Carolina Rosi, co-regista insieme a Didi Gnocci, e voce narrante di Citizen Rosi, il docufilm su Franco Rosi presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

Non un documentario celebrativo, ma una complessa lettera d’amore: di Franco Rosi al cinema e al nostro paese, degli amici, ma soprattutto di una figlia al padre.

“Franco, io lo chiamavo così. Era alto, maestoso. Era la mia vetta.” Poche semplici parole per raccontare il padre, più che il regista. All’interno della sua casa romana, studio del padre, Carolina Rosi, inizia a raccontarci questa storia, destinata a incontrarsi con quella del nostro paese.

“Ho capito molto tardi, il valore del suo cinema. Ero una bambina” racconta “La prima volta che sono stata sul set con lui, avevo quattro anni. Era appena morta mia sorella Francesca. Il film era Uomini contro. Quando abbiamo deciso, insieme a Didi Gnocchi e agli sceneggiatori il filo conduttore del docufilm, ossia i film non nell’ordine in cui erano stati girati da mio padre, bensì seguendo la Storia del nostro paese, è stato scioccante. Erano così attuali. Avevo iniziato a vederli con lui, li commentavamo insieme. Non si rendeva conto che raccontava se stesso e i sui film.”

Momenti padre e figlia, commenti e sigarette, sorrisi, abbracci e discussioni, ripresi da una tele camerina che doveva servire solo per prendere appunti, puntellano qui e li il documentario che attraversa tutta la filmografia di Rosi, soffermandosi sui film del suo impegno civile: Salvatore Giuliano, Lucky Luciano, La sfida, Il caso Mattei, Le mani sulla città.

Carolina, voce narrante del film, si muove fra fotografie, documenti impolverati e articoli di giornale aiutandoci a scoprire la semplicità del racconto della filmografia di Rosi, mescolata alla complessità di ricerca dei materiali.

“Un approccio quasi giornalistico, quello di Franco. Considerato un regista scomodo, conosciuto dagli addetti ai lavori più che dal grande pubblico, decisamente coraggioso per gli argomenti che trattava nei suoi film, spinto da un senso profondo di amore e responsabilità per il suo paese che lo hanno sempre spinto ad andare avanti.”

Una frase, “andiamo avanti” che Rosi ripeteva sempre quando erano sul set:

“Ho iniziato a seguirlo sul set dall’età di quattro anni. Ero un aiuto regista. Dal quel primo film insieme, fino all’ultimo, La tregua, gliel’ho sempre sentito dire a tutti.”

L’emozione è certamente quella di una figlia che ricorda il padre, ma Citizen Rosi, nelle sale il prossimo autunno, è tutti gli effetti un’occasione per scoprire o riscoprire la storia recente del nostro paese attraverso le pellicole di un grande regista, condensate in un unico film.

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