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Beatrice Cenci, il fantasma di Castel Sant’Angelo

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Il 16 gennaio 1599 Beatrice  Cenci  viene messa agli arresti domiciliari nel palazzo a S. Eustachio. Qui vi raccontiamo della sua tragica vicenda, dei fatti storici, e della sua leggenda che ancora vive. 

Se, passeggiando per Roma nelle notti  a cavallo dell’ 11 settembre vi capita di notare una fanciulla dall’aspetto etereo, quasi evanescente, percorrere lentamente il ponte di Castel Sant’Angelo tenendo la sua testa sotto il braccio, allora avete già avuto il piacere di fare la conoscenza di Beatrice Cenci (1577-1599) o, per essere precisa, del suo fantasma.

Tormentata in vita da un padre molesto e tormentata in morte dai soldati francesi (durante l’occupazione napoleonica di Roma della fine del XVIII secolo) che usurparono la sua tomba nella chiesa di San Pietro in Montorio e, si narra, giocarono a palla con la sua testa, non c’è da stupirsi che questa infelice continui a percorrere  il ponte dove fu giustiziata da un boia papale, anzi, stupisce che lo faccia solo una volta all’anno!

Questa sfortunata ventiduenne, che per alcuni fu una martire e per altri una perfida manipolatrice fu, soprattutto, vittima della giustizia sommaria del suo tempo. La sua morte non fu vana: molto amata dal popolo romano, divenne il simbolo dell’ opposizione all’arroganza dell’aristocrazia, magra consolazione per una giovane donna di una illustre famiglia tardo-rinascimentale (magari avrebbe preferito vivere qualche decennio in più e rimanere nell’anonimato!).

Oggi si parla molto di “crisi adolescenziali”, e difficoltà a rapportarsi con i genitori, Beatrice di questi problemi, era un’esperta. Il padre, il Conte Francesco Cenci, era un uomo violento con tutta la sua famiglia e scampava alla giustizia solo grazie alla sue aristocratiche origini.

La vita di Betrice Cenci è stata tramandata sia da chi la reputava essere stata un vittima per le violenze domentiche crudeli e continuative, si da chi la riteneva carnefice di un genitore violento e disprezzato, ma pur sempre un genitore.

Beatrice era figlia di primo letto del Conte Francesco Cenci, la madre, Ersilia Santacroce muore lasciando la figlia di appena sette anni orfana. Per i successivi otto anni Beatrice vive serenamente presso le suore di Santa Croce di Montecitorio. Il suo tormento inizia quando, a quindici anni ormai compiuti,  ritorna a vivere con il padre, che poco dopo si risposa con Lucrezia Petroni.

A questo punto della storia, saremmo portati a credere che il motivo del disagio e del malcontento di Beatrice fosse la matrigna, rifacendoci alle classiche favole ascoltate da bambini. Ma questa non è una favola e Beatrice, come anche la seconda moglie del padre e i fratelli, subisce maltrattamenti e violenze da parte di Francesco. Solo quando il Conte finisce in prigione per sodomia, i familiari si sentono al sicuro.

Il Cenci, forte delle sue origini aristocratiche e di un ingente somma di denaro, convince papa Clemente VIII a scarcerarlo. Ma “il lupo cambia il pelo, non il vizio” e, poco dopo aver ottenuto la libertà è di nuovo sotto accusa, per i soliti reati di violenza e di abusi sessuali.

Tutti a Roma erano a conoscenza delle violenze che commetteva sulla figlia, ma la giustizia dei papi era benevola con i nobili e Francesco non pagò le sue colpe. Il “padre padrone” decide di segregare Beatrice accompagnata da Lucrezia in una rocca dei Colonna a Petrella Salto, in Abruzzo, così da non avere la scocciatura di farla sposare e darle una dote. Isolate, abbandonate, le due donne sono ancora costrette a subire violenze e torture ( segregate in una torre).

Stanche e disperate organizzano la morte dell’odiato genitore, aiutate da due vassalli e dai fratelli, Giacomo e Bernardo. Malgrado il tentativo dei congiurati di nascondere il misfatto gettando il corpo da una balaustra e fingendo una morte accidentale del conte, conseguente alla caduta, la congiura viene scoperta e tre di loro sono condannati a morte ( l’unico a ricevere la grazia dal papa sarà solo Bernardo, di appena diciotto anni).

Fa riflettere il fatto che la giustizia papale fu lenta e bonaria con un uomo palesemente pericoloso, e veloce e decisa con chi, esausto di subire, si era ribellato alla propria situazione. Sono, infatti, molti ad insinuare che le mire del pontefice fossero rivolte all’ ingente patrimonio dei Cenci, che finì, proprio, nelle tasche di un nipote del Papa, Gianfrancesco Aldobrandini.

Nei secoli le vicende personali di Beatrice hanno ispirato pittori (tra cui Guido Reni e Caravaggio), scrittori (Shelly, Sthendal, Dumas padre, Alberto Moravia ecc..), musicisti. Ad inizio ‘900 si discusse anche di intitolare a lei una strada capitolina, ma i cattolici fermi nella loro incrollabile morale, si scandalizzarono: pur essendo stata maltrattata, violentata e torturata, Beatrice fu pur sempre una parricida.

Come scrisse ( nella poesia “Cinque Maggio”) il buon Manzoni, a proposito di Napoleone, “ai posteri l’ardua sentenza”, io, che sono una “postera”, non sono in grado, a distanza di 500 anni, di pronunciare la mia sentenza riguardo la vita e le scelte di Beatrice Cenci. Morale della favola? Non giudicare mai un fantasma dalla sua…..apparenza!

Francesca Guglielmi

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