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ARTEMISIA GENTILESCHI: UN TALENTO PIU’ FORTE DEI SOPRUSI

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artemisia gentileschi

Se pensi di essere una donna coraggiosa solo perché tutte le mattine hai la forza di metterti in macchina ed affrontare l’infernale traffico capitolino uscendone indenne fisicamente e psicologicamente (ma solo il tempo potrà dimostrarlo), non hai idea di cosa potesse significare vivere nella Roma del XVII secolo essendo donna ed avendo la “pretesa”, nonché le doti, per affermarti come artista.

Del coraggio e della perseveranza femminile Artemisia Gentileschi (1593-1656) fu un esempio lampante. Nata a Roma, prima di quattro figli, rimase presto orfana di madre. Il padre toscano, Orazio Gentileschi, era uno stimato esponente del caravaggismo romano. Trapiantato a Roma nel quartiere degli artisti, da Porta del Popolo a Trinità dei Monti, era ben inserito in questo giro (era intimo anche dello stesso Caravaggio) ed otteneva commesse importanti. Non saprei dire se per il padre fosse stata una disdetta che l’unico dei suoi figli ad avere propensioni artistiche fosse la femmina, o ritenere una fortuna che almeno uno dei suoi discendenti seguisse le sue orme, la cosa certa è che Artemisia si cimentò con passione ed impegno nell’apprendimento delle tecniche dei colori e del disegno ottenendo importanti risultati.

Il precoce talento di Artemisia poté essere coltivato e sviluppato solo perché fu il padre ad insegnarle l’arte visto che, in quanto donna, le erano precluse le scuole di formazione. Non vi sorprenderò dicendovi che nella Roma papale, nella Roma cattolica del ‘600, la donna non acquisiva uno status sociale grazie alle sue capacità sul lavoro (mondo del tutto interdetto al gentil sesso), bensì si identificava nei ruoli tradizionali di moglie, madre e figlia. Non vi sorprendo perché questa realtà della donna è il sottile “filo rosso” che l’ha accompagnata per millenni fino alle soglie dei nostri “tempi moderni”. Tornando alla nostra artista, entriamo nel vivo del suo “dramma”.

Per insegnarle i segreti della prospettiva il padre la fece seguire nella sua bottega dall’amico e collaboratore Agostino Tassi il quale stuprò Artemisia. A questo punto la vicenda si fa interessante in quanto non fu la vittima a denunciare la violenza subita, bensì il padre Orazio circa un anno dopo, e non per il motivo che tutte noi siamo portate a credere (l’abuso sessuale subito dalla figlia) ma perché il Tassi aveva “cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza”. Orazio Gentileschi si presentò, infatti, lui stesso come vittima.

Al processo Artemisia narrò i fatti con inusuale crudezza e venne anche torturata (tanto per non farci mancare niente!) per sincerarsi della sua onestà nella narrazione del sopruso ricevuto. Agostino Tassi fu condannato a qualche mese di reclusione, terminata la quale tornò ad essere amico del padre della vittima.

Fin dalla prima delle sue opere, “Susanna e i vecchioni” (dipinta a soli diciassette anni), fino al suo lavoro più celebre, ” Giuditta che decapita Oloferne”(conservato agli Uffizi), Artemisia riesce a riportare su tela la sofferenza della sua vita con colori intensi e passionali e con realistica crudezza di particolari. La forza espressiva del suo linguaggio pittorico si manifesta in tutta la sua profondità quando dipinge le eroine bibliche, le storiche peccatrici e le sante che prendono vita dal suo pennello.

Le femministe del ‘900, vedendo in questa sua arte una ribellione alla condizione della donna , l’hanno presa ad esempio per il loro movimento. Personalmente credo sia una chiave di lettura limitativa in quanto nei suoi lavori Artemisia metteva sé stessa, la sua vita, il suo ardore, la sua storia, raccontava chi era e non il ruolo che ricopriva. La sofferenza e la violenza che trapelano dai suoi quadri erano le condizioni sociali che aveva vissuto in prima persona.Non una polemica quindi, non una denuncia, ma un racconto di sé. Le armi della nostra artista furono la determinazione, una forte personalità, soprattutto, le spiccate doti artistiche che la portarono ad ottenere la stima del Granduca Cosimo II e ad essere la prima donna accettata all’Accademia delle Arti e del Disegno a Firenze, traguardo insperato per i tempi.

Il periodo fiorentino fu molto florido: trasferitasi per sfuggire alla “vergogna” dello stupro (!) cambiò il cognome adottando quello dello zio, Lomi, per dare un taglio netto con il passato romano e andò in sposa ad un modesto artista del posto, Pierantonio Siattesi. La convivenza con una donna determinata e ambiziosa come Artemisia non era facile per il marito anche perché lei era di gran lunga più stimata del consorte in campo lavorativo. La loro, infatti, non fu un’unione riuscita. Da questo matrimonio Artemisia ottenne uno status sociale dignitoso per una donna e l’indipendenza dal genitore.

Ormai madre ed artista affermata fece ritorno a Roma dove collaborò con il padre ma, non ottenendo ricche commesse, fece rotta per Napoli. Nella città partenopea ottenne attestati di grande stima e, dopo una breve parentesi in Inghilterra alla corte di Carlo I per seguire il padre, concluse i suoi giorni ai piedi del Vesuvio.

Consapevole dei limiti che il suo sesso le comportava, lei stessa si rammaricava del fatto che “il nome di donna fa stare in dubbio finché non si è vista l’opera”. Non si arrese ai pregiudizi e alle limitazioni. Artemisia sembra essere stata una donna al di fuori dal suo tempo, quasi anacronistica: in una Roma dove la Chiesa Cattolica incentiva il culto mariano per evidenziare il valore della verginità femminile, lei ha piena coscienza di sè stessa e del suo essere donna e si afferma con determinazione e vigore in un mondo tutto al maschile. Ragazze penso, anzi ne sono certa, che il lascito di Artemisia sia giunto fino a noi: passione, forza, determinazione ed indipendenza:facciamone buon uso!

 

Francesca Guglielmi

 

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